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Una doccia calda, un kebab e il silenzio della notte: i desideri semplici di chi ha vissuto sei mesi di guerra a Gaza

(reuters)
La testimonianza. Dopo la fuga dalla Striscia, il giornalista Sami al-Ajrami racconta le sue prime ore al Cairo tra la gioia di chi riscopre il piacere delle attività a lungo negate e la nostalgia degli affetti
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Soltanto chi si è lavato con acqua fredda e sporca ogni quindici giorni per sei mesi può capire cosa significa potersi fare una doccia calda come le persone normali. È stato questo il primo desiderio che ho esaudito una volta arrivato al Cairo. Insieme ai miei amici ne avevamo parlato a lungo durante i momenti più duri, di quello che avremmo voluto fare una volta fuori dalla Striscia. E ora eccomi qua, così vicino e così lontano da quella che fino a due giorni fa era la mia vita.

Mi sono momentaneamente sistemato a casa di mio cugino ed è qui che ho passato la mia prima notte egiziana. Ho trascorso quasi due ore nella contemplazione del silenzio perché per sei mesi non c’è stata notte senza il rumore continuo delle perlustrazioni aeree e dei bombardamenti. Poi mi sono finalmente addormentato, come un bambino, nella totale serenità di chi può godere della certezza che non verrà ucciso da un raid.

Al mattino ho chiamato una delle mie migliori amiche, Fatma, e le ho chiesto di pranz…

Soltanto chi si è lavato con acqua fredda e sporca ogni quindici giorni per sei mesi può capire cosa significa potersi fare una doccia calda come le persone normali. È stato questo il primo desiderio che ho esaudito una volta arrivato al Cairo. Insieme ai miei amici ne avevamo parlato a lungo durante i momenti più duri, di quello che avremmo voluto fare una volta fuori dalla Striscia. E ora eccomi qua, così vicino e così lontano da quella che fino a due giorni fa era la mia vita.

Mi sono momentaneamente sistemato a casa di mio cugino ed è qui che ho passato la mia prima notte egiziana. Ho trascorso quasi due ore nella contemplazione del silenzio perché per sei mesi non c’è stata notte senza il rumore continuo delle perlustrazioni aeree e dei bombardamenti. Poi mi sono finalmente addormentato, come un bambino, nella totale serenità di chi può godere della certezza che non verrà ucciso da un raid.

Al mattino ho chiamato una delle mie migliori amiche, Fatma, e le ho chiesto di pranzare insieme. L’altro desiderio che volevo soddisfare era quello di mangiare un pasto normale seduto in un ristorante. Stare a un tavolo di un bar o di un ristorante con un amico è un sogno, anzi è diventato un sogno perché abbiamo dimenticato questo gesto semplice: tutti i bar e i ristoranti a Gaza sono stati distrutti. Per il mio primo grande pasto ho scelto un ristorante libanese e ho mangiato un kebab cotto sulla brace all’interno di un vaso di argilla. Poi, fumando un narghilè, abbiamo parlato di noi e abbiamo pianto insieme per cinque minuti.

Lei ha lasciato Gaza tre mesi fa e ora conduce una vita normale qui al Cairo dove lavora. Mi ha raccontano che per riuscire a chiudere con quello che è successo nella Striscia ha dovuto adottare uno stile di vita fatto di negazione, nel quale a essere rimossi sono anche i ricordi. Come me anche lei sente di non volere tornare ora perché nessuno vuole conservare quell’immagine di orrore. Abbiamo discusso anche del futuro di Gaza: se Hamas continuerà a governare sarà una catastrofe. Ci auguriamo che il regime finisca ma ci domandiamo anche quali potrebbero essere le alternative nella speranza che non siano ancora peggio.

Abbiamo lasciato Gaza ma Gaza non ha lasciato noi, non è facile andarsene ma negli ultimi mesi in tantissimi lo hanno fatto al punto che qui al Cairo c’è una grande comunità di abitanti della Striscia che cercano di ricostruirsi una vita normale dopo essere scappati o essere arrivati qui per sottoporsi a delle cure. Li riconosci da come si vestono e da come parlano e proprio questo ristorante è uno dei punti di ritrovo. Con noi gli egiziani sono molto accogliente, mi ha stupito scoprire quante persone – anche tra gli italiani – hanno seguito la guerra in questi mesi e conoscono perfettamente quello che è successo. C’è un grande network che supporta la gente di Gaza, è una sensazione piacevole sentirsi amati.

Eppure di Gaza mi mancano già gli amici con i quali ho trascorso la guerra, quelli che guardavo negli occhi mentre cadevano le bombe cercando di calmarci a vicenda, quelli che pochi minuti dopo ti facevano una battuta e scoppiava una risata. Li ho conosciuti in questi sei mesi ma non li dimenticherò. Li ho già chiamati tutti. Impossibile poi non pensare a mia madre, alle mie figlie così felici di sapermi finalmente al sicuro. Mentre attraversavo il valico di Rafah c’è stato un momento in cui sono stato assalito dal rimorso. Ho desiderato scendere dall’autobus, tornare al mio lavoro, alla mia vecchia vita.

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