Tunisia, la famiglia-simbolo della lotta contro la svolta autoritaria
di Leonardo MartinelliTUNISI - Si è fatta tutta la città in macchina, un traffico da pazzi, per rientrare a casa, un nodo alla gola. Dalila Ben Mbarek Mssadek rientra dalla prigione di Mornaguia, dove ha visto Jaouhar Mbarek, il fratello, che è imprigionato lì dal 24 febbraio dell’anno scorso. “Non sta bene. Martedì scorso ha iniziato un nuovo sciopero della fame, il terzo da quando è in carcere. Ma stavolta senza bere una goccia d’acqua”.
Dalila ha 55 anni, Jaouhar 56. E il padre, Ezzedine Hazgui, che ne ha 79, è ancora accanto ai figli. Fu oppositore negli anni della dittatura, perseguitato e incarcerato pure lui. I tre, gli Hazgui Ben Mbarek, sono una grossa parte della storia recente della sinistra tunisina. Sempre contro, con una buona dose di coraggio, anche ora ai tempi di Kais Saied.
Dalila è avvocata e assicura la difesa di Jaouhar, che è professore universitario di diritto costituzionale. Nel febbraio 2023 esplose, appunto, il caso del "complotto contro la sicurezza dello stato” da parte di un v…
TUNISI - Si è fatta tutta la città in macchina, un traffico da pazzi, per rientrare a casa, un nodo alla gola. Dalila Ben Mbarek Mssadek rientra dalla prigione di Mornaguia, dove ha visto Jaouhar Mbarek, il fratello, che è imprigionato lì dal 24 febbraio dell’anno scorso. “Non sta bene. Martedì scorso ha iniziato un nuovo sciopero della fame, il terzo da quando è in carcere. Ma stavolta senza bere una goccia d’acqua”.
Dalila ha 55 anni, Jaouhar 56. E il padre, Ezzedine Hazgui, che ne ha 79, è ancora accanto ai figli. Fu oppositore negli anni della dittatura, perseguitato e incarcerato pure lui. I tre, gli Hazgui Ben Mbarek, sono una grossa parte della storia recente della sinistra tunisina. Sempre contro, con una buona dose di coraggio, anche ora ai tempi di Kais Saied.
Dalila è avvocata e assicura la difesa di Jaouhar, che è professore universitario di diritto costituzionale. Nel febbraio 2023 esplose, appunto, il caso del "complotto contro la sicurezza dello stato” da parte di un variegato gruppo di persone, politici, uomini d’affari e un giornalista. In tutto una quarantina, accusati di aver tramato per spodestare il presidente Saied. “L’affaire è un pretesto – sottolinea Dalila - per mettere in carcere una parte degli oppositori, con una storia costruita ad hoc, piena di non verità”. Gli accusati sono politici della sinistra e di Ennahdha, il partito islamista moderato, a lungo al potere a Tunisi dopo la rivoluzione del 2011. In seguito altri politici sono stati incarcerati in contesti simili, sempre con l’accusa di complotto contro il potere attuale: personaggi come come Rached Ghannouchi, leader di Ennahdha, o Abir Moussi, a capo del Pdl, il partito nazionalista. E così oggi si trovano in carcere praticamente tutti gli oppositori di Saied, che si appresta ad affrontare in apparente solitudine le presidenziali, previste in autunno.
Ma ritorniamo all’affaire che coinvolge Jaouhar e gli altri. Secondo Amnesty International, il dossier sul quale si basano le accuse "è vuoto e inconsistente”. Come indicato da Dalila e riportato recentemente da diversi media internazionali, vedi Le Monde, che hanno avuto accesso al dossier istruttorio, l’accusa si baserebbe su presunti incontri con diplomatici stranieri di stanza a Tunisi. “Anche con due ex ambasciatori italiani – ricorda Dalila -: Lorenzo Fanara e Fabrizio Saggio. Alcuni degli accusati, tra cui il militante pro democrazia Khayam Turki, ma non mio fratello, li avrebbero incontrati a più riprese con l’obiettivo di provocare il disordine in Tunisia. Un’assurdità”. Tanto più che l’Italia è il principale alleato europeo della Tunisia di Saied e proprio Saggio, appena lasciata Tunisi, è diventato consigliere diplomatico di Giorgia Meloni, amicissima del presidente.
