New York, alla Columbia gli studenti pro-Gaza occupano un edificio e sfidano l’università: “Non ci fermeremo, disinvestite da Israele”
di Natasha CaragnanoNEW YORK – Una catena umana ha bloccato l’entrata di “Hamilton Hall”, sede dell’amministrazione centrale della Columbia University di New York, mentre i manifestanti pro-Palestina hanno sbarrato le porte d’ingresso con tavoli, bidoni dell’immondizia e sedie. Al secondo piano del palazzo, una bandiera palestinese viene fatta sventolare dalla finestra tra le urla della folla. Alcuni studenti si affacciano alla balconata e attaccano uno striscione: “Sala di Hind”, così è stato ribattezzato il palazzo in memoria di Hind Rajab, una bambina di 6 anni morta durante il conflitto a Gaza. “Non andremo via finché la Columbia non risponderà alle nostre richieste”, hanno continuato a urlare gli studenti, che da due settimane stanno occupando il campus per protestare contro i legami tra l’università e aziende che sostengono Israele.
L’occupazione della sede dell'amministrazione è stata annunciato come “un riferimento rivoluzionario al movimento del 1968”, scrivono gli organizzatori sul canale …
NEW YORK – Una catena umana ha bloccato l’entrata di “Hamilton Hall”, sede dell’amministrazione centrale della Columbia University di New York, mentre i manifestanti pro-Palestina hanno sbarrato le porte d’ingresso con tavoli, bidoni dell’immondizia e sedie. Al secondo piano del palazzo, una bandiera palestinese viene fatta sventolare dalla finestra tra le urla della folla. Alcuni studenti si affacciano alla balconata e attaccano uno striscione: “Sala di Hind”, così è stato ribattezzato il palazzo in memoria di Hind Rajab, una bambina di 6 anni morta durante il conflitto a Gaza. “Non andremo via finché la Columbia non risponderà alle nostre richieste”, hanno continuato a urlare gli studenti, che da due settimane stanno occupando il campus per protestare contro i legami tra l’università e aziende che sostengono Israele.
L’occupazione della sede dell'amministrazione è stata annunciato come “un riferimento rivoluzionario al movimento del 1968”, scrivono gli organizzatori sul canale Telegram, quando gli studenti occuparono il campus e i palazzi per protestare contro la guerra in Vietnam. Sotto il balcone del ribattezzato “Hind’s Hall” gli studenti hanno risposto con lo slogan delle proteste: “Disclose, divest, we will not stop, we will not rest”, “Svelare, disinvestire, non ci fermeremo, non avremo pace”. Il grido è ancora più forte dopo che ieri l’università ha annunciato che non avrebbe accettato la richiesta dei manifestanti di disinvestire. Tra le varie domande, infatti, è su questa che i negoziati tra le due parti si sono bloccati, portando alla nuova deadline e alle conseguente escalation.
L’ultimatum
Agli studenti è stato dato ieri un ultimatum: lasciare il campo entro le 14 e promettere di seguire le regole dell’Università fino al 30 giugno 2025, o fino alla data di laurea. Oppure ricevere una sospensione, in attesa di ulteriori indagini.
All’interno dell'accampamento, in centinaia si sono radunati intorno agli organizzatori della protesta per un’assemblea straordinaria convocata per leggere insieme il modulo e decidere il futuro del movimento.“Dovremmo stare oltre la deadline delle 14?”, ha chiesto uno degli organizzatori mentre la gente si è riunita in cerchio nel giardino occupato. Nonostante il pericolo di una sospensione, poi confermata in serata durante una conferenza stampa dell’università, le mani di tutti i presenti si sono alzate in segno di consenso per poi continuare con canti e slogan.
Non è chiaro il numero di manifestanti sospesi, né gli organizzatori delle proteste né l’università hanno fornito un numero preciso. Ma per questi studenti verrà disattivato l’accesso all’università, agli alloggi e all’assistenza sanitaria.
Ieri in risposta alla deadline, centinaia di studenti hanno marciato in cerchio intorno al giardino occupato. Oltre trenta membri della facoltà in gilet arancione hanno protetto per tutto il giorno e la notte, facendo turni, le diverse entrate. “È per evitare che succeda di nuovo il disastro dell’ultima volta”, ha spiegato uno di loro riferendosi agli oltre 100 arresti avvenuti il 18 aprile quando la rettrice, Minouche Shafik, ha autorizzato l’ingresso della polizia per fermare il primo accampamento nel campus universitario.
Le tende
Dopo una giornata di proteste, a mezzanotte passata, i manifestanti silenziosi hanno cominciato a spostare le tende dal giardino principale, occupato dagli studenti dal 18 aprile, agli altri spazi liberi della Columbia University. In centinaia hanno marciato in cerchio al centro del campus cantando slogan, mentre il “Gaza Solidarity Encampment” si è ristabilito in diverse aree del campus nel cuore di New York. Mentre alcuni studenti si sono diretti verso “Hamilton Hall” e hanno occupato il palazzo.
"Disinvestite”
Secondo gli organizzatori delle proteste, l'ultimo round di negoziati si è svolto sabato. Ma solo ieri è arrivato l’annuncio ufficiale che le trattative erano state interrotte. La Columbia “non effettuerà il disinvestimento da Israele” e i negoziatori “non sono stati in grado di raggiungere un accordo”, ha annunciato la rettrice in un'e-mail inviata ieri mattina alla comunità universitaria.
Tra le altre offerte proposte dall’università si legge lo sviluppo di una “tempistica accelerata” per le proposte di disinvestimento presentate all'organismo che supervisiona le decisioni di disinvestimento e un processo che consenta agli studenti di accedere a un elenco delle partecipazioni dirette della Columbia e di “aumentare la frequenza degli aggiornamenti di tale elenco”.
Per gli organizzatori le offerte dell'Università sono “inaccettabili” perché non sono vincolanti: “Sono un semplice suggerimento al Consiglio di amministrazione, che è autorizzato a ignorare”, hanno spiegato membri dell’organizzazione. “Stavamo conducendo trattative in buona fede finché l'amministrazione non le ha interrotte, minacciandoci di una sospensione. Quando abbiamo chiesto l'amnistia, ci hanno dato più disciplina”, ha spiegato ieri durante la conferenza stampa Sueda Polat, portavoce del Columbia University Apartheid Divest (CUAD), tra gli organizzatori delle proteste insieme a Students for Justice in Palestine (SJP) e Jewish Voice for Peace (JVP).
In una precedente e-mail Shafik ha promesso che non darà di nuovo l’ordine alla polizia di intervenire nel campus, ma con i negoziati in ballo e l’escalation di questa notte nessuno sa che cosa aspettarsi. Nel campus, intanto, si sentono cori levarsi da ogni angolo. Piccoli gruppi cantano e urlano da diverse aree dell’università. Mentre la folla continua a radunarsi sotto il palazzo occupato per sostenere gli studenti dentro e la catena umana che blocca chiunque voglia entrare.