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Russia, Torrembini: “La confisca di Ariston è un atto politico per fare pressione sulla presidenza del G7”

(ansa)
L’intervista al presidente degli imprenditori italiani a Mosca: “Putin ha più volte ribadito l’attenzione nei confronti delle aziende amiche, pur di Paesi ostili. Il decreto va in direzione opposta”
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MOSCA — Davanti al decreto firmato venerdì scorso da Vladimir Putin che prevede il trasferimento temporaneo della sussidiaria russa di Ariston, insieme a quella della tedesca Bosch, alla russa Gazprom Household Systems Jsc, società produttrice di elettrodomestici che fa capo al colosso statale Gazprom, c’è «grande incredulità e delusione» tra le aziende italiane in Russia. A dirlo è Vittorio Torrembini, presidente di Gim-Unimpresa, associazione di imprenditori italiani a Mosca. «Putin ha più volte ribadito l’attenzione nei confronti delle aziende amiche pur di Paesi ostili. Il decreto va in direzione opposta».

Come lo interpretate?

«Pensiamo sia un atto politico. Un avvertimento all’Italia che detiene la presidenza di turno del G7 e dovrà decidere sulla confisca degli asset russi congelati in Europa. Ci sono diversi precedenti, come Danone e Carlsberg, ma riguardavano aziende che avevano sospeso o ridotto le loro attivit…

MOSCA — Davanti al decreto firmato venerdì scorso da Vladimir Putin che prevede il trasferimento temporaneo della sussidiaria russa di Ariston, insieme a quella della tedesca Bosch, alla russa Gazprom Household Systems Jsc, società produttrice di elettrodomestici che fa capo al colosso statale Gazprom, c’è «grande incredulità e delusione» tra le aziende italiane in Russia. A dirlo è Vittorio Torrembini, presidente di Gim-Unimpresa, associazione di imprenditori italiani a Mosca. «Putin ha più volte ribadito l’attenzione nei confronti delle aziende amiche pur di Paesi ostili. Il decreto va in direzione opposta».

Come lo interpretate?

«Pensiamo sia un atto politico. Un avvertimento all’Italia che detiene la presidenza di turno del G7 e dovrà decidere sulla confisca degli asset russi congelati in Europa. Ci sono diversi precedenti, come Danone e Carlsberg, ma riguardavano aziende che avevano sospeso o ridotto le loro attività in Russia dopo l’inizio del conflitto in Ucraina. La stessa Bosch era ferma da tempo. Ariston invece continuava a operare».

C’è il rischio che il trasferimento temporaneo si trasformi in una nazionalizzazione vera e propria o in una cessione a privati?

«Non lo vedo. Ci sono vari avvoltoi che vogliono accaparrarsi le aziende straniere per quattro soldi, ma Gazprom Household Systems, l’unica azienda operante nel settore degli elettrodomestici, non aveva alcuna intenzione di acquisire Ariston».

Il conflitto in Ucraina ha cambiato il panorama imprenditoriale italiano in Russia?

«C’è stato un indebolimento della presenza commerciale soprattutto nei settori fortemente sanzionati, ma le aziende con attività produttive sono rimaste seppure con difficoltà logistiche e bancarie e spesso non pubblicizzando la loro presenza in Russia. Continuano a operare circa 70 grandi e medie aziende e 30-40 piccole imprese, ad esempio caseifici e ristoranti, per un totale di 75mila dipendenti e oltre 7 miliardi di euro di fatturato. Ma l’Italia ha perso almeno 20 miliardi di euro in contratti nell’oil&gas. Per non parlare di Enel che è stata svenduta».

Che difficoltà incontrate in Russia ora che l’Italia, avendo adottato sanzioni anti-russe, è considerata un Paese ostile?

«In Russia c’è grande voglia di Italia. Lo dimostra il fatto che la domanda di corsi di studio di lingua italiana sia cresciuta del 30%. Ma a livello ufficiale sono state adottate misure che sono dei segnali al nostro Paese. Nel 2022, ad esempio, Mosca aveva adottato restrizioni contro le banche italiane in Russia che poi sono state estese a tutte le straniere. E proprio la scorsa settimana sono state apportate modifiche ai dazi doganali che riguardano i cosmetici italiani, ma non quelli francesi».

Quale sarebbe il messaggio all’Italia, secondo Lei?

«Da un lato, pressione sulla presidenza italiana del G7. Dall’altro, un tentativo per così dire “sentimentale” di ricordare all’Italia la tradizione di relazioni e di amicizia e un invito a svegliarsi, a darsi una mossa e riallacciare i rapporti. Le misure russe sono in parte una risposta ad azioni italiane che vanno al di là della logica sanzionatoria».

Quali?

«Ad esempio, la confisca dei beni immobiliari dei russi sanzionati laddove il Regolamento europeo prevede soltanto il congelamento, ossia l’impossibilità di venderli o affittarli. Noi stessi italiani residenti e operanti in Russia incontriamo diversi ostacoli, ad esempio nell’apertura di conti corrente in Italia, per non parlare delle difficoltà nei trasferimenti bancari o nei trasporti anche in presenza di documenti doganali regolari».

Le autorità italiane vi sostengono?

«Fino allo scorso dicembre, l’ambasciatore italiano Giorgio Starace ha tenuto in piedi una tela di rapporti utilissima. Ora, in attesa del gradimento al nuovo ambasciatore, la situazione è più complicata. In generale, fino al 2022 le nostre aziende in Russia erano considerate la punta di diamante della presenza italiana all’estero. Adesso essere rimasti viene visto da tanti politici e opinionisti come una colpa. Commentando il caso Ariston, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto che bisogna tutelare le nostre imprese in Russia. È un segnale che ci fa ben sperare. Speriamo che si passi ai fatti e che si abbandonino una volta per tutte le gabbie ideologiche».

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