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La Georgia in bilico tra Europa e Russia: la legge putiniana divide Parlamento e piazza

(afp)
A migliaia manifestano da giorni davanti al Parlamento per impedire l’approvazione della legge “sulle influenze straniera” che farebbe terra bruciata della società civile, com’è successo in Russia
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TBILISI – Ara rusul kanons, ki Evropas. Ogni giorno da un’intera settimana, centinaia di volte, da mattina a notte inoltrata, i georgiani scandiscono a perdifiato le stesse parole: “no alla legge russa, sì all’Europa”. E poi, tavisupleba, “libertà”, uno dei primi termini che impara chi passa un po’ di tempo in questa piccola Repubblica del Caucaso meridionale, stretta tra la Russia e la Turchia ma protesa sul mar Nero, attraverso cui vi giunsero Greci e Romani. Allora la Georgia si chiamava Colchide. La sua principessa, narra la mitologia, Medea. Tavisupleba è l’inno nazionale di un Paese oggi in bilico tra la Russia e l’Europa. Ed è anche il nome della piazza principale di Tbilisi, dove in queste sere di tensioni vengono schierati gli idranti, i blindati e i camion della polizia antisommossa, colmi di uomini in mimetica e balaclava.

TBILISI – Ara rusul kanons, ki Evropas. Ogni giorno da un’intera settimana, centinaia di volte, da mattina a notte inoltrata, i georgiani scandiscono a perdifiato le stesse parole: “no alla legge russa, sì all’Europa”. E poi, tavisupleba, “libertà”, uno dei primi termini che impara chi passa un po’ di tempo in questa piccola Repubblica del Caucaso meridionale, stretta tra la Russia e la Turchia ma protesa sul mar Nero, attraverso cui vi giunsero Greci e Romani. Allora la Georgia si chiamava Colchide. La sua principessa, narra la mitologia, Medea. Tavisupleba è l’inno nazionale di un Paese oggi in bilico tra la Russia e l’Europa. Ed è anche il nome della piazza principale di Tbilisi, dove in queste sere di tensioni vengono schierati gli idranti, i blindati e i camion della polizia antisommossa, colmi di uomini in mimetica e balaclava.

Se ne stanno a trecento metri dal Parlamento, pronti a intervenire per dare supporto alle altre centinaia di Robocop, come li chiamano i manifestanti, allineati in file ordinate sui lati dell’imponente edificio di viale Rustaveli. Proteggono l’uscita posteriore, la sola libera per i deputati che fino a tarda notte discutono la legge sulle “influenze straniere”, con cui il partito al potere dal 2012, Sogno Georgiano, intende controllare le Ong e i media che ricevono fondi dall’estero (e cioè dall’Occidente, donatore prevalente), accusati di diffondere “idee pseudoliberali”. Decine di migliaia di cittadini di ogni età ostruiscono gli altri varchi, posti dietro cancellate rinforzate dopo i fatti dell’anno scorso, quando il governo aveva provato a introdurre la stessa legge, simile a quella che ha raso al suolo la società civile russa. Era stato costretto a ritirarla, spaventato dalla rabbia del popolo: la Georgia pareva sull’orlo della rivoluzione. Oggi Sogno georgiano, creatura del miliardario Bidzina Ivanishvili, arricchitosi in Russia a cavallo del crollo dell’Unione sovietica, ci riprova. Ivanishvili, che è stato primo ministro, mantiene un’influenza decisiva sul partito e secondo l’opposizione e la società civile vuole riportare il Paese nell’orbita di Mosca. In strada, sembra di rivivere le stesse scene del marzo 2023. “Guarda”, fa segno Nini Gabritchidze, una giornalista locale, indicando i gruppi di ragazzini appollaiati sulle cornici dell’edificio del Parlamento. “Erano seduti lì anche l’anno scorso. I più giovani sono impressionanti, non temono nulla, sono pronti a combattere”.

(afp)

E le prime violenze si sono viste nella notte tra martedì e mercoledì: la polizia antisommossa ha caricato centinaia di manifestanti, rincorrendoli per le viuzze attigue al Parlamento e manganellando brutalmente chi cadeva. A fare da apripista è stata però l’aula legislativa, teatro lunedì scorso di una maxirissa tra onorevoli. In Georgia, i cambi di potere avvengono per moto violento. Il primo presidente, Zviad Gamsakhurdia, controverso eroe nazionale dell’indipendenza dall’Urss, è morto in circostanze misteriose.

Il secondo, Eduard Shevardnadze, chiamato a rimettere insieme i cocci di un Paese sprofondato nella guerra civile, è stato deposto dalla Rivoluzione delle rose, il cui leader, il terzo presidente Mikheil Saakashvili, languisce ora in carcere. “Ivanishvili teme di fare la stessa fine”, sostiene Kornely Kakachia del Georgian Institute of Politics. “Qui la politica segue regole informali improntate alla vendetta”. Oggi alla presidenza c’è Salomè Zourabichvili, sostenitrice indefessa del cammino europeo del Paese, ma il suo ruolo è divenuto cerimoniale quando Saakashvili, all’ultimo mandato, trasferì le competenze chiave al primo ministro, posto che sperava di ricoprire per restare al potere.

Alle redini del governo c’è Irakli Kobakhidze, ma tutti ritengono che “non si muova foglia senza che Ivanishvili voglia”. E chi ogni sera scende in strada teme che l’uomo più ricco della Georgia abbia fatto una scelta di campo in favore del Cremlino, invertendo il percorso euroatlantico che da un quarto di secolo rappresenta la priorita? del Paese. Da anni il partito di governo è accusato di essere “filorusso”, epiteto che nell’arena politica locale si usa per discreditare i rivali, tanto Mosca è impopolare. Ma le ultime mosse di Sogno georgiano hanno lasciato attoniti gli analisti più cauti, che leggevano certe ambiguità come dettate da pragmatismo. Circolano diverse teorie: la principale vuole Ivanishvili terrorizzato da Putin, certo che la Russia vincerà in Ucraina e che la Georgia deve riposizionarsi in fretta. E anche convinto che il suo immenso patrimonio sarà preso di mira da sanzioni occidentali.

In quest’ottica è vista la recente approvazione di emendamenti che eliminano le tasse per i beni offshore introdotti nel Paese. In difesa di Tbilisi si è spesa la Russia, mentre contro il progetto di legge si stanno adoperando tutte le cancellerie occidentali. Il dipartimento di Stato Usa ha rilasciato una nota, mai così dura, in cui ha descritto la norma in discussione come “ispirata dal Cremlino”. Il testo è atteso in aula nei prossimi giorni per la seconda lettura. Come in Italia, sono previsti tre passaggi e la firma della presidente, il cui veto, già annunciato, è aggirabile con i numeri di cui Sogno georgiano dispone. Governo e manifestanti sono decisi ad andare avanti a qualsiasi costo. La settimana che si apre sarà incandescente.

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