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Referendum in Ecuador, il popolo decide: “Sì all’esercito in strada contro i narcos”

(reuters)
La consultazione voluta dal presidente Noboa prevedeva 11 quesiti che toccavano soprattutto il tema della sicurezza. Nove di questi sono stati approvati con oltre il 70 per cento dei suffragi
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Una schiacciante vittoria nel referendum di domenica consente al presidente Daniel Noboa di militarizzare l’Ecuador. Sarà l’esercito a controllare le piazze e le vie appoggiando la polizia nella gestione dell’ordine pubblico. La consultazione prevedeva 11 quesiti che toccavano soprattutto il tema della sicurezza. Nove di questi sono stati approvati con oltre il 70 per cento dei suffragi.

Il più clamoroso riguarda l’uso delle Forze Armate per compiti civili senza dover dichiarare lo Stato di eccezione, finora decretato con apposito provvedimento e restato in vigore per quasi tre mesi. Non ci sarà quindi neanche bisogno di modificare la Costituzione che escludeva l’uso dei soldati per fronteggiare la criminalità. Approvata anche l’estradizione degli ecuadoriani ritenuti responsabili di reati gravi, escludendo la pena di morte e altre pene considerate “crudeli e degradanti”. Sarà invece vietata per reati politici o di opinione, eccetto il terrorismo, quelli contro l’umanità e altri fissa…

Una schiacciante vittoria nel referendum di domenica consente al presidente Daniel Noboa di militarizzare l’Ecuador. Sarà l’esercito a controllare le piazze e le vie appoggiando la polizia nella gestione dell’ordine pubblico. La consultazione prevedeva 11 quesiti che toccavano soprattutto il tema della sicurezza. Nove di questi sono stati approvati con oltre il 70 per cento dei suffragi.

Il più clamoroso riguarda l’uso delle Forze Armate per compiti civili senza dover dichiarare lo Stato di eccezione, finora decretato con apposito provvedimento e restato in vigore per quasi tre mesi. Non ci sarà quindi neanche bisogno di modificare la Costituzione che escludeva l’uso dei soldati per fronteggiare la criminalità. Approvata anche l’estradizione degli ecuadoriani ritenuti responsabili di reati gravi, escludendo la pena di morte e altre pene considerate “crudeli e degradanti”. Sarà invece vietata per reati politici o di opinione, eccetto il terrorismo, quelli contro l’umanità e altri fissati dalle convenzioni internazionali.

Gli unici due quesiti respinti riguardano il mondo del lavoro. Era stata chiesto il consenso sulla formalizzazione degli impieghi, con orari e diritti prestabiliti. I sindacati si erano già detti contrari perché ritenevano che la regolamentazione avrebbe procurato più danni che benefici visto che il 70 per cento del lavoro in Ecuador è informale.

Tuttavia, la consultazione ha registrato il tasso più basso di assenteismo nella storia del paese. Quasi il 30 per cento degli elettori non si è recato alle urne, il che equivale 10 punti in più rispetto alla media registrata in analoghe elezioni.

Indetto nel momento più critico della sua amministrazione, con una profonda crisi sulla sicurezza e una gestione caotica del sistema energetico con continui blackout dovuti anche alle ondate di calore insolite in questo periodo dell’anno, il referendum ha comunque confermato il tasso di consenso verso il giovane rampollo della famiglia più ricca dell’Ecuador, grazie all’industria delle banane, che continua ad assestarsi sul 74 per cento.

I cartelli si sono fatti sentire anche in questa giornata decisiva per il futuro del paese andino. Il direttore del carcere di ÈEl Rodeo, nella provincia di Manabí, sette ore di auto da Quito, è stato assassinato mentre mangiava con la sua famiglia in un ristorante. I militari sono dovuti intervenire per una nuova rivolta nel penitenziario di Los Ríos, dove ci sono stati quattro detenuti feriti. Noboa ha voluto festeggiare il risultato con un post su Instagram dove assieme a una foto nel quale è circondato dalla famiglia scrive: “Abbiamo difeso il Paese, ora avremo gli strumenti per combattere la criminalità e riportare la pace nelle famiglie ecuadoriane”.

Critiche sono giunte dall’ex presidente Rafael Correa, riparato in Belgio e alla guida dell’opposizione. “È stato messo un freno”, ha riconosciuto, “ma non possiamo dimenticare che sono stati spesi 62 milioni di dollari per una consultazione non necessaria”. Quindi ha sferrato il suo affondo: “Siamo di fronte a un ragazzo che non ha limiti né scrupoli. Voleva essere come Bukele: ha avuto grandi successi ma ha commesso anche grandi errori. Assomiglia a Caligola, il giovanissimo imperatore romano che impazzì perché non sapeva come gestire il potere”.

È indubbio che il presidente del Salvador sia diventato ormai un esempio per molti capi di Stato della regione. Il problema della violenza delle gang e dell’insicurezza dominano i dibattiti e restano in cima all’agenda politica. I Cartelli criminali si contendono il traffico di droga, quello dei migranti, le estorsioni e i taglieggi, oltre ai sequestri e le tasse imposte nelle aree che controllano. Nayib Bukele ha usato il pugno di ferro per portare un po’ di pace sbattendo in carcere oltre 80mila persone, spesso senza valide prove ma solo per vaghi sospetti. La gente lo adora con consensi che sfiorano il 90 per cento. Ha trasformato il Paese delle maras e del terrore in un’oasi di pace. Abolendo ogni diritto e ogni garanzia costituzionale. I salvadoregni lo hanno appoggiato e ci hanno rinunciato. “Possiamo finalmente camminare tranquilli per le strade giorno e notte”, spiegano orgogliosi.

Javier Milei sta seguendo la stessa strada ma in un contesto più articolato e in un Paese come l’Argentina che ha alle spalle sette anni di feroce dittatura militare. Sull’onda di questa tendenza, Noboa ha emulato l’uomo forte del Salvador: ha ridotto del 50 per cento gli omicidi e in 79 giorni di stato d’eccezione ha compiuto quasi 17 mila arresti dei quali 280 per terrorismo. Ora i risultati del referendum passeranno al vaglio del Congresso per essere approvati e trasformati in legge. Ma il presidente deve fare i conti con l’opposizione correista della Rivoluzione dei cittadini che controlla il 38 per cento dei voti, rafforzati dopo la contestatissima irruzione all’ambasciata messicana a Quito per arrestare l’ex vicepresidente Jorge Glas lì rifugiato per motivi politici.

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