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Iran-Israele, minacce incrociate sui siti nucleari. Onu, veto americano sullo Stato Palestinese

Gli Stati Uniti ritengono improbabile un attacco prima di Pesach, la Pasqua ebraica. Ad Ankara Haniyeh pone condizioni per deporre le armi a Gaza
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TEL AVIV – Gli Usa pongono il veto alla risoluzione per riconoscere la Palestina come membro Onu a pieno titolo: la decisione, presa nel Consiglio di sicurezza di ieri sera, asseconda gli auspici del suo stretto alleato, Israele, ma spegne un’altra flebile candela per la de-escalation nell’area. Poche ore prima che si votasse, il ministro degli esteri turco Hakan Fidan aveva incontrato a Doha il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, annunciando che «accetta la creazione di uno Stato palestinese entro i confini del 1967» e che in tal caso Hamas è pronta a deporre le armi. Una strada per ora troppo lunga, visto il veto Usa all’Onu, per incidere sulla crisi in corso e sulla sua metastasi, il conflitto riaperto tra Israele e Iran.

Dopo l’attacco israeliano all’ambasciata iraniana di Damasco e la pioggia di missili scagliati sabato notte da Teheran contro Israele, ora a tenere tutti con il fiato sospeso sono le minacce reciproche di puntare i missili sui siti nucleari d…

TEL AVIV – Gli Usa pongono il veto alla risoluzione per riconoscere la Palestina come membro Onu a pieno titolo: la decisione, presa nel Consiglio di sicurezza di ieri sera, asseconda gli auspici del suo stretto alleato, Israele, ma spegne un’altra flebile candela per la de-escalation nell’area. Poche ore prima che si votasse, il ministro degli esteri turco Hakan Fidan aveva incontrato a Doha il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, annunciando che «accetta la creazione di uno Stato palestinese entro i confini del 1967» e che in tal caso Hamas è pronta a deporre le armi. Una strada per ora troppo lunga, visto il veto Usa all’Onu, per incidere sulla crisi in corso e sulla sua metastasi, il conflitto riaperto tra Israele e Iran.

Dopo l’attacco israeliano all’ambasciata iraniana di Damasco e la pioggia di missili scagliati sabato notte da Teheran contro Israele, ora a tenere tutti con il fiato sospeso sono le minacce reciproche di puntare i missili sui siti nucleari dell’altro, e di fare fuoco: «La rappresaglia ci sarà, e sarà dura: ogni opzione è sul tavolo», ha detto ieri l’ex capo del Mossad, Zohar Palti, precisando che la corsa iraniana all’atomica fa parte degli obiettivi possibili. «Abbiamo il dito sul grilletto — avverte il generale Ahmad Haghtalab delle Guardie rivoluzionarie iraniane — se il regime sionista agirà contro i nostri centri e impianti nucleari, affronterà la nostra reazione. I loro impianti nucleari sono stati identificati e saranno presi di mira con armi avanzate, abbiamo tutte le informazioni necessarie per distruggerli». Il capo dell’Aiea, Rafael Grossi, lunedì aveva avvertito che l’Iran ha chiuso gli impianti nucleari «per ragioni di sicurezza». E aveva aggiunto di essere «preoccupato», richiamando gli ispettori. Ma l’ipotesi che Teheran non stia bluffando, e la capacità di colpire almeno alcuni obiettivi dimostrata sabato, richiedono moderazione.

Le ricostruzioni raccontano che è stato il primo ministro Benjamin Netanyahu a bloccare due volte, in due riunioni del gabinetto di guerra, la risposta pianificata da tempo all’attacco iraniano. Il blitz contro l’ambasciata di Damasco per colpire alcuni tra i sospetti ispiratori del 7 ottobre era stato studiato già due mesi prima. Israele aveva analizzato le possibili reazioni iraniane e le contromosse, sebbene sia rimasto sorpreso dalla portata della replica di Teheran. Sarebbe stata una telefonata tra Netanyahu e il presidente Usa Joe Biden a fargli cambiare idea: «La sensibilità diplomatica ha avuto la meglio», ha spiegato la tv di Stato, Kan.

Nelle ultime ore si è diffusa la notizia che per convincere gli israeliani a moderare la risposta gli Usa avessero dato il via libera all’attacco a Rafah, nella Striscia di Gaza. Una versione attribuita a fonti interne all’amministrazione Usa. Dopo un lungo silenzio, mantenuto nonostante fosse rimbalzata sui media di tutto il mondo, è stata ufficialmente smentita dal portavoce della Casa Bianca, ma è ufficiale che siano in corso incontri tra i delegati per la sicurezza di Usa e Israele: «Abbiamo concordato sull’obiettivo comune di vedere Hamas sconfitto a Rafah».

Così come non ci sono conferme della versione iraniana secondo cui Teheran avrebbe avvertito gli Usa, prima di attaccare Israele, «attraverso la missione diplomatica svizzera». E un ufficiale dei Servizi iraniani ha detto al magazine di geopolitica The Cradle che «Washington chiese indirettamente a Teheran di non replicare a un attacco israeliano che avrebbe consentito a Tel Aviv di “salvare la faccia”» dopo la pioggia di missili di sabato, ma «l’Iran ha rifiutato».

Resta l’incertezza di queste ore. Secondo Washington l’attacco israeliano «è improbabile avvenga prima della fine della Pesach», la Pasqua ebraica che dura una settimana a partire da lunedì prossimo. Ma se non si sbloccherà un accordo complessivo su come reagire senza innescare una pericolosa guerra regionale, nulla garantisce che i generali non premano il pulsante prima che inizi. In queste si dorme con un orecchio aperto: ci pensano i caccia, che sorvolano Tel Aviv ogni tre o quattro minuti, a mantenerlo vigile.

Nel frattempo arrivano le sanzioni: Usa e Regno Unito prendono di mira «entità e persone» in Iran che producono motori per droni e missili. «Siamo favorevoli alle sanzioni all’Iran per l’attacco a Israele, come siamo a favore del cessate il fuoco a Gaza. Ci auguriamo possa prevalere la pace con l’obiettivo dei due popoli e due stati», dice il ministro degli Esteri Antonio Tajani.

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