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La maggioranza degli israeliani non vuole un attacco contro l’Iran che metta a repentaglio l’alleanza con i Paesi arabi

(afp)
In un sondaggio dell’Università Ebraica di Gerusalemme, il 52 per cento degli interpellati si schiera contro una reazione all’attacco dell’Iran e a favore di chiudere, almeno per il momento, il confronto militare diretto con Teheran, mentre il 48 per cento appoggia una rappresaglia
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LONDRA – Sostanzialmente unito sulla necessità di distruggere Hamas a Gaza come risposta all’aggressione palestinese del 7 ottobre, Israele è diviso sull’opportunità di reagire all’attacco missilistico dell’Iran dei giorni scorsi. La maggior parte dell’opinione pubblica israeliana appare contraria a una rappresaglia contro Teheran, con una maggioranza addirittura di tre quarti della popolazione nel caso in cui la rappresaglia mettesse a rischio l’alleanza di sicurezza fra lo Stato ebraico e gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia e vari Paesi arabi moderati, tra cui Giordania e Arabia Saudita, che hanno aiutato Gerusalemme a fermare quasi completamente i razzi e i droni iraniani, minimizzando i danni.

Il sondaggio

In un sondaggio della Hebrew University, l’Università Ebraica di Gerusalemme, il 52 per cento degli interpellati si schiera contro una reazione all’attacco dell’Iran e a favore di chiudere, almeno per il momento, il confronto militare diretto con Teheran, mentre il …

LONDRA – Sostanzialmente unito sulla necessità di distruggere Hamas a Gaza come risposta all’aggressione palestinese del 7 ottobre, Israele è diviso sull’opportunità di reagire all’attacco missilistico dell’Iran dei giorni scorsi. La maggior parte dell’opinione pubblica israeliana appare contraria a una rappresaglia contro Teheran, con una maggioranza addirittura di tre quarti della popolazione nel caso in cui la rappresaglia mettesse a rischio l’alleanza di sicurezza fra lo Stato ebraico e gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia e vari Paesi arabi moderati, tra cui Giordania e Arabia Saudita, che hanno aiutato Gerusalemme a fermare quasi completamente i razzi e i droni iraniani, minimizzando i danni.

Il sondaggio

In un sondaggio della Hebrew University, l’Università Ebraica di Gerusalemme, il 52 per cento degli interpellati si schiera contro una reazione all’attacco dell’Iran e a favore di chiudere, almeno per il momento, il confronto militare diretto con Teheran, mentre il 48 per cento appoggia una rappresaglia. Nel rilevamento, riportato stamani da Jerusalem Post e Financial Times, i contrari alla reazione sono addirittura il 75 per cento se la risposta israeliana fosse così forte da mettere a repentaglio l’alleanza di Gerusalemme con Paesi occidentali e arabi, i quali hanno tutti chiesto a Israele di rinunciare a rispondere, esercitando moderazione, per non provocare una escalation nel conflitto che potrebbe scatenare una grande guerra in Medio Oriente, valutando come una vittoria de facto lo scudo difensivo che ha parato i missili.

È la prima volta dall’inizio della guerra di Gaza sei mesi fa che la società israeliana appare così nettamente spaccata. Finora il sostegno alle operazioni militari per rispondere al pogrom di Hamas del 7 ottobre scorso era stato unanime, fra la gente come fra i partiti, sebbene nelle ultime settimane si sia evidenziata anche in questo campo una spaccatura: con pressioni per dare la priorità a una trattativa per il rilascio dei 130 israeliani ancora ostaggi dei jihadisti palestinesi e a un cessate il fuoco, insieme a richieste di dimissioni del primo ministro Netanyahu. Ma non era ancora emersa una chiara maggioranza contraria a un’azione militare, come indicato dal sondaggio sull’eventualità di rispondere all’attacco iraniano.

