Algeria, polemiche per l’apertura del primo fast-food del pollo fritto Usa. “Sostiene Israele, boicottatelo”
di Leonardo MartinelliTUNISI – Apre, chiude, ma poi riapre, anche se senza più il logo ben noto di Kfc, l’emblematico ritratto del colonnello Sanders. Il primo fast-food di pollo fritto della catena americana, inaugurato in terra algerina, ha scatenato non poche polemiche e vissuto un debutto contrastato, contestato da algerini ferventi difensori della causa palestinese, che rimproverano alla catena di sostenere Israele.
Il punto vendita aveva aperto i battenti domenica scorsa, a Dely Ibrahim, nella periferia Ovest di Algeri. Dal primo giorno molti clienti vogliosi di provare il pollo fritto di Kentucky Fried Chicken si erano presentati all’entrata. Ma assieme a loro anche i manifestanti, una quarantina di donne coperte dall’hijab, un velo in linea perfetta con i dettami dell’islam, accompagnate da uomini, che sventolavano bandiere palestinesi. Le proteste sarebbero state organizzate da un piccolo partito islamista, ma favorevole al regime algerino, il Movimento El-Bina, di Abdelkader Bengrina, che, p…
TUNISI – Apre, chiude, ma poi riapre, anche se senza più il logo ben noto di Kfc, l’emblematico ritratto del colonnello Sanders. Il primo fast-food di pollo fritto della catena americana, inaugurato in terra algerina, ha scatenato non poche polemiche e vissuto un debutto contrastato, contestato da algerini ferventi difensori della causa palestinese, che rimproverano alla catena di sostenere Israele.
Il punto vendita aveva aperto i battenti domenica scorsa, a Dely Ibrahim, nella periferia Ovest di Algeri. Dal primo giorno molti clienti vogliosi di provare il pollo fritto di Kentucky Fried Chicken si erano presentati all’entrata. Ma assieme a loro anche i manifestanti, una quarantina di donne coperte dall’hijab, un velo in linea perfetta con i dettami dell’islam, accompagnate da uomini, che sventolavano bandiere palestinesi. Le proteste sarebbero state organizzate da un piccolo partito islamista, ma favorevole al regime algerino, il Movimento El-Bina, di Abdelkader Bengrina, che, però, non ha rivendicato la paternità delle manifestazioni. I video delle proteste si erano subito diffusi sui social, scatenando reazioni contrastanti.
Mercoledì mattina, fuori dal Kfc, il logo non era più visibile: era stato rimosso, apparentemente dalle autorità. Intanto il punto vendita rimaneva chiuso. Ma nel pomeriggio ha riaperto. E nei giorni successivi ha continuato a funzionare: il sotterfugio, un po’ ipocrita, sembra funzionare. “È un compromesso trovato fra gli algerini anti-imperialisti, che accusano il marchio di sostenere la guerra di Israele contro i palestinesi, e quelli del ceto medio alla moda, ben contenti di avere il loro Kfc sul posto, ora che i visti per andare in Europa per vivere all’occidentale diventano sempre più difficili da ottenere”, ha dichiarato una giornalista algerina (che ha chiesto l’anonimato) al quotidiano francese Le Monde.
Le voci critiche (e non solo in Algeria), rimproverano al marchio, in quanto emblema statunitense, di sostenere Israele nella guerra contro Gaza, a partire dal 7 ottobre 2023. Kfc aveva cercato già di calmare rapidamente le acque con un post su Instagram, affermando il contrario, ma senza grande successo. Al tempo stesso, l’Algeria non ha mai smesso, dall’inizio del conflitto, di mostrare solidarietà nei confronti della causa palestinese, come l’ha sempre fatto storicamente.
In un Paese dove la maggior parte delle manifestazioni, soprattutto politiche, sono proibite (per la paura di una ripresa dell’hirak, il movimento che tra il 2019 e il 2021ha scosso il paese, poi ripiombato in una spirale autoritaria), le autorità avevano invece autorizzato una grande marcia per sostenere Gaza, il 19 ottobre 2023. Un fiume di gente per le strade di Algeri.
Prima dell’inaugurazione, l’Algeria era uno dei rari paesi dell’Africa a non avere alcun fast-food occidentale sul suo territorio, come McDonald o Burger King, dopo che Quick se ne era già andato qualche anno fa. Ma la situazione economica nel paese è relativamente buona, grazie alla vendita del gas naturale all’estero (Italia compresa) e le tariffe in crescita per gli idrocarburi a partire dalla guerra in Ucraina. Il presidente Abdelmadjid Tebboune si è comprato il consenso della popolazione a colpi di aumenti degli aiuti sociali e degli stipendi dei dipendenti pubblici.
Marchi stranieri di vario tipo stanno cercando di ritornare in Algeria per beneficiare del miglioramento del tenore di vita. Non avevano previsto le implicazioni del sostegno a Gaza. Da sottolineare: sui social non sono mancati commenti ironici da parti di algerini sull’accaduto, del tipo: “Certi spiriti illuminati sono persuasi che chiudere un Kfc ad Algeri avrà più impatto di un attacco di 200 droni e di una cinquantina di missili”, alludendo a quello realizzato da Teheran su Israele
Non è la prima volta che Kfc è contestato in un paese musulmano. Nel Pakistan, che dal 7 ottobre appoggia massicciamente la causa palestinese, a Mirpur (nel Nord-Est del Paese), cinquanta uomini stati stati arrestati il 30 marzo, dopo aver incendiato un punto vendita del marchio del pollo fritto. La folla aveva scandito slogan anti Israele. Sarebbe stato Tehrik-e-Labbaik, un partito islamista, a organizzare l’assalto, lo stesso all’origine di manifestazioni anti-francesi nel 2020 e nel 2021. In Egitto altri marchi di prodotti occidentali sono stati contestati. Per continuare a lavorare, alcuni di loro hanno sostenuto apertamente la Palestina.