Israele, ultimatum a Hamas: “Una settimana per dire sì all’intesa”. Ore decisive domani al Cairo
dal nostro inviato Paolo BreraTEL AVIV — La delegazione di Hamas con in tasca la risposta del suo leader, Yahya Sinwar, è attesa oggi al Cairo, dove ieri è arrivato il capo della Cia William Burns. Dopo una settimana di tira e molla, il verdetto sulla bozza di accordo per il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi è dietro l’angolo, ma non vuol dire che oggi sapremo: secondo fonti egiziane citate dal Wall Street Journal, Israele ha dato un ultimatum di una settimana a Hamas per firmare l’accordo. In caso contrario darà il via libera all’attacco a Rafah, con le sue drammatiche conseguenze.
Occhi puntati sul Cairo
Il ritorno dei mediatori palestinesi al Cairo dopo aver discusso con il loro leader è un passo avanti, ma è probabilmente un tassello interlocutorio di un negoziato difficile, in cui il tempo che scorre gioca a favore di Hamas: lo usa per tentare di limare la proposta verso condizioni più vantaggiose che gli consentano di mantenere il controllo della Striscia, e se non si trovasse l’accordo av…
TEL AVIV — La delegazione di Hamas con in tasca la risposta del suo leader, Yahya Sinwar, è attesa oggi al Cairo, dove ieri è arrivato il capo della Cia William Burns. Dopo una settimana di tira e molla, il verdetto sulla bozza di accordo per il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi è dietro l’angolo, ma non vuol dire che oggi sapremo: secondo fonti egiziane citate dal Wall Street Journal, Israele ha dato un ultimatum di una settimana a Hamas per firmare l’accordo. In caso contrario darà il via libera all’attacco a Rafah, con le sue drammatiche conseguenze.
Occhi puntati sul Cairo
Il ritorno dei mediatori palestinesi al Cairo dopo aver discusso con il loro leader è un passo avanti, ma è probabilmente un tassello interlocutorio di un negoziato difficile, in cui il tempo che scorre gioca a favore di Hamas: lo usa per tentare di limare la proposta verso condizioni più vantaggiose che gli consentano di mantenere il controllo della Striscia, e se non si trovasse l’accordo avrebbe comunque ottenuto qualche giorno in più per prepararsi all’attacco.
Israele, invece, ha solo da perdere: la proposta dilania il Paese tra chi vorrebbe subito riportare a casa gli ostaggi a qualunque costo; e chi pensa sia arrivato il momento di una resa dei conti finale con Hamas, e pretende si dia subito l’ordine di attacco a Rafah. L’ultimo sondaggio pubblicato da Maariv (54% per l’accordo, 38% per l’attacco) fotografa la polarizzazione estrema della società. Per la politica è veleno: le minacce di abbandonare il governo, i sondaggi sulla perdita di consensi di Netanyahu e le manifestazioni di protesta sono snervanti.
Ostaggi e cessate il fuoco
Il nodo principale da risolvere è che Hamas non intende giocarsi la carta degli ostaggi senza garanzie sul rispetto del cessate il fuoco. Per questo chiede agli americani di esserne garanti, ma Israele non vuole firmare un impegno a non sconfiggere Hamas militarmente. Il mondo preme per arrivare a un accordo, ma Israele frena: «Anche se i mediatori finora hanno parlato in termini ottimistici, non abbiamo sentito che Hamas abbia cambiato le sue posizioni estreme», dicono alti funzionari. I piani di attacco per Rafah sono pronti da giorni, e le forze armate israeliane hanno notificato alla Casa Bianca e alle Ong umanitarie che è pronto anche un piano di evacuazione dei civili da Rafah: prima di un attacco li trasferirebbero ad al-Mawasi, un lembo di terra nel Sud della Striscia. Washington minimizza, «non abbiamo visto nessun piano specifico». Ma spostare un milione e mezzo di esseri umani resta comunque una catastrofe annunciata in cui l’Oms teme — tra guerra e condizioni igieniche e sanitarie — «un massacro di civili».
Pressing internazionale
Il pressing internazionale, intanto, è incessante. Per convincere Israele a non fare passi indietro sull’accordo, la Turchia ha fermato import e export con lo Stato ebraico fino al cessate il fuoco. Il ministro degli Esteri, Israel Katz, replica che chiederà agli organismi internazionali di studiare la possibilità di imporre sanzioni contro Erdogan per violazione degli accordi.
Gli Usa e i Sauditi tentano Israele con un accordo di sicurezza più ampio che non può però prescindere dal cessate il fuoco a Gaza. E intanto anche Israele e Hezbollah sarebbero vicini a un patto ricalcato sulla risoluzione Onu che pose fine alla guerra nel 2006: un accordo mediato dagli Usa, secondo il Canale 12 israeliano. Ma la precondizione, anche qui, è la calma nella Striscia.
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