Sfugge alla cattura nello Sri Lanka il ministro iraniano accusato per l’attentato anti-ebraico di Buenos Aires
di Daniele MastrogiacomoSfugge alla cattura il ministro degli Interni iraniano Ahmad Vahidi, accusato dalla giustizia argentina di essere tra i registi del devastante attentato compiuto nel 1994 a Buenos Aires contro l’Amia, l’Associazione mutualistica ebraica. Un camion imbottito di tritolo venne parcheggiato nei sotterranei del palazzo ed esplose uccidendo 85 persone e ferendone altre 300. Il ministro faceva parte di una delegazione di Teheran in visita in Pakistan e nello Sri Lanka. Il suo nome, assieme ad altri sei, cinque iraniani e un libanese, ritenuti complici e autori materiali della strage, erano stati segnalati all’Interpol che li aveva inseriti nella lista rossa delle persone ricercate a livello internazionale. Lo Sri Lanka è stato criticato per non aver eseguito l’ordine di arresto ma un portavoce del ministero degli Esteri di Colombo ha replicato dicendo che Vahidi non era indicato nella lista dei partecipanti alla visita. Non si sa se si tratta di una svista o di una omissione voluta per evita…
Sfugge alla cattura il ministro degli Interni iraniano Ahmad Vahidi, accusato dalla giustizia argentina di essere tra i registi del devastante attentato compiuto nel 1994 a Buenos Aires contro l’Amia, l’Associazione mutualistica ebraica. Un camion imbottito di tritolo venne parcheggiato nei sotterranei del palazzo ed esplose uccidendo 85 persone e ferendone altre 300. Il ministro faceva parte di una delegazione di Teheran in visita in Pakistan e nello Sri Lanka. Il suo nome, assieme ad altri sei, cinque iraniani e un libanese, ritenuti complici e autori materiali della strage, erano stati segnalati all’Interpol che li aveva inseriti nella lista rossa delle persone ricercate a livello internazionale. Lo Sri Lanka è stato criticato per non aver eseguito l’ordine di arresto ma un portavoce del ministero degli Esteri di Colombo ha replicato dicendo che Vahidi non era indicato nella lista dei partecipanti alla visita. Non si sa se si tratta di una svista o di una omissione voluta per evitare un incidente diplomatico da parte del piccolo stato a Sud dell’India.
Le proteste dell’Argentina
Il mancato arresto ha sollevato le proteste di Buenos Aires che solo la settimana scorsa aveva impresso una svolta decisiva a una vicenda che si trascina da 30 anni. Una Corte d’Assise d’appello aveva definito l’attentato all’Amia un “crimine contro l’umanità” e creato le premesse per portare il caso davanti alla Corte penale internazionale e far giudicare, anche in contumacia, i sei alti dirigenti della Repubblica islamica dell’Iran, ritenuti i mandanti morali, e un cittadino libanese legato a Hezbollah, considerata l’organizzazione che aveva piazzato materialmente il camion-bomba.
La notizia è rimbalzata subito a Teheran che ha protestato energicamente. Ha definito “illegale” la richiesta argentina all’Interpol. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Nasser Kanani “ha condannato fermamente la ripetizione di richieste illegali basate su menzogne da parte di alcuni giudici argentini sui cittadini iraniani nel caso Amia”, si legge in una nota ufficiale. L’agenzia di stampa Irna ha riferito che il ministro Ahmad Vahidi era tornato martedì a Teheran per partecipare a una cerimonia per l’insediamento di un governatore provinciale. La stessa agenzia riporta i commenti del ministero degli Esteri che ribadiscono come “le accuse mosse nel caso Amia contro cittadini iraniani non hanno alcuna validità”. L’Iran, ricorda la nota, “sostiene l’esecuzione della giustizia e il perseguimento di coloro che, distruggendo documenti, hanno causato gravi deviazioni nel corso delle indagini sul caso Amia e sono sfuggiti alla punizione di questo incidente”.
L’attentato del 1994 a Buenos Aires
L’“incidente” è avvenuto la mattina del 18 luglio 1994 davanti e sotto il palazzo dell’Asociación Mutual Israelita Argentina. Dopo lunghe e complesse indagini furono accusati l’allora ministro della Difesa e attuale degli Interni Ahmad Vahidi, quello dell’Informazione Alì Fallahjian, l’ex consigliere del governo Moshen Rezai, l’ex addetto all’ambasciata iraniana a Buenos Aires Moshen Rabbani, l’ex funzionario diplomatico Ahmad Reza Ashgari e il libanese Imad Fayez. Ma venne coinvolto anche l’allora presidente iraniano Ali Akbar Hashemi Bahramaie Rafsanjani. L’inchiesta avanzò tra mille difficoltà. Venne portato alla sbarra l’allora presidente argentino Carlos Menem che alla fine fu assolto. Pagò invece il suo capo dell’intelligence Hugo Anzorreguy con una condanna a 4 anni e mezzo per aver ostacolato le indagini.
L’insabbiamento e il possibile complotto
La cosa rimase sospesa per un po’ per essere poi insabbiata in qualche archivio. Riprese slancio quando fu riesumata dal giudice Alberto Nisman che il 14 gennaio del 2015 accusò l’allora presidente dell’Argentina Cristina Fernández de Kirchner e altri suoi stretti collaboratori di aver coperto i registi e gli autori dell’attentato secondo un patto, sottoscritto da Argentina e Iran, che prevedeva la commercializzazione con Teheran di mais, carne e tecnologia militare. Il magistrato doveva presentare la sua requisitoria al Congresso. Ma due giorni prima dell’appuntamento fu trovato cadavere nel suo appartamento. Si parlò di suicidio, poi di omicidio, quindi di nuovo di suicidio. Fino al settembre scorso quando una perizia stabilì che qualcuno lo aveva ucciso.
L’arrivo di Javier Milei alla Casa Rosada ha accelerato le procedure. Il suo aperto e costante sostegno a Israele ha aperto le porte alla magistratura con una sentenza che ha accusato formalmente di terrorismo l’Iran. Di qui, la richiesta ufficiala all’Interpol di procedere all’arresto dei presunti responsabili.