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Accecato dai droni il radar anti-atomica. L’azzardo di Kiev aumenta i pericoli di escalation nucleare

La stazione radar di Armavir, nella regione di Krasnodar

 
La stazione di Armavir, colpita nei giorni scorsi, fa parte della della rete d’allarme che avvista i missili balistici diretti verso la Russia. Per Mosca un simile attacco supera le “linee rosse” che giustificano l’uso della Bomba
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Deep Strike, attacco in profondità. Questo è il nome tecnico della campagna lanciata da Kiev nel cuore del potere russo: incursioni messe a segno centinaia di chilometri oltre il confine per distruggere basi e infrastrutture di grande rilevanza. Sulla Crimea usano i missili donati dall’Occidente; altrove finora stanno impiegando armi a lungo raggio di produzione nazionale o acquistate direttamente all’estero. Ed è da queste azioni che ogni giorno, per scelta o per errore, si corre il rischio di innescare l’escalation atomica.

Non è un pericolo teorico. Quattro giorni fa un nugolo di droni - pare di fabbricazione portoghese - ha crivellato un’installazione che Mosca considera strategica per la sua difesa nucleare: l’enorme antenna radar di Armavir, nella zona di Krasnodar, è infatti uno dei capisaldi della rete d’allarme che avvista i missili balistici diretti verso la Russia. Come tutte le operazioni condotte nel territorio nemico, gli ucraini non l’hanno rivendicata. E non è nep…

Deep Strike, attacco in profondità. Questo è il nome tecnico della campagna lanciata da Kiev nel cuore del potere russo: incursioni messe a segno centinaia di chilometri oltre il confine per distruggere basi e infrastrutture di grande rilevanza. Sulla Crimea usano i missili donati dall’Occidente; altrove finora stanno impiegando armi a lungo raggio di produzione nazionale o acquistate direttamente all’estero. Ed è da queste azioni che ogni giorno, per scelta o per errore, si corre il rischio di innescare l’escalation atomica.

Non è un pericolo teorico. Quattro giorni fa un nugolo di droni - pare di fabbricazione portoghese - ha crivellato un’installazione che Mosca considera strategica per la sua difesa nucleare: l’enorme antenna radar di Armavir, nella zona di Krasnodar, è infatti uno dei capisaldi della rete d’allarme che avvista i missili balistici diretti verso la Russia. Come tutte le operazioni condotte nel territorio nemico, gli ucraini non l’hanno rivendicata. E non è neppure chiaro per quale motivo sia stata ordinata: il compito di questa vedetta studiata per superare la curvatura del pianeta è tenere d’occhio le traiettorie provenienti soprattutto dal Medio Oriente e dal Mediterraneo orientale. Forse i generali di Kiev hanno ritenuto che potesse contribuire a monitorare i raid condotti sulla Crimea con i missili Storm Shadow e Atacms, che nelle ultime settimane bersagliano aeroporti e batterie contraeree. Ad aumentare la tensione si è sparsa la voce che ci sia stato un blitz senza successo pure contro una seconda antenna radar della stessa rete di allarme, quella di Orsk, nei pressi di Orenburg, a 1.500 chilometri dal confine: se l’avessero colpita, la Russia sarebbe rimasta cieca contro ogni minaccia missilistica proveniente da Sud.

Anche la sola distruzione del colossale schermo di Armavir, che ha le dimensioni di un palazzo di dieci piani, rappresenta comunque un’aggressione al sistema di difesa strategica e in linea teorica costituisce per la dottrina del Cremlino la giustificazione a una rappresaglia nucleare. Tanto più che l’assalto è stato realizzato proprio mentre Mosca stava inscenando la prima fase dell’esercitazione con le testate tattiche, portando le ogive atomiche all’esterno dei bunker per installarle sui lanciatori semoventi terrestri e sui bombardieri. Una situazione da brivido, tale da rendere globale la guerra e portare allo scontro con gli Usa. «Alla luce del pesante coinvolgimento di Washington nel conflitto, la versione secondo cui gli Usa non erano a conoscenza di questo attacco può essere esclusa. La Casa Bianca deve dare una risposta completa su quello che è accaduto - ha tuonato il senatore Rogozin, ex capo dell’agenzia spaziale russa -. Non siamo più sulla soglia, ma abbiamo già raggiunto il limite estremo, oltre il quale comincerà il collasso della sicurezza strategica delle potenze nucleari».

Hans Kristensen, uno dei massimi esperti della Federation of American Scientists - quella che ha creato l’Orologio dell’Apocalisse per mettere in guardia il mondo sul pericolo di un olocausto atomico - ha pubblicato su X una serie di valutazioni che sottolineano l’impatto che le incursioni contro questi radar hanno nell’alimentare uno scenario da incubo: «Non è stata una saggia decisione da parte ucraina». «È nell’interesse di tutti - ha aggiunto un anonimo ufficiale norvegese - che il sistema di allarme russo per avvistare i missili balistici funzioni bene». Nella crescente paranoia anti-occidentale incentivata dalla propaganda putiniana, la massima preoccupazione della Nato è infatti evitare che le iniziative ucraine vengano confuse o fatte passare per mosse dell’Alleanza atlantica, spingendo il Cremlino a una reazione fuori controllo.

È la stessa paura che condiziona il dibattito sulla revoca del divieto posto a Kiev sull’impiego di missili statunitensi ed europei contro il territorio russo. Ieri il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg parlando a Sofia è tornato a chiedere di eliminare i vincoli: «Spetta alle singole nazioni decidere, ma io credo sia arrivata l’ora di togliere queste restrizioni. Questo non significa che la Nato sarà parte del conflitto. Dobbiamo però ricordarci che l’Ucraina ha il diritto all’autodifesa e oggi sta venendo aggredita esattamente lungo il confine, senza avere gli strumenti per rispondere». Si tratta dell’offensiva contro Kharkiv, che potrebbe essere replicata contro Sumy, Chernihiv o altre città di frontiera.

Stoltenberg ha aggiunto che «alcuni degli Alleati hanno già cancellato le limitazioni». Non è chiaro a chi si riferisse, ma è circolata voce su un via libera di Londra a usare gli Storm Shadow senza più vincoli. Maria Zakharova, la portavoce russa degli Esteri, ha già lanciato il suo monito: «Se lo faranno, reagiremo colpendo obiettivi britannici». Ormai tutte le linee rosse introdotte per impedire l’escalation stanno paurosamente vacillando.

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