Georgia, l’abbraccio con i colori Ue al Parlamento di Tblisi prima del voto della legge filorussa. Decine di migliaia in piazza
di Luna De BartoloTBILISI – Mai tanti come ieri sera. Decine di migliaia di georgiani hanno marciato a Tbilisi contro il disegno di legge sulle “influenze straniere” e per difendere il cammino europeo del Paese: l’ultima di una serie di proteste che vede i cittadini scendere in strada ogni giorno da due settimane. Almeno ventimila, secondo la stima prudente dell’agenzia francese Afp, fino a centoventimila secondo diverse fonti locali. Appuntamento alle 19:00 in piazza della Prima repubblica, un tempo conosciuta come piazza della Rivoluzione delle rose, per la manifestazione convocata da più di cento organizzazioni della società civile, la cui esistenza è minacciata dal progetto di normativa, e dall’opposizione unita.
Un fiume di persone di tutte le età ha sfilato su viale Rustaveli, la principale arteria di Tbilisi, dietro uno striscione giallo e blu con su scritto “Sì all’Europa” in georgiano e in inglese. I dimostranti, sventolando bandiere nazionali e dell’Ue, hanno tentato di circondare il Parlamen…
TBILISI – Mai tanti come ieri sera. Decine di migliaia di georgiani hanno marciato a Tbilisi contro il disegno di legge sulle “influenze straniere” e per difendere il cammino europeo del Paese: l’ultima di una serie di proteste che vede i cittadini scendere in strada ogni giorno da due settimane. Almeno ventimila, secondo la stima prudente dell’agenzia francese Afp, fino a centoventimila secondo diverse fonti locali. Appuntamento alle 19:00 in piazza della Prima repubblica, un tempo conosciuta come piazza della Rivoluzione delle rose, per la manifestazione convocata da più di cento organizzazioni della società civile, la cui esistenza è minacciata dal progetto di normativa, e dall’opposizione unita.
Un fiume di persone di tutte le età ha sfilato su viale Rustaveli, la principale arteria di Tbilisi, dietro uno striscione giallo e blu con su scritto “Sì all’Europa” in georgiano e in inglese. I dimostranti, sventolando bandiere nazionali e dell’Ue, hanno tentato di circondare il Parlamento ma sono stati bloccati da muri di poliziotti in assetto antisommossa, schierati in cima ai due fianchi dell’edificio. Fino alle due di mattina, migliaia di cittadini pacifici hanno stazionato lì, intonando l’inno nazionale georgiano e l’Inno alla gioia, affrontati dalle forze dell’ordine che hanno fatto uso di spray al peperoncino e arrestato un numero ancora ignoto di dimostranti, tra cui un ex ministro per l’Integrazione europea, Alexi Petriashvili.
La situazione è parsa surriscaldarsi quando in piazza della Libertà sono comparsi gli idranti, i veicoli blindati e un massiccio spiegamento di forze speciali, che hanno cordonato l’ingresso di viale Rustaveli. Ci sono state forti tensioni quando i manifestanti hanno provato a salire sul palco, transennato e protetto da file di poliziotti, posto di fronte al Parlamento: è pronto per accogliere stasera un raduno del partito al potere, Georgian Dream. Il governo, che già l’anno scorso aveva spinto la stessa legge salvo dover tornare sui propri passi a seguito di proteste violentissime, intende mostrare la presenza di supporto popolare nei confronti della controversa iniziativa.
Tantissimi pullman arriveranno dalle regioni nella capitale – colmi di dipendenti pubblici a cui non è stata data scelta, sostengono dei report pubblicati su alcuni media locali. Ara rusul kanons, ‘no alla legge russa’, è lo slogan ripetuto senza sosta dai dimostranti, che evidenziano le spiccate somiglianze tra la normativa proposta da Tbilisi e quella adottata dalla Duma nel 2012, lo strumento usato dal Cremlino per silenziare ogni forma di dissenso. “Traditori”, grida un’anziana rifugiata dall’Abkhazia, una regione georgiana separatista e sostenuta militarmente da Mosca, in direzione dei poliziotti con il volto coperto dalla balaclava. Sulla facciata del Parlamento, è stato proiettato lo slogan “La Russia è un occupante”. I manifestanti e tutta l’opposizione accusano il partito al governo di voler riportare il Paese nella sfera d’influenza del Cremlino, nonostante Georgian Dream continui a ribadire la volontà di guidare Tbilisi verso l’integrazione euroatlantica.
Eppure, le sue azioni stanno allontanando la piccola repubblica del Caucaso sia da Bruxelles sia da Washington. Se venisse approvata la legge, che prevede la creazione di un registro delle “organizzazioni che portano avanti gli interessi di una potenza straniera” per le Ong e i media che ricevono finanziamenti dall’estero, l’avanzamento della Georgia verso l’Occidente subirebbe una repentina battuta di arresto. Allo stesso tempo, dopo la recente abolizione delle quote di genere in politica, sono in discussione alcuni emendamenti costituzionali che mirano a vietare la cosiddetta “propaganda Lgbt”, introducendo misure draconiane che renderebbero le minoranze sessuali cittadini di serie b.
Tbilisi ha ricevuto lo scorso dicembre lo status di Paese candidato all’ingresso nell’Ue, ma per procedere al passaggio successivo, e cioè all’apertura dei negoziati, la Commissione richiede l’attuazione di una lunga serie di raccomandazioni che, neanche a dirlo, non prevedono la limitazione della libertà di espressione e di associazione né la discriminazione legalizzata della comunità Lgbt. Proprio quest’ultimo tema, assai incline alla strumentalizzazione in un Paese molto conservatore, sarà il cavallo di battaglia di Georgian Dream alle elezioni del prossimo ottobre. Intanto, oggi è previsto nell’aula parlamentare l’avvio della discussione in seconda lettura del testo sulle “influenze straniere”.
Come in Italia, sono previste tre letture e la firma della presidente, che ha già annunciato che utilizzerà il suo potere di veto, aggirabile però con i numeri di cui il governo dispone. Le proteste di ieri hanno mostrato quanto è diffuso il malcontento, ma Georgian Dream intende andare avanti a ogni costo: fare marcia indietro una seconda volta vorrebbe dire perdere la faccia. Nuove manifestazioni sono previste nei prossimi giorni: anche la società civile non dà segno di volersi arrendere, in quella che vede come una lotta per la sopravvivenza.