Caccia alle reclute, Polonia e Lituania offrono aiuto a Kiev per riconsegnare gli uomini fuggiti
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniBERLINO – La pressione sugli ucraini fuggiti all’estero sta salendo alle stelle: Kiev vuole costringerli a tornare in patria a combattere. Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri Dimitri Kuleba aveva già annunciato che avrebbe sospeso i servizi consolari per i concittadini rifugiati in altri Paesi “per ripristinare un comportamento giusto” verso il reclutamento. In sostanza, per impedire loro di ottenere i documenti per prolungare i loro soggiorni. La priorità, a fronte dell’invasione russa, “è proteggere la nostra patria dalla distruzione”, aveva scritto Kuleba sui social media. Trattenersi all’estero, aveva aggiunto, “non esime i cittadini dai loro doveri nella madrepatria”.
Polonia e Lituania
La novità è che la Polonia e la Lituania si sono dichiarate disponibili ad aiutare l’Ucraina a rimpatriare gli uomini in età da combattimento. Con sfumature diverse, Varsavia e Vilnius hanno detto che spingeranno gli ucraini a tornare nel loro Paese. Dall’inizio dell’invasione russa, a…
BERLINO – La pressione sugli ucraini fuggiti all’estero sta salendo alle stelle: Kiev vuole costringerli a tornare in patria a combattere. Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri Dimitri Kuleba aveva già annunciato che avrebbe sospeso i servizi consolari per i concittadini rifugiati in altri Paesi “per ripristinare un comportamento giusto” verso il reclutamento. In sostanza, per impedire loro di ottenere i documenti per prolungare i loro soggiorni. La priorità, a fronte dell’invasione russa, “è proteggere la nostra patria dalla distruzione”, aveva scritto Kuleba sui social media. Trattenersi all’estero, aveva aggiunto, “non esime i cittadini dai loro doveri nella madrepatria”.
Polonia e Lituania
La novità è che la Polonia e la Lituania si sono dichiarate disponibili ad aiutare l’Ucraina a rimpatriare gli uomini in età da combattimento. Con sfumature diverse, Varsavia e Vilnius hanno detto che spingeranno gli ucraini a tornare nel loro Paese. Dall’inizio dell’invasione russa, a febbraio del 2022, gli ucraini in età da leva non possono lasciare il Paese e sono obbligati a registrarsi agli uffici di reclutamento. Chi è andato all’estero di nascosto lo ha fatto spesso per sfuggire alle armi.
“I cittadini ucraini hanno obblighi verso lo Stato”, ha dichiarato il ministro della Difesa polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz. Aggiungendo che i loro permessi di soggiorno in Polonia non saranno rinnovati e persino che Varsavia potrebbe rispedirli in Ucraina: “tutto è possibile”. Secondo l’Eurostat ci sono circa 200mila uomini con passaporto ucraino in Polonia.
Anche la Lituania ha detto che farà in modo che gli ucraini tornino a casa, ma il ministro della Difesa Laurynas Kasciunas ha escluso deportazioni forzate. “E’ possibile - ha spiegato - restringere i benefici sociali, i permessi di lavoro, i documenti, e ci sono altre opzioni che ci sono state suggerite dalla Polonia”, ha puntualizzato.
I diritti umani e costituzionali
Molti ucraini, infuriati, hanno reagito denunciando le violazioni dei diritti umani e costituzionali. Ma il ministro della Difesa polacco ha detto di capire i suoi concittadini furiosi per gli ucraini in età da leva avvistati “nei caffè e negli alberghi” in Polonia.
Nei giorni scorsi l’Ucraina, che fatica a contenere l’avanzamento delle truppe russe sul fronte orientale, ha approvato tra enormi polemiche una legge per costringere più uomini al fronte. La legge concede agli uffici di reclutamento di denunciare chi evade la coscrizione obbligatoria e aumenta le pene per chi non compare alla chiamata alle armi. La polizia e le autorità locali sono incaricate di aiutare l’esercito negli sforzi di reclutamento.
A dicembre Repubblica aveva raccontato che per aggirare la mancanza di una coscrizione forzosa e per non somigliare ufficialmente alla Russia, le autorità ucraine avevano cominciato a rapire persone per strada, a Charkiv, in Transcarpazia, un po’ ovunque. Uomini che venivano portati nei centri di reclutamento ed erano obbligati, spesso con la forza, a firmare una dichiarazione “volontaria” di reclutamento.