Mosca esibisce i tank del nemico. “L’Occidente ci sfida, noi vinciamo”
dalla nostra inviata Rosalba CastellettiVisitatori alla mostra del Parco della Vittoria
MOSCA — Un bambino monta su una transenna, mentre la sorellina sale a cavalcioni sul padre. Hanno lo stesso obiettivo: sfiorare la bocca del cannone di un Amx-10 francese. Genitori e nonni scattano foto a raffica. Il selfie più ambito è quello davanti a uno sgarrupato Abrams statunitense senza quasi più cingoli, o di fronte al Leopard2 tedesco con l’obice forato dai proiettili. Ma c’è ressa anche davanti alla carcassa incendiata di un Bushmaster australiano, un imponente Marder tedesco, un ammaccato Pinzgauer polacco o l’esotico Mamba sudafricano. In questa vigilia di Pasqua ortodossa, giornata di sole e di vento, sono migliaia i moscoviti accorsi per passare in rassegna i “trofei” della Nato catturati in Ucraina in mostra per un mese a Park Pobedy, il Parco della vittoria: 34 mezzi blindati provenienti da 12 Paesi schierati sotto a una teoria di bandiere rosse e poi droni e lanciarazzi esposti insieme a mappe e documenti sotto a un tendone.
Ogni mezzo è contrassegnato dalla band…
MOSCA — Un bambino monta su una transenna, mentre la sorellina sale a cavalcioni sul padre. Hanno lo stesso obiettivo: sfiorare la bocca del cannone di un Amx-10 francese. Genitori e nonni scattano foto a raffica. Il selfie più ambito è quello davanti a uno sgarrupato Abrams statunitense senza quasi più cingoli, o di fronte al Leopard2 tedesco con l’obice forato dai proiettili. Ma c’è ressa anche davanti alla carcassa incendiata di un Bushmaster australiano, un imponente Marder tedesco, un ammaccato Pinzgauer polacco o l’esotico Mamba sudafricano. In questa vigilia di Pasqua ortodossa, giornata di sole e di vento, sono migliaia i moscoviti accorsi per passare in rassegna i “trofei” della Nato catturati in Ucraina in mostra per un mese a Park Pobedy, il Parco della vittoria: 34 mezzi blindati provenienti da 12 Paesi schierati sotto a una teoria di bandiere rosse e poi droni e lanciarazzi esposti insieme a mappe e documenti sotto a un tendone.
Ogni mezzo è contrassegnato dalla bandiera del Paese d’origine: l’Union Jack per l’Husky e il Mastiff coi parabrezza forati, stelle e strisce per l’M2 Bradley col fango ancora rappreso sul cingolo e falce di luna e stella per il Kirpi. «E dire che la Turchia si professa nostra amica e tanti di noi vanno in vacanza lì», protesta qualcuno. Sono quasi tutti Paesi Nato, tanto che uno schermo ironizza: «I funzionari delle ambasciate di Usa, Gran Bretagna, Germania, Francia e Polonia possono saltare la fila». Ma ci sono anche mezzi di Austria, Sudafrica e Australia a corroborare la nuova narrazione della Russia impegnata in una “lotta esistenziale” non contro l’Ucraina, ma contro tutto “l’Occidente collettivo”.
I pannelli esplicativi sono puramente didascalici: dimensioni, anno di progettazione, portata degli armamenti. Giusto un paio di righe su luogo e data di cattura: Hostomel, febbraio 2022; “liberazione di Mariupol”, marzo 2022; Severodonetsk, Repubblica di Lugansk, giugno 2022; Kherson, settembre 2022; Zaporizhzhia, marzo 2023; Donetsk, gennaio 2024. Ci pensano soldati con le insegne in bella mostra a illustrare le caratteristiche tecniche e, soprattutto, le vulnerabilità. Un militare giovane e mingherlino davanti a un T72 sovietico modernizzato dall’Ucraina strombazza: «Basta un solo proiettile qui per far fuori tutto l’equipaggio». E con un puntatore pieghevole indica un «punto vulnerabile» sotto la torretta. Poi, parlando di un Bradley, «saltato su una mina», consiglia a più riprese di vedere il film Le guerre del Pentagono che «spiega perché, nonostante anni di progetti e investimenti, questo mezzo fu un flop». Un suo commilitone più anziano spara cifre: «Costruire un Abrams costa 500mila dollari, portarlo in un altro continente altri 700mila, per un totale di 1,2 milioni di dollari a unità. Gli americani sono generosi». Poi si bulla: «L’Abrams che vedete è malconcio, ma almeno è integro. È stato fatto fuori un mese fa ad Avdiivka da un missile guidato e droni kamikaze. Altri quattro li abbiamo fatti a pezzi. Ne avevano donati 31 a Kiev, ma alla fine li hanno ritirati dal fronte perché i titoli dell’azienda produttrice crollavano». I visitatori lo tartassano di domande. Qual è il tank nemico più temibile? «Bruciano tutti allo stesso modo», risponde sprezzante. Ma gli Usa dicevano che l’Abrams era “un’arma miracolosa”, lo provoca un pensionato. «L’Occidente si vanta a parole, noi vi mostriamo i fatti. Questi blindati non hanno avuto neppure il tempo di combattere. Sono stati distrutti oppure abbandonati perché si bloccavano alla prima pozzanghera. Noi avanziamo, loro si ritirano».
A pochi giorni dall’insediamento di Vladimir Putin per un quinto mandato, il 7, e dalla Giornata della Vittoria, il 9, che celebra la sconfitta del nazifascismo, la narrazione è tronfia. Tutto orgoglio e vanto. La Difesa ha anche invitato 51 attaché militari stranieri, compreso l’italiano Vittorio Parrella. Un salto rispetto al 2022 quando si insisteva sul parallelismo tra la guerra ad Hitler e la lotta ai «neonazisti di Kiev» per “vendere” la necessità dell’Operazione militare speciale. O alle celebrazioni in tono minore di un anno fa dopo le pesanti battute d’arresto. Forte delle presidenziali di marzo che gli hanno consegnato altri sei anni al potere e delle avanzate sul fronte ucraino, Putin gongola. E la mostra dei “trofei” è una grande smargiassata.
Certo, il consueto simbolismo storico non manca. A partire dalla scenografia: il Parco della Vittoria su Poklonnaja Gora, la Collina degli Inchini che ricorda i trionfi russi su Napoleone nel 1812 e sul nazifascismo nel 1945. E che oggi è addobbata a festa in vista dell’imminente parata militare. In mostra c’è anche un mezzo nazista sotto lo slogan «La storia si ripete». E ci sono foto in bianco e nero della Mostra dei trofei voluta da Stalin al Gorkij Park tra il ’43 e il ’48. Oggi come allora, è questo il messaggio, la Russia è sotto attacco, ma vincerà. E la propaganda coglie nel segno. «Sono orgoglioso dei nostri ragazzi che hanno catturato tutti questi mezzi. La vittoria sarà nostra», è sicuro Igor Goncharov, meccanico, 44 anni. «La Russia combatte per un nuovo ordine mondiale. E non smetterà finché l’Occidente non negozierà. Anche a costo di arrivare al confine con la Polonia», promette Andrej, analista finanziario 63enne. La 37enne Anastasia, ingegnere, nonni ucraini a Zaporizhzhia, «ora territorio russo», si commuove quasi alle lacrime all’idea che «tutto il mondo è contro la Russia». Ma a mezza bocca ammette: «A nessuno piace la guerra. Vorrei la pace».