La misteriosa uccisione dell’americano che combatteva con i russi nel Donbass
di Luca Steinmann“Tutti dobbiamo morire, ed è giusto farlo per una buona causa”. Quando nel 2014 l’americano Russel Bentley pronunciò queste parole entrando nel Donbass per unirsi alle milizie filorusse si aspettava di potere venire ucciso in battaglia dall'esercito ucraino. Mai avrebbe pensato che dieci anni più tardi, dopo essere diventato un volto iconico del fronte russo, sarebbe stato barbaramente ammazzato in circostanze misteriose. Dopo essere scomparso per diversi giorni, lo scorso 19 aprile Bentley è stato trovato morto nel rione di Petrovsky, a Donetsk. Sul suo corpo diversi segni di pesanti violenze subite. Notizie non confermate dicono che sia stato decapitato.
Anche se le circostanze della sua morte non sono ancora state chiarite, numerose fonti dicono che gli assassini potrebbero essere dei soldati inquadrati in gruppi armati leali al Cremlino. Tra queste fonti c’è la moglie, una donna del posto che nei giorni precedenti aveva denunciato su Telegram come suo marito fosse stato prelevato…
“Tutti dobbiamo morire, ed è giusto farlo per una buona causa”. Quando nel 2014 l’americano Russel Bentley pronunciò queste parole entrando nel Donbass per unirsi alle milizie filorusse si aspettava di potere venire ucciso in battaglia dall'esercito ucraino. Mai avrebbe pensato che dieci anni più tardi, dopo essere diventato un volto iconico del fronte russo, sarebbe stato barbaramente ammazzato in circostanze misteriose. Dopo essere scomparso per diversi giorni, lo scorso 19 aprile Bentley è stato trovato morto nel rione di Petrovsky, a Donetsk. Sul suo corpo diversi segni di pesanti violenze subite. Notizie non confermate dicono che sia stato decapitato.
Anche se le circostanze della sua morte non sono ancora state chiarite, numerose fonti dicono che gli assassini potrebbero essere dei soldati inquadrati in gruppi armati leali al Cremlino. Tra queste fonti c’è la moglie, una donna del posto che nei giorni precedenti aveva denunciato su Telegram come suo marito fosse stato prelevato e portato via da un gruppo di uomini in divisa militare che lo accusavano di essere una spia americana.
“Russel era un simbolo” ha scritto invece sempre su Telegram uno dei leader della prima ora dell’autoproclamata Repubblica di Donetsk commentando la sua morte e chiedendo “le più severe punizioni” per i suoi assassini. Per poi aggiungere: “La sua morte è una colossale sconfitta di reputazione” per il fronte russo, “paragonabile ai saccheggi del 2014 quando diverse dozzine di bastardi crearono un immagine estremamente negativa della Repubblica di Donetsk”, lasciando così intendere che gli assassini vanno cercati nel Donbass e non a Kiev. Tutto è ancora molto torbido. Ciò che è certo è che con Bentley se ne va uno dei volti più noti dei movimenti filorussi di questa regione.
A Donetsk tutto lo conoscevano con il nome di Texas, per via delle sue origini. Lo si poteva incontrare nei luoghi frequentati dai soldati, dove era facilmente riconoscibile grazie alla sua stazza imponente, alla sua lunga chioma grigia, ai folti baffi e al marcato accento americano che aveva quando parlava in russo. Occasionalmente indossava un cappello da cowboy e delle vesti militari con sopra attaccate medaglie e simboli comunisti. Alla vita portava di tanto in tanto un cinturone sul cui lato pendeva una pistola dentro la fondina.
Nel Donbass Bentley aveva trovato una nuova vita dopo un burrascoso passato oltreoceano. Sessantaquattro anni, rampollo di una agiata famiglia repubblicana di Austen, in patria aveva prima partecipato al Sessantotto, schierandosi contro la Nato e la guerra in Vietnam. In seguito, aveva scontato cinque anni di carcere per reati legati al traffico di marijuana. Evaso di prigione, aveva vissuto da latitante per qualche tempo prima di essere nuovamente catturato. Ammiratore di Lenin, con lo scoppio della guerra in Ucraina nel 2014 si era imbarcato su un volo per la Russia e da lì, insieme ad un altro volontario italiano, era entrato nei territori in mano ai gruppi armati ostili a Kiev.
Arruolatosi, aveva combattuto contro le truppe ucraine ma da qualche anno aveva abbandonato le armi, si era sposato, aveva acquisito la cittadinanza russa ed era diventato una sorta di influencer filorusso. Collaboratore di Sputnik, il portale online controllato dal governo di Putin, Bentely si recava spesso nelle zone adiacenti al fronte per portare aiuti alla popolazione rimasta a vivere lì e per registrare video propagandistici in cui invocava la “resistenza” contro i “nazisti ucraini”. I media del Cremlino lo avevano elevato a star. Bentley riassumeva i sé tutte le apparenti contraddizioni, cosiddette rossobrune, che contraddistinguono molti volontari internazionali che si uniscono ai russi come foreign fighters: occidentale ma filorusso ed avverso alla Nato, comunista ma fervente ortodosso devoto al patriarcato di Mosca, reietto in patria che nel Donbass aveva trovato una nuova casa, una famiglia, nuova identità.
Un profilo perfetto da promuovere online per invitare aspiranti combattenti di tutto il mondo a unirsi ai soldati di Putin. Mentre il Cremlino emanava nuove leggi per attirare e favorire l’arrivo di combattenti stranieri, Bentely veniva elevato a icona per le reclute. Non a caso negli ultimi mesi aveva partecipato a diverse iniziative pubbliche dove erano presenti parecchi nuovi volontari stranieri, spesso ragazzi poco più che ventenni, che lo vedevano come un veterano al quale ispirarsi.
Nessuno a Donetsk si sarebbe quindi aspettato che Bentley potesse venire ucciso così violentemente. Nessuno dice di credere che fosse una spia. In pochi sostengono che la sua morte sia avvenuta per mano di Kiev, cosa che nemmeno i media russi, solitamente celeri nel denunciare la “pista ucraina”, stanno rilanciando. C’è chi parla di regolamenti di conti, chi di dissidi personali, chi invece di un’uccisione dovuta dall’eccessivo consumo di alcool da parte di alcuni soldati. C’è chi chiede di potere organizzare in città un funerale per questo americano che nel Donbass diceva di avere trovato una casa. Ma dove alla fine è stato barbaramente ucciso