Gaza, si allontana la tregua. Oscurata al Jazeera: “Così si spengono le luci sulla Striscia”. Oggi il capo della Cia a Tel Aviv
dal nostro inviato Paolo BreraTEL AVIV — Non è finita, ma il negoziato è agonizzante. La missione al Cairo della delegazione di Hamas per l’ultima bozza di accordo sul cessate il fuoco e gli ostaggi è fallita. L’ottimismo è sfumato e ieri i negoziatori palestinesi sono rientrati a Doha. Consulteranno nuovamente la leadership a Gaza, poi torneranno al Cairo domani per l’epilogo. Grandi manovre sono ancora in corso: anche il capo della Cia, William Burns, è volato ieri a Doha e sarà oggi a Tel Aviv per salvare la trattativa.
Non sarà semplice. Il nodo della fine della guerra si è serrato: Hamas la rivendica come indispensabile, Israele non vuole concederla. Il capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha accusato Netanyahu di silurare «un accordo globale» che il movimento vuole ancora, ma «non senza il cessate il fuoco come primo risultato». «È Hamas — replica Netanyahu al termine del gabinetto di guerra — che ostacola». Il premier dice di essere pronto a una tregua per gli ostaggi, ma i miliziani «sono trincera…
TEL AVIV — Non è finita, ma il negoziato è agonizzante. La missione al Cairo della delegazione di Hamas per l’ultima bozza di accordo sul cessate il fuoco e gli ostaggi è fallita. L’ottimismo è sfumato e ieri i negoziatori palestinesi sono rientrati a Doha. Consulteranno nuovamente la leadership a Gaza, poi torneranno al Cairo domani per l’epilogo. Grandi manovre sono ancora in corso: anche il capo della Cia, William Burns, è volato ieri a Doha e sarà oggi a Tel Aviv per salvare la trattativa.
Non sarà semplice. Il nodo della fine della guerra si è serrato: Hamas la rivendica come indispensabile, Israele non vuole concederla. Il capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha accusato Netanyahu di silurare «un accordo globale» che il movimento vuole ancora, ma «non senza il cessate il fuoco come primo risultato». «È Hamas — replica Netanyahu al termine del gabinetto di guerra — che ostacola». Il premier dice di essere pronto a una tregua per gli ostaggi, ma i miliziani «sono trincerati su posizioni estreme: ritirare le nostre forze dalla Striscia, porre fine alla guerra e lasciare Hamas intatto. Non possiamo accettare che i loro battaglioni escano dai bunker, riprendano il controllo di Gaza, ricostruiscano le infrastrutture militari e tornino a minacciarci».
Il capo del governo non ascolta le proteste che infiammano il Paese chiedendo di firmare subito l’accordo; ma tiene fede alle promesse fatte alla destra che vuole attaccare Rafah. «L’offensiva inizierà presto», dice il ministro della Difesa, Yoav Gallant. E dal gabinetto di guerra arriva un segnale eloquente: ha ordinato all’unanimità il blocco di Al Jazeera in Israele, spegnendo una delle poche voci nella Striscia in grado di mostrare gli effetti di un eventuale attacco di terra. Le organizzazioni internazionali prefigurano l’alto rischio di una catastrofe umanitaria che non avrebbe testimoni.
Al Jazeera «condanna e denuncia questo atto criminale». Per Hamas è «una ritorsione contro il ruolo che svolge nel mettere in luce i crimini israeliani, per nascondere la verità». La decisione è effetto della legge approvata ad aprile dal parlamento israeliano: permette la chiusura per 45 giorni delle tv considerate minaccia alla sicurezza durante la guerra a Gaza. Il ministro delle Comunicazioni, Shlomo Karhi, ha firmato l’ordine di esecuzione immediata. Un’ora dopo gli agenti sono entrati nella sede di Gerusalemme per sequestrare tutto. Per la sede in Cisgiordania serve prima l’ordine del governatore militare, ma è in itinere.
A Gaza, l’unico giornalista rimasto è Hani Mahmoud, che lavora sul campo a Rafah. «È l’ultimo episodio — dice — della soppressione di qualsiasi critica a ciò che accade nella Striscia. Abbiamo documentato atrocità, atti di genocidio, carestia e atti contro i diritti umani e le norme internazionali di conduzione di guerre. Questo non è piaciuto al governo israeliano». Israele spegne sia il canale in arabo che quello in inglese e l’attività web. Al Jazeera ha pagato un conto terribile per il suo lavoro sul campo. Walid Omary, caporedattore a Gerusalemme, dice che dal 7 ottobre «ci sono stati più di 50 attacchi a nostri giornalisti». La serie è iniziata ben prima. Il 15 maggio 2021 la torre Al Jalaa di Gaza City che ospitava Al Jazeera e Ap è stata distrutta da un missile israeliano. Il giornalista Hamza Dahdouh, figlio del caporedattore Wael, è stato ucciso il 7 gennaio di quest’anno: era sopravvissuto al drone che il 15 dicembre uccise il cameraman Samer Abudaqa a Khan Younis. E l’11 maggio 2022 gli israeliani hanno ucciso Shireen Abu Akleh, un delitto che commosse e indignò: fu colpita e uccisa mentre girava a Jenin, Cisgiordania.
Sulle tv in Israele in cui era sintonizzata Al Jazeera sono già apparsi segnali per indicare che è offline: provider di connettività via cavo e via satellite sono stati costretti a oscurarla. La tv con base in Qatar è il più importante canale giornalistico in lingua araba. Vicina ai Fratelli musulmani, a lungo contestata per il sostegno a fazioni islamiste moderate, ha però vinto con i suoi reportage prestigiosi premi internazionali per la qualità dell’informazione. «Se vedete questo video siamo stati banditi», spiega in un pezzo pre registrato il corrispondente da Gerusalemme Est, Imran Khan.
Israele ha dunque spento la luce su Rafah mentre ne annuncia la imminente invasione. Con la diplomazia in affanno tornano a parlare i missili. In risposta a un raid a Mays al-Jabal, nel sud del Libano, ieri Hezbollah ha attaccato Kiryat Shmona, nel Nord di Israele, con 65 missili, uno degli attacchi più violenti dal 7 ottobre. E in risposta al pesante bombardamento israeliano di sabato notte nella Striscia, Hamas ha attaccato con 15 colpi di mortaio il valico di Kerem Shalo, ferendo 4 soldati. L’esercito israeliano ha chiuso il valico agli aiuti. Se dovesse fallire anche il prossimo round negoziale, previsto domani, l’attacco a Rafah potrebbe essere questione di ore.