Ipotesi intervento Nato in Ucraina: le carenze sul terreno e la superiorità nei cieli. Ma incombe il rischio nucleare
di Gianluca Di FeoNelle pianure polacche come nella pancia delle portaerei in navigazione nell’Egeo, durante le ultime due esercitazioni della Nato è stata organizzata un’esibizione degli equipaggiamenti in dotazione alle truppe scelte: che si trattasse di marines spagnoli o di granatieri tedeschi, nessun reparto aveva metabolizzato le lezioni che arrivano dalle trincee ucraine. Gli eserciti occidentali non hanno ancora introdotto gli strumenti protagonisti delle battaglie nel Donbass: gli sciami di piccoli droni killer che si pilotano “a vista” usando occhiali speciali; i robot volanti che comandano altri droni d’attacco; i sistemi di disturbo elettronico per fermare gli ordigni telecomandati e i proiettili di precisione. Mancano anche carri armati e veicoli da combattimento in grado di sopravvivere alle mine e alle “munizioni orbitanti”. Insomma, c’è un preoccupante ritardo di tecnologie e tattiche.
Lo scenario peggiore
Certo, gli stati maggiori preparano in continuazioni piani per fronteggiare…
Nelle pianure polacche come nella pancia delle portaerei in navigazione nell’Egeo, durante le ultime due esercitazioni della Nato è stata organizzata un’esibizione degli equipaggiamenti in dotazione alle truppe scelte: che si trattasse di marines spagnoli o di granatieri tedeschi, nessun reparto aveva metabolizzato le lezioni che arrivano dalle trincee ucraine. Gli eserciti occidentali non hanno ancora introdotto gli strumenti protagonisti delle battaglie nel Donbass: gli sciami di piccoli droni killer che si pilotano “a vista” usando occhiali speciali; i robot volanti che comandano altri droni d’attacco; i sistemi di disturbo elettronico per fermare gli ordigni telecomandati e i proiettili di precisione. Mancano anche carri armati e veicoli da combattimento in grado di sopravvivere alle mine e alle “munizioni orbitanti”. Insomma, c’è un preoccupante ritardo di tecnologie e tattiche.
Lo scenario peggiore
Certo, gli stati maggiori preparano in continuazioni piani per fronteggiare qualsiasi minaccia. Anche quello dell’Alleanza atlantica lo ha fatto, ipotizzando il peggiore scenario: i russi che dilagano assieme ai bielorussi verso Kiev o che lanciano provocazioni armate alla Polonia e ai Baltici, infine l’ipotesi di una destabilizzazione della Moldavia. Situazioni che potrebbero configurare una linea rossa tale da spingere la Nato all’intervento diretto contro Mosca. “C’è sempre un rischio quando si entra in un conflitto, come accade oggi all’Ucraina - ha dichiarato il segretario generale della Nato Jan Stoltenberg lunedì scorso -. Il rischio più grande è che prevalga Putin. Se la Russia dovesse vincere, dovremo affrontare il costo più grande di tutti per la nostra sicurezza”.
Ogni manovra tracciata sulle mappe deve però fare i conti con la realtà. E quella delle forze europee della Nato è particolarmente fosca: pure le scorte di armamenti accumulate prima del 2022 sono state svuotate per sostenere la resistenza ucraina. A incentivare questo buco negli arsenali nazionali e collettivi sono stati proprio i vertici del Patto atlantico: “Se i Paesi membri devono scegliere - ha sottolineato Stoltenberg - tra mantenere le riserve stabilite dall’Alleanza o sostenere l’Ucraina, allora va data la priorità ad aiutare Kiev”.
Riserve sguarnite
Ed ecco che tutti gli eserciti ora si trovano in mezzo al guado: hanno meno blindati, cannoni e munizioni perché li hanno donati a Kiev. Ma l’industria bellica del Vecchio Continente marcia ancora con i ritmi del passato e non consegnerà i rimpiazzi prima di anni. Per questo tutti gli analisti valutano con estrema cautela numeri ed efficienza delle pedine operative e dei contingenti definiti “rapidi” dalla Nato, che sulla carta elenca schiere possenti pronte a entrare in campo nel giro di poche settimane. Oggi si ritiene che Gran Bretagna, Francia e Germania faticherebbero a mandare al fronte una brigata corazzata a testa.
I britannici in particolare hanno trasferito agli ucraini due terzi della loro artiglieria semovente e gran parte dei magazzini di proiettili: se dovessero tenere il livello di fuoco del Donbass, finirebbero i colpi in 48 ore. Tutti hanno ceduto missili contraerei e controcarro, ma Stinger e Javelin per sostituirli non se ne trovano. L’Italia ha poche decine di tank Ariete funzionanti: i programmi per allestire due brigate corazzate - l’unità decisiva negli scontri su larga scala - sono stati varati dal governo ma richiederanno più di un decennio. I costi del riarmo infatti sono colossali: per acquistare trecento Leopard 2 e mille cingolati da combattimento si prevede di spendere oltre 24 miliardi.
L’incognita elezioni Usa e la supremazia nei cieli
Più che i calcoli delle capacità belliche, sul Continente gravano le incertezze elettorali statunitensi: Biden garantirebbe l’impegno determinante del Pentagono mentre con Trump le certezze svanirebbero ed è il voto di novembre per la Casa Bianca a condizionare qualsiasi valutazione militare. Una tempistica che il Cremlino conosce bene e potrebbe spingere Putin a cercare una prova di forza prima dell’autunno, convinto che i governi europei non abbiano né i mezzi, né la volontà di rischiare uno scontro diretto. Per questo proprio ora la Nato sente il bisogno di studiare un deterrente per frenare preventivamente la Russia.
Se a terra la preparazione è scarsa, nei cieli la supremazia è netta: qualità e quantità dei velivoli, oltre alla migliore preparazione dei piloti, non darebbero scampo alle squadriglie di Mosca. Una campagna aerea non può portare alla vittoria, ma è in grado di bloccare l’avanzata nemica. Con gravi rischi: chi può impedire che una battaglia aerea sopra Kaliningrad o sulla Moldavia non si trasformi in un confronto nucleare? In questo vortice che sembra trascinare l’Europa verso la guerra, non bisogna mai dimenticare che i confini tra conflitto convenzionale e atomico sono estremamente sottili, perché Putin considera le bombe tattiche come l’unica tutela contro la superiorità occidentale.