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Erdogan abbraccia i leader di Hamas. L’ira di Israele: “Si vergogni”. E il Qatar minaccia di lasciare i negoziati

(afp)
L’emiro, che fino ad ora ha ospitato la leadership di Hamas in esilio e svolto il ruolo di mediatore, sarebbe propenso a lasciare il tavolo dopo mesi di impasse
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TEL AVIV — I negoziati per gli ostaggi e il cessate il fuoco sono in panne. Il Qatar — che li ospita, ma è indispettito per polemiche e accuse sulla mancanza di passi avanti — minaccia di «riconsiderare» il proprio ruolo di mediatore. Temendo lo sfratto dei suoi leader, ospitati da 12 anni a Doha, Hamas sta cercando casa altrove, rischiando di rendere ancora più difficile un accordo.

Secondo il Wall Street Journal, i palestinesi hanno contattato «almeno altri due Stati» per trasferire il quartier generale. La testa del movimento è a Doha da 12 anni: lasciò Damasco quando esplose la guerra civile siriana, e gli Usa chiesero al Qatar di accoglierli per mantenere attivo un canale. Uno dei Paesi contattati, secondo il Wsj, è l’Oman, con cui Israele attivò rapporti nelle trattative per gli Accordi di Abramo. L’altro? Le fonti del Wsj tacciono, ma non sembra un caso che ieri il presidente turco Recep Tayyip Erdogan abbia intrattenuto per due ore e mezza il capo politico di Hamas, Ismai…

TEL AVIV — I negoziati per gli ostaggi e il cessate il fuoco sono in panne. Il Qatar — che li ospita, ma è indispettito per polemiche e accuse sulla mancanza di passi avanti — minaccia di «riconsiderare» il proprio ruolo di mediatore. Temendo lo sfratto dei suoi leader, ospitati da 12 anni a Doha, Hamas sta cercando casa altrove, rischiando di rendere ancora più difficile un accordo.

Secondo il Wall Street Journal, i palestinesi hanno contattato «almeno altri due Stati» per trasferire il quartier generale. La testa del movimento è a Doha da 12 anni: lasciò Damasco quando esplose la guerra civile siriana, e gli Usa chiesero al Qatar di accoglierli per mantenere attivo un canale. Uno dei Paesi contattati, secondo il Wsj, è l’Oman, con cui Israele attivò rapporti nelle trattative per gli Accordi di Abramo. L’altro? Le fonti del Wsj tacciono, ma non sembra un caso che ieri il presidente turco Recep Tayyip Erdogan abbia intrattenuto per due ore e mezza il capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, nel palazzo Dolmabahce a Istanbul. Haniyeh arriva da Doha, e lì aveva appena incontrato il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan.

La reazione di Israele

La reazione israeliana alla stretta di mano con Erdogan è nella foto dell’incontro postata dal ministro degli Esteri, Israel Katz: «I Fratelli musulmani: stupri, omicidi, profanazione di cadaveri e bambini bruciati. Erdogan vergognati», twitta citando gli islamisti a cui Hamas si ispira. Ma sono le grandi manovre intorno al tavolo negoziale a preoccupare. Le comunicazioni già farraginose tra il capo politico di Hamas e il leader Yahya Sinwar, nascosto chissà dove a Gaza, rendono lentissimi i passaggi su ogni bozza di accordo. Il trasferimento potrebbe paralizzarle.

Erdogan e Haniyeh hanno parlato di aiuti umanitari e cessate il fuoco: «È inevitabile che i palestinesi agiscano uniti, la risposta più forte a Israele passa dall’integrità», ha detto il presidente turco che non nasconde le ambizioni di pontiere tra i mondi. Alla guida di un Paese disteso tra Oriente e Occidente, membro della Nato ma con legami e affari ovunque, dalla Russia all’Iran, sogna di essere il grande stratega degli accordi di pace. Ci ha provato con Russia e Ucraina, ma con esiti mediocri. Ci andò vicinissimo a marzo 2022, ma non se ne fece niente. Ci riprovò con i corridoio del grano: sono durati un anno ma hanno funzionato davvero solo quando l’accordo è saltato, e l’Ucraina è andata avanti da sola.

Lo stallo dei negoziati

Ma lo stallo nei negoziati tra Israele e Hamas, nei quali il Qatar è padrone di casa e media insieme all’Egitto, potrebbe dare a Erdogan una nuova chance di entrare nella partita. Il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, dice che il Paese del Golfo sta riconsiderando il proprio ruolo come mediatore per colpa degli «interessi particolari» di chi «sfrutta politicamente» il suo Paese e i suoi sforzi negoziali «diffamando il Qatar per sostenere la campagna elettorale». Il premier Benjamin Netanyahu ha più volte criticato il Qatar, e minaccia di spegnere la qatariota Al Jazeera, una delle poche voci giornalistiche a Gaza. Pochi giorni prima, il senatore democratico Steny Hoyer aveva esortato a «rivalutare» le relazioni Usa con Doha per non aver ottenuto da Hamas e Israele l’accordo sui prigionieri. Ma il Qatar, tra i migliori alleati non Nato, resta un partner essenziale per gli Usa, di cui ospita la base militare più grande nell’area con diecimila soldati.

La situazione è complessa, e nel frattempo c’è un’altra mina nell’intreccio tra i rapporti: mentre arriva il via libera alla Camera sugli aiuti americani, secondo Axios il segretario di Stato Antony Blinken starebbe per annunciare sanzioni contro il battaglione israeliano “Netzah Yehuda” per violazioni dei diritti umani nella Cisgiordania occupata. E proprio ieri sono stati uccisi dieci palestinesi in Cisgiordania, mentre nulla ferma la carneficina a Gaza dove i morti nelle ultime 24 ore sono 37. Un crogiolo esplosivo in cui ribolle l’incubo dell’attacco a Rafah: il G7 non lo vuole ma Israele continua a ritenerlo indispensabile.

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