Da quando Jaouhar e gli altri sono stati arrestati, sono trascorsi quattordici mesi, "entro i quali, - sottolinea Dalila –, secondo la legge, si esige un eventuale rinvio a giudizio, altrimenti deve scattare la scarcerazione. Ma loro restano in prigione. Per protestare mio fratello ha deciso di fare uno sciopero della fame”. Lui, d’altra parte, è già stato condannato (in primo grado, per il momento) a sei mesi di carcere, perché al momento delle legislative del 2022 ne aveva parlato come di “un ridicolo colpo di stato”.
Dalila e il padre Ezzedine sono decisi a lottare fino alla fine per il loro Jaouhar. Ezzedine era maestro elementare a Sfax, seconda città del paese, quando negli anni Sessanta iniziò a militare nell’estrema sinistra, opponendosi a Habib Bourguiba, il padre dell’indipendenza (e dittatore). Proprio Sfax fu contaminata dall’atmosfera ribelle del maggio 68. Nel 1972, dopo la distribuzione di volantini compromettenti, fu catturato e condannato a sei anni di carcere duro, “per complotto contro la sicurezza dello stato, la stessa accusa oggi rivolta a mio figlio”, precisa lui, ancora battagliero e determinato. “Mia madre Bahia, che era parrucchiera, fu incarcerata per due mesi e torturata – ricorda Dalila -. Aveva aiutato un celebre caricaturista, Mustapha Merchaoui, a fuggire. Lui si nascondeva da noi. Mamma gli mise una parrucca in testa, lo truccò e lo vestì da donna, perché se ne andasse senza essere notato dalla polizia, che lo piantonava davanti a casa. Ma poi capirono cosa era successo”. Una volta libero, Ezzeddine aprì un bar-circolo politico a Sfax, La Grotte. “Noi vivevamo sopra – aggiunge Dalila -. Si discuteva sempre di politica, la nostra vita”.
Trasferitisi poi a Tunisi, dopo la rivoluzione del 2011 Ezzedine e i figli fondarono Doustourna, movimento di sinistra, fautore della democrazia partecipativa. Ma, al momento della campagna delle presidenziali del 2019, quando vinse Saied, le posizioni dei tre si distanziarono. "Io avevo già capito che lui avrebbe instaurato una nuova dittatura – dichiara la donna -. Mio fratello e mio padre, invece, credevano in lui e lo appoggiarono. Cambiarono idea dopo il 25 luglio 2021, quando Saied chiuse il Parlamento".
Da quel momento Jaouhar partecipò alla fondazione del Fonte di salvezza nazionale (Fsn), al quale hanno aderito anche gli islamisti di Ennahdha. Non tutti hanno capito questa scelta (“non è un fronte di governo ma di resistenza a una deriva autoritaria”, precisa Dalila): in Tunisia c’è chi l’ha visto come un tradimento, “nonostante io e Jaouhar siamo rimasti gli stessi, laici e atei, che fumiamo e mangiamo durante il Ramadan”. Intanto, dice Dalila, “siamo stati abbandonati da una parte della sinistra tunisina e da quella europea. Sfortunatamente in Europa la Tunisia interessa solo per la pressione migratoria: tutto il resto non ha importanza. Ma è sbagliato, perché una dittatura non ferma la migrazione, ma l’accentua soltanto. Se i giovani oggi partono dalla Tunisia, non è solo per ragioni economiche, ma anche per uno stato di polizia repressivo”.