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Orgoglio e paura in Iran aspettando la rappresaglia di Israele

Media governativi e forze paramilitari celebrano la “grande vittoria” di sabato notte contro Israele mentre in rete è un fiorire di commenti contrari. E la magistratura colpisce chi dà voce al dissenso
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I media di stato celebrano la «grande vittoria». «Fatta la storia su Gerusalemme», titolano i giornali iraniani; «l’operazione Vera Promessa ha stabilito una nuova equazione in Medio Oriente», scrive l’ultraconservatore Kahyan, espressione dell’ufficio della Guida Suprema, Ali Khamenei. Ma per le strade e nelle case di Teheran adesso domina la paura. «Una guerra con Israele sarebbe un disastro per noi, che abbiamo già tanti problemi economici, e per la sicurezza di tutti», dice Parvaneh, insegnante nella capitale.

Quando in serata si diffonde la notizia che Israele risponderà, l’ansia alimenta le speculazioni, il tam tam sui social e nelle chat. «E adesso che succede?», si chiedono in tanti. C’è persino chi pensa di andare verso Nord, verso il Mar Caspio, comunque lontano da Teheran e dalle grandi città. «Qui la gente non è assolutamente favorevole alla guerra e al conflitto», racconta Ali, che fa parte della classe creativa di Teheran: «Non solo tra la popolazione in generale, m…

I media di stato celebrano la «grande vittoria». «Fatta la storia su Gerusalemme», titolano i giornali iraniani; «l’operazione Vera Promessa ha stabilito una nuova equazione in Medio Oriente», scrive l’ultraconservatore Kahyan, espressione dell’ufficio della Guida Suprema, Ali Khamenei. Ma per le strade e nelle case di Teheran adesso domina la paura. «Una guerra con Israele sarebbe un disastro per noi, che abbiamo già tanti problemi economici, e per la sicurezza di tutti», dice Parvaneh, insegnante nella capitale.

Quando in serata si diffonde la notizia che Israele risponderà, l’ansia alimenta le speculazioni, il tam tam sui social e nelle chat. «E adesso che succede?», si chiedono in tanti. C’è persino chi pensa di andare verso Nord, verso il Mar Caspio, comunque lontano da Teheran e dalle grandi città. «Qui la gente non è assolutamente favorevole alla guerra e al conflitto», racconta Ali, che fa parte della classe creativa di Teheran: «Non solo tra la popolazione in generale, ma anche all’interno del governo, perché l’Iran ha sopportato otto anni di guerra con l’Iraq e gli effetti si sentono ancora adesso». Come iraniani, non vogliamo «rispondere all’azione illegale di un governo (Israele, ndr) attraverso il lancio illegale di missili e droni», scrive l’avvocatessa Nasrin Sotoudeh, la Mandela iraniana, decana delle battaglie in difesa dei diritti umani e civili in Iran per cui sta pagando ancora un prezzo molto alto, con una condanna a oltre 20 anni. La sua è la voce di una larga parte della società civile iraniana.

«Sappiamo che quando condanniamo la presa di ostaggi civili il 7 ottobre abbiamo un terreno in comune con Israele - continua -. Quando condanniamo gli incessanti attacchi di Israele alla Striscia di Gaza, purtroppo, la nostra posizione è più vicina alla Repubblica Islamica. Non possiamo in alcun modo giustificare l’attacco militare al consolato iraniano a Damasco, così come non possiamo giustificare la presa in ostaggio dei membri dell’ambasciata americana 44 anni fa».

L’establishment, che pure ha cercato di presentare l’operazione contro Israele come calibrata e non tesa a scatenare una escalation, invocando il diritto all’autodifesa, «si aspetta una rappresaglia perché sa che Israele non può non reagire», dice una fonte diplomatica europea. La domanda che tutti si fanno è: con quale portata? E soprattutto: con quali conseguenze? I Pasdaran risponderanno, l’hanno promesso, e nel frattempo blindano ogni voce di dissenso. L’ordine è arrivato già domenica: nessuno spazio per chi critica le mosse iraniane sui social media. Finisce nelle maglie della censura anche il noto analista politico Abbas Abdi, voce del quotidiano riformista Etemaat, «accusato di mettere a repentaglio la sicurezza psicologica della società», scrive l’agenzia di stampa Mizan legata alla magistratura iraniana. La sua colpa? Aver scritto che «il governo dice che c’è bisogno di misure deterrenti contro Israele ma questo non ha senso perché l’Iran non riconosce Israele e vuole che Israele sia distrutta».

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Dall’altro capo dello spettro politico ci sono quelli che sabato notte sono scesi in strada a festeggiare. I fedelissimi della Repubblica Islamica, molti basiji, i giovani delle forze paramilitari, ma anche impiegati pubblici. «Sono così orgoglioso degli attacchi contro Israele. Sono stati loro ad iniziare. Abbiamo dovuto reagire. Israele non può fare assolutamente nulla. Sanno che gli iraniani sono molto potenti», dice alla Reuters Hossein Sabahi, 30 anni, di Tabriz. Intanto i mercati scontano la paura di una guerra vera. Il rial crolla ancora, al suo minimo storico. E l’Iran si prepara a una nuova lunga notte.

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