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Herzi Halevi, il generale filosofo con il 7 ottobre sulla coscienza

Il Capo di Stato Maggiore israeliano, oltre che per l’invasione di Gaza, ha addosso gli occhi del mondo per la risposta all’Iran
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TEL AVIV — C’è una foto, del 16 gennaio 2023. “Herzi il filosofo” è di spalle, basco rosso in testa. Lo hanno appena designato capo di Stato maggiore dell’Idf, le forze armate israeliane. La Cisgiordania ribolle, il nucleare iraniano preoccupa e lui dovrà vedersela con i veterani infuriati per la riforma della giustizia del premier Netanyahu. Soprattutto, non sa ancora cosa lo aspetti dal 7 ottobre. Herzl “Herzi” Halevi è al Muro del pianto. Accanto a lui c’è la moglie Sharon, separata dalla mechitza (il divisorio tra uomini e donne). Si volta, lei ha il velo sui capelli e le mani appoggiate al balaustra, un bellissimo sorriso puntato sul volto del marito. “Clic”. Il fotografo Haim Goldberg coglie l’attimo, e Twitter lo rende virale: «L’immagine che ogni Capo di stato maggiore tenta di dare di sé durante tutto l’incarico, Herzi è riuscito a ottenerla già il primo giorno», dice Ronen Manelis, allora portavoce delle forze armate. Il difficile, per Halevi, è mantenerla.

Sulle sue s…

TEL AVIV — C’è una foto, del 16 gennaio 2023. “Herzi il filosofo” è di spalle, basco rosso in testa. Lo hanno appena designato capo di Stato maggiore dell’Idf, le forze armate israeliane. La Cisgiordania ribolle, il nucleare iraniano preoccupa e lui dovrà vedersela con i veterani infuriati per la riforma della giustizia del premier Netanyahu. Soprattutto, non sa ancora cosa lo aspetti dal 7 ottobre. Herzl “Herzi” Halevi è al Muro del pianto. Accanto a lui c’è la moglie Sharon, separata dalla mechitza (il divisorio tra uomini e donne). Si volta, lei ha il velo sui capelli e le mani appoggiate al balaustra, un bellissimo sorriso puntato sul volto del marito. “Clic”. Il fotografo Haim Goldberg coglie l’attimo, e Twitter lo rende virale: «L’immagine che ogni Capo di stato maggiore tenta di dare di sé durante tutto l’incarico, Herzi è riuscito a ottenerla già il primo giorno», dice Ronen Manelis, allora portavoce delle forze armate. Il difficile, per Halevi, è mantenerla.

Sulle sue spalle ha già tre macigni. Il primo gli è piovuto addosso il 7 ottobre, con l’impreparazione e la sorpresa di fronte all’attacco di Hamas; il secondo è la gestione dell’invasione a Gaza: non ha liberato nessuno dei duecento ostaggi ma ha provocato 33mila morti, una strage su cui pende l’accusa di genocidio presso la Corte penale internazionale. Da qualche settimana ne ha sollevato un altro: l’attacco al consolato iraniano di Damasco, che ha aperto la crisi con l’Iran rischiando di innescare una guerra regionale delicatissima. Con gli ayatollah, Halevi ha un precedente brillante. Il 31 gennaio del 2018, a capo dell’intelligence, insieme al direttore del Mossad Yossi Cohen organizzò il clamoroso furto di mezza tonnellata di documenti riservati sul nucleare iraniano, trafugati da un ufficio a Teheran.

Dopo il 7 ottobre sguinzagliò i tank israeliani: «L’Idf entrerà a Gaza tenendo bene in mente le immagini dei cadaveri di 1.200 israeliani, delle donne violentate, degli ostaggi. Yahya Sinwar e la sua gerarchia sono uomini morti». Il 12 ottobre si era cosparso il capo di cenere: «Le forze armate sono responsabili della sicurezza, e abbiamo fallito». A fallire è stata soprattutto la profezia: dopo mesi di sangue e macerie il leader di Hamas è vivo e libero, gli ostaggi introvabili o morti. Quanto all’incubo di un attacco a Rafah, pare solo rimandato mentre l’Onu e le Ong protestano per l’uso militare della fame con il blocco degli aiuti. E dire che si era conquistato la fama di un comandante etico: dopo la guerra di Gaza del 2008, in cui morirono centinaia di civili palestinesi, aveva criticato i comandanti che non tenevano a bada i soldati.

Ma è su quello che accadrà ora con l’Iran che gli occhi sono concentrati. E Herzi Halevi è uno dei pochi a sapere esattamente dove, come e quando arriverà la rappresaglia di Israele dopo il bombardamento di sabato scorso: se ci sarà un bottone da premere, toccherà a lui farlo. La stabilità del mondo è nelle mani di un 57enne con 4 figli e un curriculum sui generis: figlio di una famiglia conservatrice, sionista e religiosa (il bisnonno Abraham Isaac Kook era il rabbino capo durante il Mandato britannico della Palestina), è diplomato al liceo religioso Himmelfarb, faceva parte degli scout religiosi Tzofim e si è laureato all’università ebraica di Gerusalemme in Filosofia e gestione aziendale. Poi, a Washington, ha aggiunto un master alla National Defense University.

È un ortodosso, il primo a ricoprire l’incarico; ma non indossa la kippà, e si limita a frequentare la sinagoga il sabato.

Fisico asciutto e indole sportiva, papà di un nuotatore professionista, Halevi corre come Forrest Gump: ogni mattina dà un appuntamento diverso all’autista per recuperarlo, e sono famose le sudate dei guardaspalle che faticano a stargli dietro nelle missioni internazionali, come a Doha dove lo inseguivano a stento sul lungomare. È «un uomo tutto famiglia», dicono, ma ha sempre combattuto. Contro Hezbollah, nelle forze speciali per le operazioni segrete. Ha guidato una brigata nella Cisgiordania occupata, diretto l’offensiva dei parà a Gaza City; ha comandato la divisone Galilea al confine col Libano. Capo del Comando Sud, condusse lui l’operazione Cintura nera: due giorni di battaglia con le brigate Al Quds, 43 morti. Nove erano israeliani.

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