Ci sono bugie che possono salvare il mondo. Durante la crisi di Cuba il presidente Kennedy ordinò ai piloti americani che avevano fotografato le basi russe nell’isola di non dire che la contraerea gli aveva sparato addosso: dovevano mentire pure ai loro superiori. Quell’atto ostile avrebbe infatti obbligato il Pentagono a reagire, innescando una spirale verso lo scontro nucleare. E oggi la negazione dell’attacco israeliano da parte delle autorità iraniane ricorda tantissimo quell’episodio: una menzogna che può frenare la corsa verso la guerra totale.
Si chiama de-escalation ed è la difficile arte del domare i confronti tra nazioni prima che sfuggano di mano e si scatenino gli eserciti. Durante la Guerra Fredda era una scienza, a cui si dedicavano le menti migliori e grandi investimenti: era l’unica strada per impedire di precipitare nel baratro dell’apocalisse atomica. Dopo il crollo del Muro di Berlino quegli studi che intrecciavano diplomazia, intelligence e psicologia sono stati d…
Ci sono bugie che possono salvare il mondo. Durante la crisi di Cuba il presidente Kennedy ordinò ai piloti americani che avevano fotografato le basi russe nell’isola di non dire che la contraerea gli aveva sparato addosso: dovevano mentire pure ai loro superiori. Quell’atto ostile avrebbe infatti obbligato il Pentagono a reagire, innescando una spirale verso lo scontro nucleare. E oggi la negazione dell’attacco israeliano da parte delle autorità iraniane ricorda tantissimo quell’episodio: una menzogna che può frenare la corsa verso la guerra totale.
Si chiama de-escalation ed è la difficile arte del domare i confronti tra nazioni prima che sfuggano di mano e si scatenino gli eserciti. Durante la Guerra Fredda era una scienza, a cui si dedicavano le menti migliori e grandi investimenti: era l’unica strada per impedire di precipitare nel baratro dell’apocalisse atomica. Dopo il crollo del Muro di Berlino quegli studi che intrecciavano diplomazia, intelligence e psicologia sono stati dimenticati o giudicati inutili, lasciandoci inesperti e impotenti davanti al proliferare dei conflitti. Così di fronte al rischio che esploda il Medio Oriente, tutti a partire dal G7 invocano la de-escalation.
Di cosa si tratta? Il principio di base è la diffidenza verso il genere umano, che sembra naturalmente incline a inasprire le liti: c’è una tendenza innata verso l’escalation. Richard Smoke l’ha definita «una pressione o tentazione onnipresente, che richiede azioni e pensieri più ponderati per fermarla che non per iniziarla». Sì, difendere la pace è molto più difficile che fare la guerra. Ci vuole una gestione sapiente di azioni, come lo schieramento di truppe in una determinata zona; di parole negli interventi pubblici e di messaggi confidenziali trasmessi attraverso mediatori riservatissimi. Bisogna sapere accelerare e mostrarsi pronti a tutto: ad esempio, il blocco navale Usa nel 1962 con la minaccia di aprire il fuoco contro le navi sovietiche dirette a Cuba. Oppure rallentare per rilanciare il dialogo, come la rinuncia irachena ad attaccare i reparti di Erdogan entrati sul suo territorio nel 2019.
L’ingrediente chiave è la credibilità, indispensabile per costruire la deterrenza ossia per convincere il rivale che ogni suo passo potrebbe avere un costo superiore ai vantaggi. Quando Barack Obama non intervenne contro il regime siriano che aveva usato il gas contro la popolazione – la “linea rossa” da lui stesso tracciata – finì per dare ad Assad e ai suoi alleati mano libera nella repressione. E la fuga dell’Alleanza atlantica da Kabul nell’agosto 2021 ha persuaso Putin che nessuno avrebbe ostacolato l’invasione dell’Ucraina.
Fondamentale è la gradualità, in modo da avere margini di manovra prima che la situazione diventi irreparabile. Per gestire una crisi è necessario stabilire proprio le “linee rosse”: quali sono le “soglie” che una volta superate fanno alzare la tensione tra due Paesi. Durante il braccio di ferro tra la Nato e il Patto di Varsavia era stata creata una scala con diciassette livelli, perché gli anglosassoni lo considerano un numero fortunato. C’è da dire che la scaramanzia è sempre stata parte di queste operazioni, perché – teorizzavano i manuali - un incidente imprevisto può far degenerare una controversia ma non l’ha mai ricomposta. E d’altronde molti si chiedono ancora se la soluzione della storia di Cuba sia stata dovuta alle straordinarie capacità di Kennedy e Krusciov o soltanto alla buona sorte.
Gli esperti spiegano che nel mondo attuale tutto è più complicato. Le guerre ibride non hanno bisogno di essere dichiarate: cyber assalti, operazioni di influenza, ricatti economici, flussi pilotati di profughi sono aggressioni che sfuggono ai vecchi canoni. Questo ha eroso i confini di ciò che è accettabile o meno: lo si è visto nel 2014 con l’occupazione russa della Crimea e l’inizio delle battaglie nel Donbass. Da quel momento la situazione è peggiorata progressivamente, senza porre un argine alle pretese di Mosca. Ma non ci sono percorsi diretti, perché ogni scelta può avere effetti opposti. L’aiuto americano a Kiev è stato rallentato per evitare l’escalation con il Cremlino: gli F16 chiesti nel 2022 arriveranno quest’estate e gli ucraini temono che questo ritardo possa dare la vittoria a Putin.
Gli Usa però sembrano avere fatto tesoro degli errori e adesso nel Medio Oriente stanno dando il massimo per contenere il vortice di violenza aperto dalle stragi jihadiste del 7 ottobre. Usano diplomazia, spie, sovvenzioni, pressioni e, quando serve, armi. Hanno ottenuto qualche successo: Hezbollah non ha aperto un secondo fronte dal Libano e l’offensiva contro Rafah finora non c’è stata. Il capolavoro potrebbe essere il silenzio degli ayatollah sull’attacco israeliano di ieri. Non a caso, molti paragonano la de-escalation agli scacchi: un gioco in cui gli iraniani restano maestri.