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Alla Columbia formato ‘68 una guerra delle culture che lacera gli Stati Uniti

La sinistra moderata predica il “diritto di parola”, ma il capo degli studenti si è dovuto scusare per un post sui social in cui diceva “i sionisti devono morire”
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NEW YORK — La presidenza della Columbia University affronta la protesta degli studenti. I liberal di Manhattan si allarmano “Occhio agli estremisti”, il campus alle porte di Harlem dibatte in assemblea. Quando parte lo sgombero dell’ateneo e la polizia arriva con le manette, il New York Times denuncia «il nichilismo turbolento degli occupanti», il presidente di Columbia accusa i laureandi «Come si possono ridurre così degli esseri umani?» e Washington teme per le elezioni alla Casa Bianca.

Non è la cronaca di questi giorni di cortei a Columbia su Gaza, con la presidente Minouche Shafik a chiamare, dopo mezzo secolo, la polizia per far arrestare i militanti pro Hamas e abbattere la tendopoli sul prato davanti alla Biblioteca Butler dove, alla vigilia delle lauree, di solito, volano frisbee e si flirta mano nella mano. È il ricordo del 1968, specchio della storia, con il presidente di Columbia, Grayson Kirk, a negoziare invano con il leader dei giovani, Mark Rudd, il raid della pol…

NEW YORK — La presidenza della Columbia University affronta la protesta degli studenti. I liberal di Manhattan si allarmano “Occhio agli estremisti”, il campus alle porte di Harlem dibatte in assemblea. Quando parte lo sgombero dell’ateneo e la polizia arriva con le manette, il New York Times denuncia «il nichilismo turbolento degli occupanti», il presidente di Columbia accusa i laureandi «Come si possono ridurre così degli esseri umani?» e Washington teme per le elezioni alla Casa Bianca.

Non è la cronaca di questi giorni di cortei a Columbia su Gaza, con la presidente Minouche Shafik a chiamare, dopo mezzo secolo, la polizia per far arrestare i militanti pro Hamas e abbattere la tendopoli sul prato davanti alla Biblioteca Butler dove, alla vigilia delle lauree, di solito, volano frisbee e si flirta mano nella mano. È il ricordo del 1968, specchio della storia, con il presidente di Columbia, Grayson Kirk, a negoziare invano con il leader dei giovani, Mark Rudd, il raid della polizia, il futuro direttore del New York Times, A.M. Rosenthal, ad attaccare i dimostranti e i candidati democratici alla presidenza, Humphrey e Bob Kennedy, a temere l’ondata Legge&Ordine per il repubblicano Nixon che, puntuale, arriverà a novembre.

Come allora, in primavera, Columbia aspettava gli alumni, ex allievi invitati per passeggiate di nostalgia, seminari e soprattutto donazioni alla scuola fondata nel 1754 come King’s College e ribattezzata Columbia nel 1784, patrimonio di 13 miliardi di dollari. È andata male, i laureati han litigato coi ragazzi in keffiah, «Davanti al genocidio dei palestinesi blaterate», rispondendo a tono «Siete antisemiti!», mentre i picchetti di Cuad chiedono «Basta investimenti in Israele e nelle aziende militari, Lockheed, Heico, BlackRock, Google, Microsoft». Una ragazza, trecce e volto coperto, spiega: «Mi chiamo L. distribuisco QrCode con il nostro manifesto, citiamo lo storico Charles Beard che nel 1917 si dimise da Columbia per pacifismo, bollandola da medievale, reazionaria, meschina».

Il Senato Accademico, piccato per non esser stato avvisato dell’arrivo della polizia, impone a Shafik di «ascoltare le parti in causa», molti docenti in toga si uniscono solidali ai cortei, ormai si entra nel campus solo mostrando il tesserino con il simbolo della corona, sperando si evitino scontri alla cerimonia di laurea, a maggio. «La presidente Shafik — scandisce al megafono uno studente musulmano, dopo la preghiera alla Mecca — è una Baronessa inglese con tre passaporti, Regno Unito, Egitto e Stati Uniti, ma non capisce nulla di social media, Medio Oriente, etica. La terrorizza perdere il potere e basta».

