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Niger, altro colpo agli Usa: truppe russe sono entrate nella base che li ospita

(afp)
Il Paese del Sahel, cruciale nella lotta alla jihad e per la rotta dei migranti, dopo il colpo di Stato ha cambiato alleanze e chiesto agli Usa di andarsene
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La Base 101 di Niamey dove i militari americani sono obbligati a stare faccia a faccia con i russi rischia di diventare come Fashoda, l’oasi sudanese dove nell’Ottocento francesi e inglesi arrivarono a un passo dalla guerra per definire le loro zone di influenza coloniale. Al primo soffio di vento la sabbia del Niger finisce per rendere irriconoscibili i confini, ma l’inserimento delle truppe di Mosca nell’installazione costruita dal Pentagono sembra avere infranto una linea rossa: una provocazione che può rendere incandescenti i rapporti tra l’amministrazione Usa e i militari che hanno preso il potere lo scorso luglio.

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L’America nel Sahel

Nonostante abbiano formalmente accettato l’ordine di interrompere le attività nel Paese e ritirare le truppe, gli statunitensi non intendono rinunciare alle ultime basi operative nel Sahel. Lo fanno con un approccio molto differente rispetto al Cremlino, deter…

La Base 101 di Niamey dove i militari americani sono obbligati a stare faccia a faccia con i russi rischia di diventare come Fashoda, l’oasi sudanese dove nell’Ottocento francesi e inglesi arrivarono a un passo dalla guerra per definire le loro zone di influenza coloniale. Al primo soffio di vento la sabbia del Niger finisce per rendere irriconoscibili i confini, ma l’inserimento delle truppe di Mosca nell’installazione costruita dal Pentagono sembra avere infranto una linea rossa: una provocazione che può rendere incandescenti i rapporti tra l’amministrazione Usa e i militari che hanno preso il potere lo scorso luglio.

(afp)

L’America nel Sahel

Nonostante abbiano formalmente accettato l’ordine di interrompere le attività nel Paese e ritirare le truppe, gli statunitensi non intendono rinunciare alle ultime basi operative nel Sahel. Lo fanno con un approccio molto differente rispetto al Cremlino, determinato a occupare nuovi spazi con qualsiasi mezzo, mentre la Casa Bianca finora ha evitato qualsiasi scontro aperto. Allo stesso tempo, gli americani cercano di prendere tempo, nella convinzione che le tensioni interne finiranno per minare la coesione della giunta dei generali. E proseguono il lavorio diplomatico per aprire una crepa nella triplice alleanza che unisce i golpisti di Niger, Mali e Burkina Faso: ieri hanno concesso alle autorità del Burkina 55 milioni di dollari di aiuti umanitari urgenti, portando così a 153 milioni il totale dei fondi elargiti dopo il putsch di Ouagadougou.


Fino al golpe dello scorso luglio, il Niger è stato la roccaforte degli interventi occidentali nel Sahel: era ritenuto il Paese più stabile e affidabile della regione. Per questo gli americani vi hanno costruito una grande infrastruttura – chiamata Base 201 – nel deserto di Agadez: un aeroporto costato oltre cento milioni di dollari da dove i droni decollano per tenere d’occhio il proliferare di gruppi jihadisti dal Sudan alla Libia, dal Golfo di Guinea alla Somalia. Come punto di supporto per i lavori di Agadez, è stata creata nella capitale la più piccola Base 101: fino a due anni fa ha ospitato anche Reaper e altri velivoli senza pilota, poi trasferiti nel polo più a nord.

All’indomani del putsch, Washington ha scelto una linea moderata e tutto sommato disponibile nei confronti dei generali nigerini. I quali a loro volta all’inizio si sono concentrati sull’espulsione del contingente di Parigi, senza manifestare ostilità verso gli americani. La partenza dei tremila francesi ha reso problematica la protezione del personale americano presente a Niamey: a settembre il Pentagono ha dichiarato che sarebbe stato trasferito tutto ad Agadez, sgomberando la Base 101.


