Teheran minimizza: “Fuochi d’artificio”. Ma ora il “partito dell’atomo” è più forte
di Gabriella ColarussoLa mattina dopo è tutto uno sminuire. Il capo dell’esercito iraniano, il generale Mousavi, parla di «oggetti sospetti» abbattuti dalla contraerea che «non hanno fatto danni», l’ex ministro degli esteri Zarif li chiama «fuochi d’artificio». Il capo della diplomazia, Amir Abdollahian, riconosce un attacco israeliano, e dice: «Hanno tentato di rendere una vittoria il loro fallimento ed esagerare la questione». Tasnim, il giornale più vicino ai Pasdaran, assapora il gusto della beffa e pubblica una prima pagina con una sola parola, in ebraico, quella usata dal ministro dell’ultradestra israeliana Itamar Ben Gvir: “moscio”.
È stato un attacco limitato, ma nessuno in realtà ne conosce davvero l’impatto: i media non hanno interesse a pubblicare foto di eventuali danni alla base dell’aeronautica iraniana di Shekari, vicino Isfahan, presa di mira perché è quella dalla quale sono partiti alcuni dei missili e dei droni contro Israele. A un centinaio di km c’è l’impianto più importante del prog…
La mattina dopo è tutto uno sminuire. Il capo dell’esercito iraniano, il generale Mousavi, parla di «oggetti sospetti» abbattuti dalla contraerea che «non hanno fatto danni», l’ex ministro degli esteri Zarif li chiama «fuochi d’artificio». Il capo della diplomazia, Amir Abdollahian, riconosce un attacco israeliano, e dice: «Hanno tentato di rendere una vittoria il loro fallimento ed esagerare la questione». Tasnim, il giornale più vicino ai Pasdaran, assapora il gusto della beffa e pubblica una prima pagina con una sola parola, in ebraico, quella usata dal ministro dell’ultradestra israeliana Itamar Ben Gvir: “moscio”.
È stato un attacco limitato, ma nessuno in realtà ne conosce davvero l’impatto: i media non hanno interesse a pubblicare foto di eventuali danni alla base dell’aeronautica iraniana di Shekari, vicino Isfahan, presa di mira perché è quella dalla quale sono partiti alcuni dei missili e dei droni contro Israele. A un centinaio di km c’è l’impianto più importante del programma nucleare iraniano, quello di Natanz, non ci sono notizie che sia stato colpito o che fosse un obiettivo ma a sera la Abc cita una fonte americana per dire che invece il radar che lo protegge è stato danneggiato.
Gli iraniani ridimensionano, e fanno sapere che non pianificano nessuna contro-risposta, perché la rappresaglia soft israeliana offre una via d’uscita dalle tensioni e le minacce incrociate delle ultime settimane che sono arrivate a lambire anche il programma nucleare di Teheran. I Guardiani della rivoluzione hanno avvertito che un attacco ai siti di sviluppo o una minaccia alla produzione atomica di Teheran potrebbero cambiare la dottrina nucleare. L’Iran ha sempre detto di non volere la bomba atomica, c’è una fatwa di Khamenei contro gli ordigni nucleari che risale a metà degli anni Novanta e ha le sue radici nelle scritture islamiche e nella storia dell’Iran, che fu vittima delle armi chimiche di Saddam durante la guerra 1980-1988. La Guida ha sempre respinto le pressioni per una revisione della dottrina, ma una minaccia alla sicurezza nazionale iraniana o agli impianti nucleari potrebbe aumentare la pressione sull’ayatollah, che proprio ieri ha compiuto 85 anni, in un fase delicata della vita politica iraniana. I giochi per la successione a Khamenei sono già iniziati, e il potere dei Pasdaran, il braccio militare del Sistema, è sempre più rampante. Lo si è visto in queste settimane di conflitto indiretto con Israele, quando l’incaricato d’affari svizzero è stato convocato per la prima volta nelle sede dei Guardiani e non al ministero degli Esteri.
L’ala dura dell’apparato di sicurezza premeva da tempo per porre fine alla dottrina della “pazienza strategica” e rispondere direttamente agli attacchi israeliani ad interessi iraniani, ed è quello che è accaduto la notte del 13 aprile.
Se lo scontro con Israele - potenza nucleare - non arriverà a un nuovo equilibrio, se il dialogo nucleare con gli Usa non ripartirà o se i sauditi dovessero convincere gli americani a concedere loro il nucleare in cambio della normalizzazione con Israele, l’Iran potrebbe riconsiderare anche la natura del programma nucleare. Che ha sempre assicurato essere civile, anche se sappiamo dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica che almeno fino al 2003 è stato anche militare. L’ultimo rapporto dell’Aiea di febbraio dice che l’Iran ha scorte di uranio arricchito al 60% che ammontano a 5,5 tonnellate. Se arricchite fino al 90% potrebbero bastare per due ordigni, ma poi ci sono una serie di implementazioni tecniche per realizzare una bomba. Secondo le stime più attendibili l’Iran potrebbe completare il processo, se volesse, in un tempo tra 12 e 24 mesi.