Come è avvenuto l’attacco israeliano all’Iran. Ecco cosa sappiamo
di Daniele RaineriPer attaccare l’Iran è molto probabile che Israele abbia usato questo stratagemma: ha fatto alzare uno sciame di piccoli quadricotteri in volo per far scattare la contraerea dell’Iran e poi ha lanciato missili balistici da alcuni bombardieri in volo. In pratica è la stessa tattica usata dall’Iran durante il suo attacco contro Israele nella notte tra il 13 e il 14 aprile, ma portato a un livello di sofisticazione superiore – come se avessero voluto far vedere “come si fa”.
Anche l’Iran aveva lanciato una prima ondata di droni, ma li aveva lanciati quasi tutti dal proprio territorio e considerata la loro relativa lentezza – relativa rispetto ai missili – hanno dato parecchie ore di tempo alle forze di sicurezza internazionali (Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Giordania) per abbatterli prima che entrassero nello spazio aereo di Israele. Gli israeliani invece hanno fatto alzare uno sciame di quadricotteri da punti non specificati, ma molto più vicini, e se ne è occupata una squadr…
Per attaccare l’Iran è molto probabile che Israele abbia usato questo stratagemma: ha fatto alzare uno sciame di piccoli quadricotteri in volo per far scattare la contraerea dell’Iran e poi ha lanciato missili balistici da alcuni bombardieri in volo. In pratica è la stessa tattica usata dall’Iran durante il suo attacco contro Israele nella notte tra il 13 e il 14 aprile, ma portato a un livello di sofisticazione superiore – come se avessero voluto far vedere “come si fa”.
Anche l’Iran aveva lanciato una prima ondata di droni, ma li aveva lanciati quasi tutti dal proprio territorio e considerata la loro relativa lentezza – relativa rispetto ai missili – hanno dato parecchie ore di tempo alle forze di sicurezza internazionali (Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Giordania) per abbatterli prima che entrassero nello spazio aereo di Israele. Gli israeliani invece hanno fatto alzare uno sciame di quadricotteri da punti non specificati, ma molto più vicini, e se ne è occupata una squadra clandestina di sabotatori: quasi certamente dallo stesso Iran. Sono questi droni ad apparire nei video notturni degli abbattimenti e a essere stati definiti “un attacco di zanzare” dai media iraniani.
I droni quadricotteri erano già stati usati in almeno altre tre occasioni dalle squadre di sabotatori al servizio degli israeliani – “al servizio” perché probabilmente sono specialisti con passaporto iraniano, magari di etnia curda o azera, assoldati dal Mossad. Avevano centrato uno stabilimento per la produzione di droni militari nel febbraio 2022 a Kermanshah, un laboratorio per lo sviluppo di droni militari a Parchin vicino Teheran nel maggio 2022 e un’industria militare a Isfahan nel gennaio 2023. Questo vuol dire che se si fosse trattato soltanto di un attacco con quadricotteri non sarebbe stata un’operazione significativa dal punto di vista politico, perché non ci sarebbe stato alcun elemento di novità rispetto alla campagna clandestina permanente degli israeliani contro le armi iraniane.
Poi sono arrivati i missili balistici, lanciati da aerei in volo. Sono i Rock, versione prodotta dalla israeliana Rafael dei missili Blue Sparrow. Sono uscite le fotografie di almeno due di questi missili caduti a sud di Baghdad in Iraq e nella provincia di Wasit, sempre a sud di Baghdad. E questo suggerisce che gli F-16 israeliani siano decollati da Israele in direzione est e abbiano lanciato i missili da qualche parte sopra la Giordania oppure l’Iraq. Ecco un’altra differenza diplomatica e militare tra l’attacco iraniano e quello israeliano. Nel primo caso la Giordania ha attivamente partecipato all’abbattimento dei droni e dei missili iraniani che volavano verso ovest, nel secondo caso ha lasciato che gli aerei israeliani volassero verso l’Iran e sparassero i missili balistici. Forse anche per questo è stata un’operazione molto limitata, per non far irritare gli alleati regionali che potrebbero essere preziosi in molte altre occasioni. Meglio non consumare troppo la disponibilità altrui, sebbene il gabinetto di guerra israeliano avesse promesso una risposta “devastante”.
L’obiettivo dell’operazione era l’ottava base tattica della aeronautica iraniana di Shekari, vicino Isfahan, da dove sono partiti alcuni dei missili e di droni di una settimana fa, che a loro volta puntavano la base israeliana di Netivot, nel deserto del Negev, da dove – secondo gli iraniani – erano partiti i jet che avevano bombardato l’edificio accanto al consolato iraniano di Damasco e ucciso il generale Mohammed Reza Zahedi. E così il cerchio delle rappresaglie si chiude. Non ci sono immagini dei danni, ma l'Iran non ha alcun interesse a divulgarle.
Si tratta delle stesse piste che ancora ospitano i caccia F-14 iraniani ancora in condizione di volare, circa una ventina, sopravvissuti a un contratto militare fatto con gli Stati Uniti nel 1974 – quindi prima della rivoluzione khomeinista.
Isfahan, nel centro dell’Iran, è già un messaggio implicito da parte degli israeliani: possiamo colpire ovunque. E comprende anche due siti del programma di ricerca nucleare, quello di Isfahan usato per produrre esafluoruro di uranio – relativamente poco difeso e quindi vulnerabile ai bombardamenti – che poi sarà arricchito altrove dalle centrifughe e quello di Natanz, che produce l’uranio arricchito di grado militare, è sotterraneo ed è meglio protetto.