Dal Libano a Gaza fino allo Yemen: l’Iran ora punta a un “nuovo ordine” regionale
di Gabriella Colarussoll 14 aprile, poche ore dopo l’attacco ai cieli di Israele, Mohammad Jamshidi, il vice politico del presidente iraniano Ebrahim Raisi, ha condensato in un tweet il senso di un passaggio cruciale nella storia dell’Iran post-khomeinista: «L’era della pazienza strategica è finita — ha scritto —, la strategia israeliana di “guerra tra le guerre” è stata sconfitta. Ora l’equazione è cambiata. Prendere di mira il personale e gli interessi iraniani riceverà una risposta diretta e punitiva». Per anni l’Iran ha giocato secondo lo schema della tenaglia, muovendo contro i suoi nemici le protesi regionali - contro Israele, ma anche per esempio usando gli Houti contro i sauditi nello Yemen - e riuscendo così a restare fuori dall’arena del conflitto diretto. Il 7 ottobre ha cambiato tutto e ora la Repubblica Islamica punta a un nuovo ordine regionale, una sorta di Patto di Teheran che funzioni anche da ombrello per i suoi alleati non-statali.
ll 14 aprile, poche ore dopo l’attacco ai cieli di Israele, Mohammad Jamshidi, il vice politico del presidente iraniano Ebrahim Raisi, ha condensato in un tweet il senso di un passaggio cruciale nella storia dell’Iran post-khomeinista: «L’era della pazienza strategica è finita — ha scritto —, la strategia israeliana di “guerra tra le guerre” è stata sconfitta. Ora l’equazione è cambiata. Prendere di mira il personale e gli interessi iraniani riceverà una risposta diretta e punitiva». Per anni l’Iran ha giocato secondo lo schema della tenaglia, muovendo contro i suoi nemici le protesi regionali - contro Israele, ma anche per esempio usando gli Houti contro i sauditi nello Yemen - e riuscendo così a restare fuori dall’arena del conflitto diretto. Il 7 ottobre ha cambiato tutto e ora la Repubblica Islamica punta a un nuovo ordine regionale, una sorta di Patto di Teheran che funzioni anche da ombrello per i suoi alleati non-statali.
La dottrina della “pazienza strategica”, che ha plasmato 20 anni e oltre di penetrazione iraniana in Medio Oriente, era l’idea che il rafforzamento di proxy locali — in Libano, Yemen, Siria, Iraq, a Gaza, la “corona” costruita intorno a Israele — consentisse di salvaguardare gli interessi nazionali e l’influenza esterna del Paese senza rischiare un coinvolgimento militare diretto. L’Iran proteggeva così la sua sicurezza nazionale, proiettando una immagine di potenza senza che la reale efficacia della sua macchina bellica venisse testata.
Israele aveva una sua risposta a questa strategia: operazioni sotto copertura in territorio iraniano e attacchi alle milizie in Siria o in Libano. Il raid contro il consolato iraniano di Damasco ha imposto un nuovo schema. «Qualsiasi mossa di ritorsione contro l’Iran riceverà una risposta diffusa e dolorosa», assicura il presidente Ebrahim Raisi. I generali promettono di sfoderare «un’arma mai utilizzata prima» se gli israeliani dovessero rispondere all’operazione “Vera Promessa”. Non solo con uno strike sul suo iraniano, contro il quale la risposta sarebbe certa, ma anche se decidessero di colpire Hezbollah, o generali iraniani in giro per la regione.
«L’attacco agli interessi di Teheran, senza che questo avesse conseguenze per Israele, era diventato la regola e molti nell’establishment iraniano avevano da tempo cominciato a mettere in discussione la dottrina della pazienza strategica», spiega Abdolrasool Divsallar, analista del Middle East Institute. La politica interna ha inciso. Le elezioni di marzo hanno prodotto un Parlamento più radicale del precedente. Per gli ultraconservatori che oggi dominano tutti i gangli del potere politico ed economico in Iran la “pazienza strategica” coltivata dal generale Soleimani è diventata un segno di debolezza più che una efficace dottrina geopolitica.
Lo si era visto già a gennaio, quando i Pasdaran hannodeciso di colpire obiettivi nel Kurdistan iracheno perché considerati centri operativi del Mossad, e poi con i raid contro il Pakistan, una inedita postura esplicitamente offensiva. «L’attacco al consolato in Siria è stato un punto di svolta perché non lasciava margini per scampare alla pressione interna di chi chiedeva una risposta», riflette Divsallar.
L’Iran ora è alla ricerca di un nuovo equilibrio, secondo il politologo Trita Parsi, «in cui Israele non possa colpire il personale iraniano senza rischiare di essere colpito a sua volta». L’obiettivo militare è il piano su cui poggia un progetto politico: «conquistare il ruolo di Indispensable Power in Medio Oriente, un potere indispensabile per ogni nuovo ordine regionale», conclude Divsallar.
Che si tratti di definire la politica nucleare nella regione, i rapporti di forza con i sauditi e la partnership arabo-americana, o di sedersi al tavolo delle trattative per il dopo guerra a Gaza, la Repubblica Islamica vuole contare. E se gli altri attori dell’area non considereranno i suoi interessi, anche i loro saranno a rischio. Ma si tratta di un cambio di paradigma tutto ancora da scrivere. Una risposta israeliana forte potrebbe stravolgere di nuovo i calcoli e le considerazioni dei generali alleati con gli ayatollah.