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L’Italia informata dagli Usa ma esclusa dalla difesa di Israele. “Tempi lunghi per il via libera”

(reuters)

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Il retroscena. I dubbi degli alleati sulla compattezza del governo e il nodo del via libera del Parlamento
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Quattro ore. Sul filo. Con gli alleati a solcare i cieli per difendere Israele da Teheran. E Roma fuori dalle operazioni. Ricostruire quei 240 minuti - e la giornata che ha preceduto l’intervento congiunto che ha reso inoffensivo l’attacco iraniano - serve a capire il ruolo dell’Italia nello scacchiere mediorientale, i rapporti tra il governo Meloni e le Cancellerie occidentali, i possibili inciampi politici che hanno reso impossibile un coinvolgimento diretto del nostro Paese.

Il primo dato è che l’Italia era stata informata dagli Stati Uniti dell’operazione lanciata sabato scorso per proteggere Israele dall’attacco iraniano. Informata, ma non coinvolta. Nel senso che non ci hanno chiesto di contribuire sul piano militare, mentre Gran Bretagna e Francia facevano decollare i loro aerei. L’interpretazione più benevola, quella che trapela dai vertici dell’esecutivo, è che conoscendo le limitazioni imposte dalla nostra Costituzione all’uso delle forze armate, ci abbiano evitato l’im…

Quattro ore. Sul filo. Con gli alleati a solcare i cieli per difendere Israele da Teheran. E Roma fuori dalle operazioni. Ricostruire quei 240 minuti - e la giornata che ha preceduto l’intervento congiunto che ha reso inoffensivo l’attacco iraniano - serve a capire il ruolo dell’Italia nello scacchiere mediorientale, i rapporti tra il governo Meloni e le Cancellerie occidentali, i possibili inciampi politici che hanno reso impossibile un coinvolgimento diretto del nostro Paese.

Il primo dato è che l’Italia era stata informata dagli Stati Uniti dell’operazione lanciata sabato scorso per proteggere Israele dall’attacco iraniano. Informata, ma non coinvolta. Nel senso che non ci hanno chiesto di contribuire sul piano militare, mentre Gran Bretagna e Francia facevano decollare i loro aerei. L’interpretazione più benevola, quella che trapela dai vertici dell’esecutivo, è che conoscendo le limitazioni imposte dalla nostra Costituzione all’uso delle forze armate, ci abbiano evitato l’imbarazzo di rifiutare l’intervento - che avrebbe previsto una necessaria autorizzazione parlamentare, e magari il rischio di fronteggiare proteste di piazza, nel caso in cui avessimo partecipato. Quella meno piacevole è che non abbiano considerato il nostro governo come un protagonista necessario o utile al raggiungimento dell’obiettivo. I dubbi sulla totale lealtà di alcuni esponenti dell’attuale maggioranza sembrano persistere. Di certo, l’episodio impone una riflessione sul peso che deve assumersi la Nato e, in prospettiva, l’Ue in relazione ai progetti di difesa comune.

L’attacco iraniano era stato segnalato, probabilmente perché Teheran voleva dare un colpo a Israele, senza però provocare danni capaci di scatenare un conflitto diretto con gli Usa. Prima dell’intervento, Palazzo Chigi e la Difesa sono stati informati delle modalità e degli obiettivi dell’azione, anche perché la collaborazione operativa con i nostri servizi di intelligence per contrastare le attività più pericolose della Repubblica islamica è molto intensa ed efficace. E però, resta il fatto che non ci hanno chiesto di contribuire.

La Gran Bretagna ha fatto decollare i suoi aerei dalla base di Cipro, mentre due Rafale francesi sono partiti a sorpresa dalla Giordania. Hanno principalmente abbattuto pochi droni, in un numero che è possibile stimare in dieci unità, mentre il grosso del lavoro era portato avanti da forze israeliane e americane. Questo contributo è però servito a sottolineare che l’alleanza occidentale si era ricompattata in difesa dello Stato ebraico. In questi casi, partecipare fa spesso la differenza in termini dei successivi dividendi politici.

Ma non basta. In quelle stesse ore, l’Italia poteva contare su alcuni aerei in Kuwait, anche se la missione attuale è in via di smobilitazione. Velivoli che potevano essere attivati: il problema è che quei caccia si occupano soprattutto di raccolta delle informazioni, non di azioni militari di combattimento. Per contribuire allo “scudo” avrebbero dovuto ricevere l’autorizzazione del Parlamento. La nostra penisola, inoltre, dista poche ore di volo da Israele, e sulla carta gli aerei sarebbero potuti partire e ritornare in sicurezza nelle basi sul territorio nazionale, considerando che l’operazione è durata circa quattro ore. Neanche questo, e per le stesse ragioni “legali”, è avvenuto.

Secondo fonti italiane di massimo livello, inoltre, l’atteggiamento italiano sarebbe stato condizionato anche dal nodo della presenza dei nostri soldati in Libano con la missione Unifil dell’Onu, la cui incolumità tiene in allerta l’esecutivo. C’è però anche da sottolineare che in quello stesso Paese si sono tenuti di recente negoziati a cui hanno partecipato americani e francesi, in particolare nel settore energia, senza che questa circostanza abbia legato le mani a Parigi. Resta però il fatto che dietro il mancato intervento diretto di Roma al fianco degli alleati ci sarebbero essenzialmente ragioni politiche. L’Italia ha concentrato la sua attività dal 1945 in poi esclusivamente in operazioni militari difensive o di peacekeeping. Anche in questo caso si trattava di una azione protettiva e non offensiva, ma che avrebbe richiesto comunque un’autorizzazione da parte del Parlamento.

Questi sono pregi della nostra democrazia, considerando le macerie del fascismo su cui è stata costruita. Gran Bretagna e Francia hanno ordinamenti democratici assai rispettati, ma con una base costituzionale diversa. Non c’è dubbio che il contesto globale sia ora cambiato: missili e droni potrebbero essere un giorno indirizzati verso l’Europa, magari armati con gli ordigni atomici a cui Teheran si è molto avvicinata. Riflessioni che interrogano in queste ore il vertice del governo italiano e dell’Ue, sotto choc per l’attacco iraniano e l’aggressione russa in Ucraina.

E a rendere più urgenti queste valutazioni c’è anche l’allarme terrorismo che l’intelligence americana ha condiviso con Roma, dopo l’attacco a Mosca dell’Isis K. La minaccia riguarda ora soprattutto l’effetto emulazione da parte dei lupi solitari: Khorasan non ha nascosto l’intenzione di colpire ovunque l’Occidente, al punto che non manca chi parla di una situazione pre 11 settembre.

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