L’analista militare: “La migliore opzione per Israele? Una ritorsione contenuta contro l’Iran, per evitare il conflitto regionale”
dal nostro inviato Fabio TonacciTEL AVIV — «Israele non può tollerare un attacco con missili e droni lanciati dall’Iran senza rispondere. Il punto, quindi, non è se rispondere, ma come farlo senza trascinare la regione e Israele in uno scontro militare su vasta scala con l’Iran. L’opzione migliore è una ritorsione contenuta e non immediata». Raz Zimmt, analista e ricercatore dell’Institute for national securities studies (Inss) presso l’Università di Tel Aviv, è uno dei massimi conoscitori del regime iraniano. Con Repubblica, entra nel cuore del dilemma che sta vivendo lo Stato ebraico.
Quale potrebbe essere una ritorsione contenuta?
«Se guardiamo alla storia degli ultimi anni, ci sono stati alcuni attacchi segreti attribuiti a Israele, anche all’interno dell’Iran, di cui Israele non si è assunto ufficialmente la responsabilità. Questo potrebbe essere un esempio».
Questo sarebbe ritenuto sufficiente da Netanyahu?
«È difficile da dire. Netanyahu è sotto pressione, da una parte ha i più intransigenti del suo gove…
TEL AVIV — «Israele non può tollerare un attacco con missili e droni lanciati dall’Iran senza rispondere. Il punto, quindi, non è se rispondere, ma come farlo senza trascinare la regione e Israele in uno scontro militare su vasta scala con l’Iran. L’opzione migliore è una ritorsione contenuta e non immediata». Raz Zimmt, analista e ricercatore dell’Institute for national securities studies (Inss) presso l’Università di Tel Aviv, è uno dei massimi conoscitori del regime iraniano. Con Repubblica, entra nel cuore del dilemma che sta vivendo lo Stato ebraico.
Quale potrebbe essere una ritorsione contenuta?
«Se guardiamo alla storia degli ultimi anni, ci sono stati alcuni attacchi segreti attribuiti a Israele, anche all’interno dell’Iran, di cui Israele non si è assunto ufficialmente la responsabilità. Questo potrebbe essere un esempio».
Questo sarebbe ritenuto sufficiente da Netanyahu?
«È difficile da dire. Netanyahu è sotto pressione, da una parte ha i più intransigenti del suo governo, dall’altra ha gli Stati Uniti che lo frenano. Pare che anche il Gabinetto di guerra sia spaccato».
È comprensibile, non è una decisione semplice.
«Sulla scelta di tempi e modi della ritorsione, infatti, stanno pesando due fattori: Israele non vuole aprire un fronte su vasta scala, con l’Iran e potenzialmente contro Hezbollah a Nord. Il secondo fattore è Biden, che chiesto a Israele di non fare niente che possa provocare l’escalation».
Che fine farà la neonata coalizione con i paesi sunniti?
«Non ha futuro, non è una vera coalizione. Ciò che abbiamo visto sabato notte è stata piuttosto la cooperazione tra Israele e alcuni attori internazionali guidati dagli Stati Uniti, più dei Paesi arabi come la Giordania che stavano intercettando missili e droni per difendere il proprio spazio aereo. Per avere una vera coalizione contro l’Iran, che possa porre serie minacce militari e strategiche sul regime di Teheran, occorre un discorso politico serio».
Lo si può intavolare adesso?
«Forse dopo la guerra a Gaza, se riprenderà il percorso della normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita. A quel punto si tornerà a parlare di cooperazione di intelligence militare tra gli Stati del Medio Oriente contro l’Iran. Ma, penso che i tempi non siano maturi. Anche perché l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti adesso hanno legami diplomatici abbastanza buoni con l’Iran per questioni di interessi comuni, non certo per stima reciproca. Nessuno di questi Paesi, certamente non gli stati del Golfo, sono interessati all’escalation».
Qual è la strategia dell’ayatollah Khamenei?
«Lo scopo dell’attacco a Israele era riabilitare il potere di deterrenza, dopo i sette pasdaran uccisi a Damasco. Gli iraniani erano preoccupati che, se non avessero fatto nulla, Israele avrebbe intensificato le operazioni contro funzionari e comandanti. Vogliono cambiare le regole del gioco, formulando una nuova equazione che scoraggi Israele dal compiere ulteriori assalti. Ovviamente, se ora Israele farà una ritorsione pesante contro la Repubblica Islamica, c’è il rischio, altissimo, di una più dura reazione di Teheran».