Così non è stato. Gli avieri sono rimasti a Niamey e sono proseguite le missioni dei droni da Agadez. Ma da dicembre i golpisti hanno intavolato trattative con Mosca e Teheran per acquistare armamenti e stingere accordi di cooperazione militare. Una mossa che ha inasprito i rapporti con gli americani, fino al fallimento dei colloqui a Washington con il premier nigerino e l’annuncio del prossimo ritiro dal Paese.

I russi nella base degli americani

Con una scelta destinata ad aumentare la pressione sugli Usa, la giunta di Niamey ha assegnato un hangar nel perimetro della Base 101 ai circa cento militari russi sbarcati tre settimane fa. Ufficialmente si devono occupare di addestrare i soldati locali all’uso di una batteria contraerea comprata in Russia, anche se uno di loro ha dichiarato di “essere lì per insegnare le tecniche antiterrorismo”. “I russi sono in un hangar separato dalle nostre installazioni” – ha dichiarato un ufficiale alla Reuters – Non è certo una situazione ideale, ma sul breve termine riusciamo a gestirla”. "Non possono accedere alla nostra area e ai nostri equipaggiamenti”, ha confermato il ministro della Difesa Lloyd Austin: “Sono sempre concentrato sulla sicurezza delle nostre truppe, ma al momento non vedo problemi”.

In realtà le preoccupazioni per il personale statunitense sono sempre più forti: in città ci sono state proteste e un whistleblower dell’Air Force ha denunciato al deputato Matt Gaetz come ormai il contingente “si senta in ostaggio”. Ma il Pentagono non vuole accelerare la partenza dal Paese: oggi non esiste un’alternativa alla Base 201 per proseguire i voli di sorveglianza sul Sahel, definiti “fondamentali per la sicurezza anche del territorio americano”. Per questo vorrebbe negoziare un’agenda del ritiro “professionale e responsabile”.


Le infrastrutture però appartengono al governo nigerino, che sembra intenzionato ad aumentare il lpressing sugli Stati Uniti. Con quale obiettivo? Molti tra Pentagono e Dipartimento di Stato continuano a credere che la giunta golpista – o almeno una parte di questa - non voglia arrivare alla rottura ma stia gestendo una sorta di asta: vuole capire chi è disposto a offrire di più in termini di finanziamenti e forniture militari. La situazione però sembra sfuggire di mano e precipitare verso un contrasto molto teso.

I russi in Africa con Cina e Iran

L’Africa attualmente è il teatro di una disfatta americana. Il disimpegno deciso dall’amministrazione Trump si sta trasformando in crisi sotto Biden. Le truppe Usa vengono espulse ovunque: due giorni fa pure il piccolo reparto presente in Ciad ha dovuto lasciare il Paese. I russi stanno consolidando i legami con il generale Haftar a Bengasi, si allargano in tutto il Sahel e tentano approcci in una decina di nazioni: contrariamente agli occidentali, non offrono solo istruttori ma anche combattenti e armi per affrontare le insurrezioni jihadiste o tribali. Un argomento che ha grande presa tra le autocrazie o tra le fragili democrazie della regione. A complicare lo scenario, spesso Mosca si muove d’intesa con Pechino e Teheran. Avviene anche in Niger: i cinesi hanno appena firmato un accordo per l’esplorazione dei giacimenti petroliferi mentre gli iraniani vorrebbero acquistare uranio dalle miniere usate finora dai francesi.

Gli italiani a Niamey

L’unica eccezione a Niamey sono i militari italiani, che proseguono la collaborazione con le forze armate locali e intendono potenziarla nei prossimi giorni. Una scelta presa dal governo Meloni, che vuole farne il pilastro del “Piano Mattei” per l’Africa, che finora ha avuto l’appoggio degli alleati: la nostra base – non distante da quella del confronto russo-americano – è diventata un punto di riferimento per tutte le iniziative europee. “Siamo lì per la sicurezza di tutti”, ha ribadito il ministro della Difesa Guido Crosetto.

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