La divisione nell’opinione pubblica riflette una analoga incertezza nel governo di Gerusalemme e fra gli esperti israeliani. Il gabinetto di guerra, composto dal premier Netanyahu, dal ministro della Difesa Yoav Gallant e dal leader dell’opposizione Benny Gantz, ha annunciato che una risposta all’Iran ci sarà, senza dire dove, di che tipo e quando. “È chiaro che gli israeliani hanno deciso di agire”, ha commentato mercoledì il ministro degli Esteri britannico David Cameron dopo avere incontrato Netanyahu durante una visita in Israele, “ma speriamo che lo facciano in modo da contenere il più possibile il conflitto”.

Falchi e colombe

I falchi notano che, trattandosi del primo attacco diretto partito dal territorio iraniano, Israele non ha altra scelta se non quella di rispondere in modo altrettanto diretto colpendo l’Iran, se vuole ristabilire il proprio potere di deterrenza, cioè se vuole dissuadere altri nemici dal riprovarci. “Avremmo l’occasione di colpire duramente le infrastrutture nucleari iraniane che ci preoccupano da lungo tempo”, osserva l’ex-generale Amir Avivi, alludendo al programma di Teheran che, secondo Gerusalemme, è ormai vicino a costruire armi atomiche. Le colombe notano che per numerose ragioni sarebbe meglio rinviare una risposta a un distante futuro. “Se rispondiamo in modo troppo forte, rischiamo di provocare una forte reazione iraniana e di essere trascinati in una guerra contro Teheran e contro gli Hezbollah libanesi controllati dall’Iran”, dice l’ex-premier Ehud Olmert. “Se la nostra risposta è troppo piccola, rischiamo di apparire deboli e allora non servirebbe a niente”. Altri avvertono del pericolo di ritrovarsi a combattere su più fronti: Gaza, Libano e Iran. Altri ancora temono che un confronto con Teheran sarebbe una distrazione dall’obiettivo di risolvere la guerra di Gaza, distruggendo Hamas e liberando gli ostaggi. E molti ricordano il problema dell’opposizione a una risposta militare espressa da Washington e dagli alleati occidentali. Non meno importante è il fatto che i Paesi arabi moderati, in prima fila Giordania e sauditi, hanno aiutato Israele a fermare la pioggia di missili iraniani, ma non potrebbero più appoggiarla Israele se rispondesse con un massiccio attacco a Teheran.

Errori di calcolo

Sullo sfondo del dibattito, affiorano le critiche dell’amministrazione Biden per l’azione israeliana che ha messo in moto l’attuale sfida con l’Iran. Secondo indiscrezioni riportate dal New York Times, Israele ha avvertito gli Stati Uniti soltanto all’ultimo momento che intendeva colpire la sede consolare dell’ambasciata iraniana a Damasco per eliminare tre generali delle Forze al Quds, il dipartimento delle Guardie della Rivoluzione iraniana che si occupa di sostenere e dirigere i movimenti filoiraniani e i gruppi terroristi contro Israele in tutto il Medio Oriente. La tardiva comunicazione ha messo a rischio i militari americani presenti in numerose basi nella regione. Fonti della Casa Bianca affermano inoltre che Netanyahu ha commesso un errore di calcolo, non aspettandosi che l’Iran avrebbe reagito con un attacco così massiccio, anche se il lancio di missili e droni è stato inefficace dal punto di vista dei danni causati a Israele.

Salvagente per Netanyahu

Ma come sottolinea la Bbc, fino a quel momento il premier israeliano era in crescente difficoltà per la crisi umanitaria a Gaza e per la morte di sette operatori umanitari nella Striscia, fra cui sei stranieri, uccisi per errore da missili israeliani. Il raid contro l’ambasciata iraniana di Damasco, allargando il conflitto all’Iran, ha dato a Netanyahu un almeno temporaneo salvagente politico personale, anche se è tutto il Medio Oriente che a questo punto rischia di affondare in un ancora più vasto e imprevedibile conflitto. Le scelte, insomma, non sono facili e qualunque cosa faccia Israele, rappresaglia forte o simbolica, ci sono contro indicazioni.

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