CHENNAI - “Le nostre squadre faranno quel chilometro in più a piedi per arrivare ad ogni elettore, che sia nelle giungle o nelle montagne innevate. Andremo a cavallo, sugli elefanti, sui muli o in elicottero. Porteremo la democrazia in ogni angolo dell’India”. A prometterlo è il direttore della Commissione elettorale indiana, Rajiv Kumar, che ha mobilitato 15 milioni di scrutatori e agenti di sicurezza per le elezioni democratiche con più aventi diritto nella storia: 968.821.926 possibili elettori. È come se, a partire dal 19 aprile, potesse votare l’intera popolazione italiana, britannica, giapponese, russa, brasiliana e americana, più il Belgio. I maschi aventi diritto sono 497 milioni, le femmine 471 milioni.
La logistica
Il voto è una sfida organizzativa mastodontica. Quindi la Commissione elettorale ha annunciato che gli anziani e i diversamente abili potranno votare da casa o per posta, invece che nel milione e mezzo di seggi elettorali distribuiti in tutto il Paese, di cui 5,5 milioni con urne elettroniche. I seggi si trovano in scuole, università e centri comunitari, ma a volte si è costretti a improvvisare allestendoli dentro a un container, sulla cima di una montagna o nel cuore della foresta.
La Commissione ha lanciato un’allerta su Facebook a tutti gli utenti in India per avvertire di esercitare il proprio diritto e informare che ci sono 543 seggi parlamentari in ballo; che il risultato del conteggio verrà annunciato il 4 giugno 2024; e che ci saranno acqua, ripari, bagni, rampe, volontari, sedie a rotelle e connessione elettrica “per assicurarsi che ogni elettore, compresi gli anziani e i disabili, possa votare con facilità”, ha aggiunto Kumar.
Il Commissario non scherza quando dice che ogni voto conta. Nel 2019 cinque scrutatori viaggiarono prima in autobus e poi a piedi per due giorni per far votare un’unica elettrice, una donna di 39 anni che viveva in una zona remota nello Stato himalayano dell’Arunachal Pradesh.
Nell’arco di 44 giorni si voterà in 7 diverse date, anche infrasettimanali. Venerdì 19 aprile sono in gioco 102 seggi parlamentari, il 26 aprile sono 88, il 7 maggio 95 seggi, il 13 maggio 96 seggi, il 20 maggio 49 parlamentari, il 25 maggio 57 seggi, e, infine, il primo giugno, verranno scelti gli ultimi 57 parlamentari.
Stati chiave
Lo Stato più importante, come sempre, è l’Uttar Pradesh, 230 milioni di abitanti e 80 seggi. Chi vince lì, di solito, governa l’India, ma nel 2019 il Bjp ha perso seggi, dai 71 ottenuti del 2014 è sceso a 62. Gli altri stati chiave sono il Maharashtra con 48 seggi, il West Bengala con 42, il Bihar con 40 e il Tamil Nadu con 39. Questi ultimi tre sostengono la coalizione all’opposizione Indian National Development Inclusive Alliance che unisce 26 partiti e partitini con la speranza di vincere sullo strapotere del Bharatiya Janata Party di Narendra Modi e la sua coalizione.
Il leader
È lui, Narendra Modi, il peso massimo dell’equazione, il leader carismatico – che alcuni seguaci amano quanto un guru – che punta a essre rieletto per la terza volta consecutiva. I sondaggi danno il politico settantatreenne come ampiamente in grado di conquistare il terzo mandato finora ottenuto solo dal premier Jawaharlal Nehru, che fu il primo a guidare l’India indipendente. I suoi elettori sono felici della gestione e dello status internazionale che l’India che ha saputo conquistare.
Chi lo critica vede il suo nazionalismo induista come una spinta contraria allo spirito democratico voluto dalla Costituzione. Ma lui non bada alle critiche: “Questa volta avremo più di 400 seggi”, dice, il che consentirebbe al Bjp di approntare radicali riforme proprio a quella stessa Costituzione. Per avere l’incarico servono 272 seggi. Oggi il Bjp ne ha 303. E potrebbe davvero crescere.
Rahul Gandhi, rampollo della dinastia Nehru-Gandhi, figlio dell’italiana Sonia Gandhi, è il leader che cerca di guidare l’opposizione, pur essendo stato espulso dal Parlamento per una condanna per diffamazione. Non ha mai vinto un’elezione nazionale e non è mai stato ministro, ma nemmeno Modi lo era, ai tempi del primo mandato. Negli ultimi 10 anni il suo Congress Party si è atrofizzato, nonostante le due lunghe marce da Sud a Nord, da Ovest a Est intraprese da Gandhi per trascinare le masse.
Altro protagonista è Arvind Kejriwal, su cui molti riponevano le loro speranze. Il governatore di Delhi e leader del movimento anticorruzione Aam Aadmi Party, a marzo è stato arrestato con accuse di corruzione che lui dice sono vendette politiche del governo.
I temi caldi
Modi promette che nel 2047, centenario dell’indipendenza, l’India sarà una nazione sviluppata. È il Paese con l’economia che cresce più velocemente al mondo, ormai la quinta più grande del globo, che punta a superare Giappone e Germania per conquistare il terzo posto. Ma la ricchezza di questa crescita è concentrata in poche famiglie e il tasso d’ineguaglianza batte quello registrato sotto al colonialismo britannico. L’India è al 140º posto in termini di reddito pro-capite, più di 34 milioni di indiani vivono con meno di 2 euro al giorno. Il problema, oltre alla corruzione tuttora pervasiva nella politica e nell’economia, è la mancanza di posti di lavoro. I dati del governo dicono che la disoccupazione è in calo, gli esperti indipendenti lo negano, e spiegano che i nuovi lavori sono sottopagati e di scarsa qualità: si tratta di un rimescolamento dei dati per far sembrare che va tutto bene. È per questo che il welfare è in realtà uno dei temi centrali. La sfida tra le coalizioni si fonda su chi promette più aiuti, un modo per ridistribuire la ricchezza accumulata con la crescita. Ed è anche grazie a questa mentalità che le elezioni abbondano di sacchi di riso e bustine con qualche centinaio di rupie per comprare voti.