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Ella, Yosef, Shlomo, quei 2mila sopravvissuti alla Shoah colpiti il 7 ottobre in Israele: “È un nuovo massacro”

(ansa)
Nel giorno dell’anniversario dell’insurrezione del Ghetto di Varsavia, il ricordo dello sterminio di sei milioni di ebrei. Ricorrenza che quest’anno si è riempita di fantasmi
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GERUSALEMME – Una sirena lunga, insistente che buca cuori e ricordi. Così ogni anno, alle 10 del mattino di Yom Hashoah, nell’anniversario dell’insurrezione del Ghetto di Varsavia, Israele ricorda lo sterminio di sei milioni di ebrei, fermando uffici, pedoni, automobili, per due minuti.

Una ricorrenza che quest’anno, a pochi mesi dal 7 ottobre, si è riempita di fantasmi che in tanti credevano ormai appartenenti solo alle pagine dei libri di storia, fatti di famiglie bruciate vive nelle case, torture e brutalità di ogni genere. Immagini per alcuni ancora più vive di altri: i sopravvissuti alla Shoah che dopo quasi ottant’anni si sono ritrovati di nuovo a sopravvivere a un massacro.

Secondo i dati del Ministero del Welfare israeliano, sono circa 2.500 i reduci che sono rimasti direttamente coinvolti dal 7 ottobre (dei circa 133mila rimasti in Israele). Negli ultimi otto mesi sono 86 quelli che sono mancati, sfollati dalle loro case.


Quando nella giornata che in Israele è nota co…

GERUSALEMME – Una sirena lunga, insistente che buca cuori e ricordi. Così ogni anno, alle 10 del mattino di Yom Hashoah, nell’anniversario dell’insurrezione del Ghetto di Varsavia, Israele ricorda lo sterminio di sei milioni di ebrei, fermando uffici, pedoni, automobili, per due minuti.

Una ricorrenza che quest’anno, a pochi mesi dal 7 ottobre, si è riempita di fantasmi che in tanti credevano ormai appartenenti solo alle pagine dei libri di storia, fatti di famiglie bruciate vive nelle case, torture e brutalità di ogni genere. Immagini per alcuni ancora più vive di altri: i sopravvissuti alla Shoah che dopo quasi ottant’anni si sono ritrovati di nuovo a sopravvivere a un massacro.

Secondo i dati del Ministero del Welfare israeliano, sono circa 2.500 i reduci che sono rimasti direttamente coinvolti dal 7 ottobre (dei circa 133mila rimasti in Israele). Negli ultimi otto mesi sono 86 quelli che sono mancati, sfollati dalle loro case.


Quando nella giornata che in Israele è nota come il sabato nero hanno cominciato a suonare gli allarmi anti-razzo, Ella Panomarov, 87 anni, e il suo compagno Lev Arbitman, 101 anni, sono usciti di casa per raggiungere il rifugio antiaereo pubblico nelle vicinanze. "All'improvviso ho sentito un rumore molto forte proveniente dall'esterno", la donna ha raccontato a giornale israeliano Ynet. "Ho aperto la porta, sono uscita e ho visto la figlia del mio vicino che giaceva in una pozza di sangue. Ho alzato gli occhi e ho visto un terrorista di Hamas in piedi a dieci metri da me. Mi ha guardato negli occhi e mi ha puntato la pistola in faccia".

Ella ha spiegato come in quei momenti fosse sicura che le avrebbero sparato. “Ricordo che mentre camminavo ho pensato: 'Dio, ho vissuto una vita piena. Prendimi, sono vecchia, fai in modo che lascino in pace i bambini. Salva loro la vita’. Non ha aiutato. I due figli del mio vicino sono stati assassinati”.

Da allora, l’anziana dice di non riuscire più a dormire. “Sono stanca, esausta, ma quando chiudo gli occhi, rivedo quelli del terrorista, mi spavento e mi sveglio. “Noi non abbiamo una stanza bunker, quindi correvamo sempre fuori nel rifugio, ma dal mattino in cui i terroristi ci aspettavano vicino alla porta, ho paura di uscire. Sto ricevendo cure psicologiche. Amo Ofakim, non voglio andarmene, ma temo che qui non sia sicuro, e sono preoccupata anche per i miei figli e nipoti.”

