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Marton Gergely: “Col suo revisionismo Meloni copia il metodo Orbán”

Il direttore del settimanale indipendente Hvg traccia un parallelo tra i metodi di governo ungherese e italiano
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BERLINO — Viktor Orbán ha cambiato persino il preambolo della Costituzione per sdoganare la dittatura di Miklos Horthy, il suo irredentismo, la sua ossessione per la ferita del Trianon (la cessione di due terzi del territorio e un terzo della popolazione imposto all’Ungheria dopo la Prima guerra mondiale). E per far dimenticare la sua alleanza di ferro con Adolf Hitler. E oggi Marton Gergely, grande giornalista ungherese e direttore di uno dei pochi media indipendenti sopravvissuti alle purghe di Orbán, il settimanale Hvg, mette in guardia dal revisionismo storico: «È pericoloso, è un tratto tipico dei regimi autoritari». Sulla vicenda Scurati, Gergely mette in guardia da un «istupidimento degli italiani», se il pensiero unico del governo Meloni dovesse prevalere nell’informazione pubblica, come avvenuto in Ungheria con Orbán.

Ci può spiegare l’orbanismo? C’è stata anche in lui la volontà di imporre una nuova egemonia culturale, tanto per citare un obiettivo dichiarato del governo Mer…

BERLINO — Viktor Orbán ha cambiato persino il preambolo della Costituzione per sdoganare la dittatura di Miklos Horthy, il suo irredentismo, la sua ossessione per la ferita del Trianon (la cessione di due terzi del territorio e un terzo della popolazione imposto all’Ungheria dopo la Prima guerra mondiale). E per far dimenticare la sua alleanza di ferro con Adolf Hitler. E oggi Marton Gergely, grande giornalista ungherese e direttore di uno dei pochi media indipendenti sopravvissuti alle purghe di Orbán, il settimanale Hvg, mette in guardia dal revisionismo storico: «È pericoloso, è un tratto tipico dei regimi autoritari». Sulla vicenda Scurati, Gergely mette in guardia da un «istupidimento degli italiani», se il pensiero unico del governo Meloni dovesse prevalere nell’informazione pubblica, come avvenuto in Ungheria con Orbán.

Ci può spiegare l’orbanismo? C’è stata anche in lui la volontà di imporre una nuova egemonia culturale, tanto per citare un obiettivo dichiarato del governo Merloni?

«Assolutamente. Quando Orbán tornò al potere nel 2010 conquistando due terzi della maggioranza in Parlamento, cambiò la Costituzione, senza alcuna discussione parlamentare, senza referendum, senza confrontarsi con nessuno. E nel preambolo, in sostanza, “dimenticando” la lunga collaborazione tra Horthy e Hitler, ficcò in un unico calderone il periodo in cui i nazisti occuparono effettivamente l’Ungheria, nel 1944, insieme alla liberazione dei sovietici nell’anno successivo. E scrisse che dopo mille anni di indipendenza, c’era stata una parentesi “nera” tra il 1944 fino alla fine del comunismo nel 1990. L’obiettivo era duplice: equiparare occupanti nazisti e comunisti. Ma soprattutto: sdoganare quello che c’era prima. Ossia: la dittatura di Horthy. E oggi lo vediamo ogni volta che passiamo davanti al Parlamento, dove Orbán ha fatto rimettere tutte le statue di quell’era. Inoltre, come se l’Ungheria non avesse mai collaborato con i nazisti e non avesse fatto deportare centinaia di migliaia di ebrei nei campi di concentramento, ha fatto erigere una statua in cui l’Arcangelo Gabriele, l’Ungheria, viene attaccato da un’aquila, la Germania di Hitler. Una mistificazione storica».

Cosa pensa della vicenda Scurati, lo scrittore censurato per il suo discorso sul 25 aprile?

«Sono episodi che riconosco. Il controllo sempre più stretto dell’informazione pubblica da parte del governo è qualcosa che abbiamo vissuto molto da vicino, qui in Ungheria. L’informazione, in questi anni, è diventata sempre più l’espressione di un pensiero unico, di un punto di vista unico, senza contraddittorio, senza dubbi, senza dialettica. E il risultato è devastante».

Cioè?

«C’è un istupidimento generale preoccupante, un’incapacità a dibattere ma persino a formulare un pensiero complesso, strutturato, che si sta diffondendo come un’epidemia. Ed è quello che rischia anche l’Italia, se prevarrà il pensiero unico di Meloni e dei suoi alleati. La dialettica è fondamentale per la salute mentale di ogni democrazia».

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