Gli F35 invisibili israeliani e il precedente del raid sul nucleare di Saddam Hussein
di Gianluca Di FeoOsirak. I piloti israeliani che in queste ore restano accanto agli aerei in attesa dell’ordine di attaccare l’Iran pensano in continuazione a Osirak: un’impresa realizzata dai loro nonni, l’unica paragonabile alla missione che potrebbero venire chiamati a compiere. Il 7 giugno 1981 una squadriglia di caccia fantasma si spinse fino ad Osirak, alla periferia di Baghdad, per radere al suolo il reattore nucleare di Saddam Hussein. Un volo di 1600 chilometri, attraversando i cieli della Giordania e dell’Arabia Saudita. Una spedizione senza precedenti e finora senza repliche.
All’epoca il rais iracheno era protetto e armato dall’Occidente, anche perché stava combattendo la guerra contro gli ayatollah iraniani: la centrale nucleare era stata costruita dai francesi con il contributo tecnico italiano. Il governo israeliano era sicuro che colpire l’impianto avrebbe provocato l’ira dei suoi alleati, a partire dagli Usa. Come sta accadendo ora, le discussioni hanno spaccato i ministri. Tutti…
Osirak. I piloti israeliani che in queste ore restano accanto agli aerei in attesa dell’ordine di attaccare l’Iran pensano in continuazione a Osirak: un’impresa realizzata dai loro nonni, l’unica paragonabile alla missione che potrebbero venire chiamati a compiere. Il 7 giugno 1981 una squadriglia di caccia fantasma si spinse fino ad Osirak, alla periferia di Baghdad, per radere al suolo il reattore nucleare di Saddam Hussein. Un volo di 1600 chilometri, attraversando i cieli della Giordania e dell’Arabia Saudita. Una spedizione senza precedenti e finora senza repliche.
All’epoca il rais iracheno era protetto e armato dall’Occidente, anche perché stava combattendo la guerra contro gli ayatollah iraniani: la centrale nucleare era stata costruita dai francesi con il contributo tecnico italiano. Il governo israeliano era sicuro che colpire l’impianto avrebbe provocato l’ira dei suoi alleati, a partire dagli Usa. Come sta accadendo ora, le discussioni hanno spaccato i ministri. Tutti erano convinti della necessità di fermare il programma atomico di Saddam, ma allora come oggi c’era il timore che le ripercussioni internazionali sarebbero state troppo dure e venisse paralizzato il dialogo con l’Egitto. Ad esempio, Moshe Dayan, l’eroe della guerra dei Sei Giorni, finché era stato responsabile della Difesa aveva messo il veto. Il premier Menachen Begin con un pugno di sostenitori, tra cui Ariel Sharon, era invece certo che quella fosse l’ultima finestra temporale per agire, prima che l’attivazione del reattore potesse rendere catastrofica la ricaduta radioattiva di un bombardamento. Dal punto di vista militare, l’azione fu un successo e Begin rese chiara la dottrina che porta il suo nome: Israele avrebbe distrutto preventivamente qualsiasi obiettivo rappresentasse una minaccia alla sua esistenza.
I velivoli diretti a Osirak avevano sulle ali la stella di Davide, ma gli ufficiali si rivolsero in arabo alle torri di controllo di Amman e Riad, fingendo di essere aviatori delle forze locali che avevano sbagliato rotta. Oggi questi trucchi non hanno più senso, sia perché i radar di scoperta si sono evoluti, sia perché Israele dispone dei “caccia invisibili” F35, con una versione chiamata Adir ancora più avanzata del modello Usa. Negli scorsi mesi hanno compiuto le incursioni più segrete, andando a bersagliare i depositi dei pasdaran sul confine tra Siria e Iraq che smistano razzi alle milizie sciite della regione. E sono stati i protagonisti dell’operazione su Damasco che il primo aprile ha demolito il consolato iraniano, uccidendo il generale Mohammad Reza Zahedi, responsabile della Forza Quds nel Paese. Anche per questo lo sciame di ordigni scagliato sabato notte ha preso di mira l’aeroporto di Nevatim, la base degli F35 nel cuore del deserto del Negev.
La risposta toccherà a loro. Il caccia dispone dei sistemi più sofisticati per accecare i radar avversari, che gli israeliani hanno ulteriormente perfezionato. Nella stiva ventrale ognuno trasporta una bomba Spice da 483 chili: la carica di esplosivo è la stessa degli ordigni che piombarono su Osirak ma ha due alette che gli permettono di colpire da oltre sessanta chilometri di distanza. La pianificazione dovrà fare i conti con un solo limite: gli F35 hanno un’autonomia di 2.200 chilometri, che gli impone di rifornirsi in volo nel corso della missione. Da tempo però gli ingegneri israeliani lavorano a un serbatoio supplementare che riveste l’aereo, senza modificare l’architettura stealth, e aumenta di un terzo il raggio d’azione.
Gli antiquati intercettori della Repubblica islamica non sembrano in grado di ostacolarli e non sono ancora arrivati i nuovi jet Sukhoi 35 promessi da Mosca in cambio dell’aiuto in Ucraina, mentre la fornitura dei missili contraerei russi S400 non ha trovato conferme. Sei mesi fa gli iraniani hanno annunciato di disporre di radar in grado di avvistare i caccia stealth e da tempo si vocifera di contatti con la Corea del Nord per ottenere apparati di questo tipo. Le contromisure installate sui Nadir dovrebbe comunque tenerli a bada. Insomma, gli F35 possono puntare su qualsiasi obiettivo strategico o simbolico. Nella prima categoria rientrano le installazioni del programma nucleare, i bunker in cui sono custoditi droni e missili, i comandi dei Guardiani della Rivoluzione. Nella seconda potrebbero esserci navi militari, antenne radar, fabbriche belliche: prede che testimonierebbero la capacità israeliana di arrivare ovunque, senza però innescare una spirale di ritorsioni nè provocare l’ira della Casa Bianca.