Yosef Bernhard, 92 anni ha fatto l’Aliyah in Israele da Berlino nel 1938. “Dopo il primo maledetto discorso di Hitler, mio nonno, che era sionista, riunì la nostra famiglia e annunciò che dovevamo fare uno sforzo per lasciare la Germania”, ha rivelato a Ynet. “Sono arrivato in Terra d'Israele come rifugiato, con un documento falso. Ancora oggi porto con me questa sensazione. È qualcosa che non ti abbandona per tutta la tua vita."

Cinque figli, diciassette nipoti e sette pronipoti, il novantaduenne ha sottolineato che il 7 ottobre lo ha trasformato nuovamente in uno sfollato, quasi nove decenni dopo la prima volta, costringendolo a lasciare il Kibbutz Sa’ad dove viveva. “Il sabato non accendiamo la radio,” ha spiegato Yosef. “Solo il giorno successivo ci siamo resi conto dell'entità del disastro".

Nel Kibbutz Sa’ad, la squadra civile di pronto intervento è riuscita a respingere l’attacco dei terroristi. La comunità accanto, Kfar Aza, è stata teatro di un bagno di sangue. n“La mia preoccupazione è cresciuta quando ho saputo dei nostri vicini del Kibbutz Kfar Aza, che hanno perso circa 70 membri” ,ha detto il sopravvissuto. “Non potevo credere che fosse successo. Mi ha distrutto. Ci sono solo 200 metri tra i cancelli dei due kibbutz, ed è un miracolo che la squadra di Sa'ad sia riuscita a proteggere la recinzione”.

Per mesi, Yosef è rimasto a vivere in un hotel vicino al Mar Morto, dove hanno evacuato molte delle comunità del sud finite sotto l’attacco di Hamas – anche per il continuo lancio di razzi. Un mese fa, finalmente, il ritorno a casa. "Se mi chiedono qual è stata la cosa più importante che ho fatto nella vita, a parte crescere la mia famiglia, ovviamente, direi che è aver fondato una comunità di confine in Israele", ha detto ancora.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Shoshana Karmin, 92 anni, era stata portata con sua madre nel ghetto di Budapest, in Ungheria. Solo undicenne, Shoshana ha persuaso la madre a scappare. “Da bambina che ero non capivo bene i pericoli, ma mi sembrava irragionevole stare in un luogo chiuso”, ha ricordato. “Mia madre ha ceduto alla mia richiesta, ed è così che siamo sopravvissute. Siamo fuggite in una tipografia e ci siamo rimaste per tutta la guerra”.

Trasferitasi in Israele a 17, Karmin ha servito nell’esercito e incontrato suo marito al Kibbutz Magen, dove è rimasta a vivere e ha avuto quattro figli, 12 nipoti e dieci pronipoti. “Le escalation non mi hanno mai preoccupata,” ha confessato a Ynet. “Non andavamo nemmeno nella stanza bunker quando suonavano le sirene perché comunque non saremmo arrivati in tempo. Ma non avrei mai pensato che potesse verificarsi una situazione in cui le nostre case sarebbero state infiltrate. Non posso credere che una cosa del genere sia potuta accadere.”

Tra i sopravvissuti alla Shoah c’è anche chi il 7 ottobre ha perso la vita o è stato rapito, come Moshe Riedler e Shlomo Mansour, 86 anni, il più anziano ostaggio a Gaza, originario dell’Iraq dove era scampato al pogrom antiebraico di Farhud nel 1941.

E c’è chi da lontano ha visto i propri discendenti soffrire l’inferno, come Naftali Fürst, 92 anni, originario della Slovacchia e uno dei prigionieri ritratti in una foto di Buchenwald diventata simbolo della Shoah. La nipote di Naftali, Mika e il pronipotino Netanel, di due anni si trovavano a Kfar Aza e sono rimasti barricati per venti ore nella stanza bunker con la porta che il padre Sefi è riuscito a bloccare legandone la maniglia con un cavo telefonico, prima che l’esercito israeliano arrivasse ad evacuarli illesi. Ancora una volta protagonisti di un miracolo. Come quello che aveva salvato Naftali ad Auschwitz tanti anni prima.

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