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Da Scholz a Macron, l’Europa in pressing. “La Cina può tentare una mediazione”

Il presidente cinese Xi Jinping e il cancelliere tedesco Olaf Scholz (afp)

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Tedeschi e francesi pronti a chiedere che Pechino freni gli ayatollah. Ma il potere di persuasione di Xi Jinping è limitato
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PECHINO — Il copione è sempre lo stesso. Americani ed europei che chiedono alla Cina di esercitare la sua “influenza”. È successo con la guerra di Putin in Ucraina. Succede dopo l’attacco iraniano contro Israele. Lo chiederà oggi a Xi Jinping il cancelliere tedesco Scholz, lo stesso farà ai primi di maggio il presidente francese Macron quando i due si vedranno a Parigi: «Chiederò il suo aiuto per raggiungere una tregua olimpica». Il problema è che Pechino, nonostante continui a dirsi «profondamente preoccupata» da un’ulteriore escalation in Medio Oriente che danneggerebbe anche i suoi interessi, continua col suo equilibrismo sbilanciato a cercare di stare il più alla larga possibile da una crisi in cui non vuole essere coinvolta direttamente.

Calma e moderazione

«Massima calma e moderazione» continua a chiedere la diplomazia cinese. Senza condannare esplicitamente però l’attacco iraniano di sabato, come invece aveva fatto due settimane fa dopo il raid in Siria. «Pechino ha visto nell…

PECHINO — Il copione è sempre lo stesso. Americani ed europei che chiedono alla Cina di esercitare la sua “influenza”. È successo con la guerra di Putin in Ucraina. Succede dopo l’attacco iraniano contro Israele. Lo chiederà oggi a Xi Jinping il cancelliere tedesco Scholz, lo stesso farà ai primi di maggio il presidente francese Macron quando i due si vedranno a Parigi: «Chiederò il suo aiuto per raggiungere una tregua olimpica». Il problema è che Pechino, nonostante continui a dirsi «profondamente preoccupata» da un’ulteriore escalation in Medio Oriente che danneggerebbe anche i suoi interessi, continua col suo equilibrismo sbilanciato a cercare di stare il più alla larga possibile da una crisi in cui non vuole essere coinvolta direttamente.

Calma e moderazione

«Massima calma e moderazione» continua a chiedere la diplomazia cinese. Senza condannare esplicitamente però l’attacco iraniano di sabato, come invece aveva fatto due settimane fa dopo il raid in Siria. «Pechino ha visto nell’attacco di Israele al consolato iraniano la causa, quindi è improbabile che condanni l’Iran per la rappresaglia», spiega a Repubblica Yun Sun, direttrice del programma sulla Cina del think tank Stimson Center. «Per la Cina, se gli Stati Uniti avessero applicato sufficienti pressioni su Israele, non ci sarebbero stati né l’attacco israeliano né la rappresaglia iraniana». Israele si lamenta: «Speravamo in una condanna più forte», dice Yuval Waks, vice capo della missione israeliana in Cina.

Una soluzione a due Stati

La crisi tra Iran e Israele è «l’ultima manifestazione del conflitto di Gaza che si diffonde nella regione», come ha spiegato il rappresentante all’Onu, Dai Bing. Per questo più che il contenimento dell’Iran è il contenimento di Israele da parte degli Stati Uniti che deve essere portato avanti, per arrivare ad una soluzione a due Stati che da molto tempo Pechino perora. Lo ha detto il ministro degli Esteri Wang Yi al segretario di Stato Usa Blinken durante la loro ultima telefonata («esortiamo gli Usa a svolgere un ruolo costruttivo in Medio Oriente”). Pechino ha intensificato le critiche alle operazioni militari di Israele e al sostegno “di parte” di Washington al suo principale alleato nella regione. Incontrando l’ambasciatrice israeliana in Cina, l’inviato speciale del governo cinese per il Medio Oriente ha ribadito che «è imperativo che venga attuato un cessate il fuoco nella Striscia e che venga raggiunta una soluzione politica alla questione della Palestina sulla base dei due Stati».

L’influenza di Pechino

La minaccia di un conflitto più ampio in una regione in cui Pechino cerca di porsi come attore più influente — specialmente in campo economico — e da cui proviene una parte crescente delle sue importazioni di energia, è certamente motivo di preoccupazione. Le dichiarazioni ufficiali ricalcano però il solito standard: «La Cina invita la comunità internazionale, in particolare i Paesi più influenti, a svolgere un ruolo costruttivo nel mantenere la pace e la stabilità». Come a dire: il grosso del lavoro spetta a voi. Sul fronte mediorientale la Cina preferisce ancora rimanere in disparte, usando poco la sua influenza sull’Iran. Ma quanta influenza ha veramente Pechino su Teheran?

La Cina ha fatto da mediatrice per la normalizzazione delle relazioni tra l’Iran e l’Arabia Saudita; ha fatto entrare Teheran nella Sco e nei Brics; acquista la maggior parte del petrolio iraniano ed è anche un fornitore chiave di armi e attrezzature di sorveglianza per le sue forze di sicurezza. Tuttavia, uno sguardo più attento rivela un quadro più complicato. La partnership con la Cina non ha dato i risultati economici che gli iraniani si aspettavano. La Cina sta stringendo legami commerciali molto più profondi con l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo. Per questo è difficile fare leva su ciò per influenzare il comportamento dell’Iran. «È più probabile che Pechino continui a essere l’attore regionale che è stato nell’ultimo decennio: viene in Medio Oriente per commerciare e costruire, non per comandare», scriveva in una recente analisi per l’Atlantic Council Jonathan Fulton. Alzare troppo la voce minerebbe la sua strategia regionale di sviluppare stretti legami economici con tutti.

I rischi dell’allargamento della crisi

Ciò non toglie che un allargamento della crisi rischi di disfare la tela che Pechino ha tessuto negli anni. L’economia cinese non si è ancora ripresa del tutto e soffrirebbe molto se il Medio Oriente dovesse precipitare in un conflitto più ampio. Xi è ossessionato dall’ordine e dalla stabilità. E si trova ancora una volta in un equilibrio precario.

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