Da gennaio, quando la presidente di Harvard, Claudine Gay, fu costretta alle dimissioni, dopo aver balbettato al Congresso, incapace di condannare l’antisemitismo, la guerra di identità e culture che spacca l’America da una generazione ha scelto le università come campo di battaglia, da Columbia alla California. «In poche settimane — mi racconta un avvocato fundraiser, i finanziatori di Harvard — abbiamo perso un miliardo di investimenti su 50 di patrimonio”. E la presidente-baronessa Shafik si è vista rimproverare dall’imprenditore Robert Kraft, laureato al College e patron della squadra di football dei Patriots, come dal mecenate Sir Leonard Blavatnik, ex allievo, per l’inerzia davanti ai cori “Via Israele”, “7 Ottobre Ogni Giorno”, “Ebrei in Polonia!”. Ma non appena la distinta presidente, abituata al tono aristocratico della Camera dei Lord non al rauco Upper West Side, lascia che gli uomini in divisa blu di New York smantellino la tendopoli Gaza e ammanettino gli studenti, ecco il filosofo Cornel West, candidato indipendente alla Casa Bianca che può sottrarre a Biden voti cruciali contro Trump, arringare il centinaio di occupanti: «Crimini, genocidio, brutalità sono il volto di Israele». La sinistra moderata, come i docenti della Facoltà di Teologia, predica che «Il diritto di parola del Primo Emendamento alla Costituzione copre idee che non condividiamo», equanimità messa a dura prova ieri, con il capo degli studenti Khimany James costretto a scusarsi per aver postato su Instagram, in gennaio, l’appello violento «I sionisti non devono vivere, ringraziate che non li uccida io stesso, io lotto per ammazzarli».

Il capo repubblicano alla Camera, Mike Johnson, cala da Washington a minacciare il taglio dei finanziamenti federali, la deputata di sinistra Alexandria Ocasio-Cortez documenta la brutalità dei poliziotti, il capo del Dipartimento le risponde di brutto da Twitter «Gli studenti imparino la responsabilità». Teatro del 1968, il gentile campus dai colonnati neoclassici torna centro del mondo, il tabloid New York Post irride i ribelli «Avete incassato 300mila dollari dal magnate Soros», il professore pro Israele Shai Davidai vuol tenere un comizio sul South Field, prato detto Gaza, non glielo permettono e si vede ritirare il tesserino, «Noi ebrei siamo a rischio, il rabbino ci invita a stare a casa, non son pacifisti, ma terroristi di Hamas», l’ayatollah Khamenei elogia dai social iraniani le bandiere fondamentaliste in America. L’aplomb tradizionale sfuma perfino in redazione, al New York Times «La nostra cronaca è filo Netanyahu e anti Biden, non sosteniamo la tregua, gli editoriali danno addosso ai ragazzi come Rosenthal ai loro nonni, rischiamo di ritrovarci Trump e l’editore Sulzberger gioca con l’obiettività» lamenta un inviato, laureato Columbia.

Di fronte al campus in rivolta sorgeva il West End Bar, ritrovo dei beat Kerouac e Ginsberg, del ribelle Rudd, jazzisti e militanti. Oggi è ritrovo chic, clienti scocciati da slogan e polizia. Guardando malinconica le proteste la professoressa B., che vuol restare anonima, conclude «Ho due figli ex Columbia. Il maschio difende i palestinesi, la sorella lo insulta “stai con gli stupratori”, non si sono parlati neppure nei giorni di Passover. La mia famiglia ebrea, il mio campus, la mia nazione cedono all’odio e non aspettarti che finisca, le nostre anime si allontanano».

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