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Dalle fake news all’odio in rete, così la guerra a Gaza diffonde l’epidemia di disinformazione

(afp)
Il rapporto della Polizia postale alla Commissione Segre fotografa il boom. Il ruolo dei troll che speculano su Medio Oriente e invasione dell’Ucraina
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Crescono sulla rete i reati di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza. E il conflitto in Medio oriente sta portando ad un ampliamento delle manifestazioni di odio online e disinformazione, alimentato a sua volta dalla propaganda filorussa che non insiste più soltanto sulla guerra in Ucraina.

I casi monitorati e segnalati all’autorità giudiziaria sono migliaia e fanno emergere responsabilità di persone di diverse fasce d’età che hanno veicolato messaggi con connotazioni offensive e violente dirette verso singoli o gruppi, con la finalità di diffondere odio nei confronti di categorie ben definite della popolazione in base all’etnia, all’orientamento sessuale, alla religione, alla disabilità e ad altri aspetti. Tutti comportamenti identificati con il termine “hate speech”.

I dati degli ultimi quindici mesi sono stati analizzati in una relazione della Direzione del servizio di polizia postale e delle comunicazioni, depositata in Commissione parla…

Crescono sulla rete i reati di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza. E il conflitto in Medio oriente sta portando ad un ampliamento delle manifestazioni di odio online e disinformazione, alimentato a sua volta dalla propaganda filorussa che non insiste più soltanto sulla guerra in Ucraina.

I casi monitorati e segnalati all’autorità giudiziaria sono migliaia e fanno emergere responsabilità di persone di diverse fasce d’età che hanno veicolato messaggi con connotazioni offensive e violente dirette verso singoli o gruppi, con la finalità di diffondere odio nei confronti di categorie ben definite della popolazione in base all’etnia, all’orientamento sessuale, alla religione, alla disabilità e ad altri aspetti. Tutti comportamenti identificati con il termine “hate speech”.

I dati degli ultimi quindici mesi sono stati analizzati in una relazione della Direzione del servizio di polizia postale e delle comunicazioni, depositata in Commissione parlamentare per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza presieduta dalla senatrice Liliana Segre.

La situazione geopolitica in Medio Oriente ha portato a determinare «fenomeni inerenti la diffusione di disinformazione e la condivisione di contenuti multimediali spesso connotati dal tenore antisemita e xenofobo-razziale»; in particolare «è stato registrato un fermento da parte di diversi account sui social, responsabili della diffusione di disinformazione e condivisione di video falsi e fuori contesto».

Gli investigatori hanno individuato gli autori e rilevato che tra i social utilizzati c’è in particolare X, i cui account sono particolarmente attivi «e fregiati della spunta blu di verifica», con l’obiettivo, secondo la polizia, «di supportare narrative a sostegno di una o dell’altra fazione, alimentando un caos informativo che contribuisce a confondere la realtà dei fatti». Gli agenti informatici scrivono che utenti verificati su Twitter hanno condiviso presunti video di attacchi su Gaza da parte dell’esercito israeliano e offensive di Hamas contro gli obiettivi nemici, ma da un’analisi più approfondita e attenta, «risulta che questi contenuti sono riconducibili a eventi passati ma sono stati riproposti, in maniera strumentale, come se fossero riferibili ad attacchi attuali». Tutto questo porta ad affermare che «il rischio intrinseco di questo tipo di attività di disinformazione è quello di utilizzare materiale audiovisivo, estrapolato dal suo contesto originario, a supporto di narrative particolari a favore di una o dell’altra fazione, contribuendo a confondere la realtà dei fatti».

A questo proposito viene ricordato che il Commissario della Ue al Mercato unico, Thierry Breton, ha inviato una lettera al patron di X, Elon Musk, diffidandolo dal diffondere contenuti illegali e disinformazione attraverso la sua piattaforma. Messaggio a cui Musk ha risposto affermando che la loro politica è quella di essere completamente trasparenti. Allo stesso tempo, ha assicurato di lavorare per bloccare «nuovi account affiliati a Hamas».

A complicare ancora di più la situazione, come scrive la polizia delle comunicazioni, «è l’uso della disinformazione da parte della propaganda filorussa con l’obiettivo di distogliere l’attenzione della comunità internazionale dal conflitto russo-ucraino e contribuire a mettere in cattiva luce l’Ucraina».

Come si legge nella relazione, in seguito agli attacchi di Hamas in Israele del 7 ottobre, «la Russia ha amplificato diverse operazioni di disinformazione accusando l’Occidente di aver trascurato i conflitti in Medio Oriente. Esempio significativo è la diffusione di report falsi da parte di noti propagandisti russi come Alexander Kots, Yevgeny Lisitsyn, Ruslan Ostashko e Yan Gagin». Per gli investigatori italiani «questi report hanno sostenuto l’uso di armi ucraine da parte di Hamas per portare avanti le operazioni contro Israele, fatti che sono stati sfatati dal Centro per il contrasto alla disinformazione ucraino. In questo contesto, sullo sfondo del conflitto scoppiato in Medio Oriente, diversi canali Telegram filorussi hanno lanciato una campagna di disinformazione per screditare l’Ucraina e l’esercito di Kiev».

Questo lavorìo ha conseguenze che vanno al di là della manipolazione delle opinioni. Dall’inizio del conflitto israelo-palestinese è stato registrato un notevole incremento di segnalazioni che riguardano l’antisemitismo. Nello specifico il servizio di polizia postale e delle comunicazioni ha raccolto 101 denunce per reati legati alla xenofobia, all’antisemitismo e all’istigazione all’odio. I casi di “hate speech” trattati dal primo gennaio 2023 all’11 aprile 2024 sono 2.712. Nel 2023 sono state indagate 535 persone e nei primi tre messi e mezzo di quest’anno ne sono state denunciate 220.

Per quanto riguarda invece i casi in cui le espressioni d’odio hanno contribuito a prefigurare il reato di “revenge porn”, la polizia postale, a fronte dei 368 casi trattati, ha indagato nel 2023 115 persone e altre 25 dal primo gennaio all’11 aprile.

Ne deriva che la rivoluzione digitale degli ultimi quindici anni, come fanno notare gli investigatori, non è stata soltanto una rivoluzione tecnologica e culturale, perché siamo di fronte a una vera e propria «rivoluzione antropologica» che «caratterizza fortemente e connota tutti i nostri comportamenti». La nostra vita quotidiana è «tecnomediata dalla rete», che ha assunto un ruolo sempre più importante per la facilità e la rapidità con cui è possibile compiere azioni reali via web, ed è spesso difficile comprendere il carattere permanente, incisivo e determinante delle azioni “virtuali” che vengono compiute.

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