I tank israeliani entrano a Rafah. Gli Usa: un accordo “è ancora possibile”
dalla nostra inviata Francesca CaferriTEL AVIV — «Salvate Rafah». «Fermate il massacro». All’incrocio di Kaplan street, nel cuore di Tel Aviv, in quello stesso punto dove un anno fa decine di migliaia di persone manifestavano contro la riforma giudiziaria voluta dal governo, ieri sera erano poco meno di duecento quelli che chiedevano di fermare l’offensiva di terra lanciata lunedì sera dall’esercito israeliano contro la città più meridionale della Striscia, rifugio di un milione di persone scappate dalle zone precedentemente bombardate.
Ieri mattina i tank hanno preso il controllo del valico che segna il confine fra Gaza e l’Egitto, issando le bandiere israeliane al posto di quelle palestinesi. Un’operazione “limitata” continuano a dire i componenti del governo, che mira a fare pressione su Hamas in coincidenza con la ripresa dei negoziati, ieri al Cairo. Ma se la massiccia azione delle forze di terra non c’è stata, il valico è stato comunque chiuso, tagliando la principale via di ingresso degli aiuti umanitari nella Str…
TEL AVIV — «Salvate Rafah». «Fermate il massacro». All’incrocio di Kaplan street, nel cuore di Tel Aviv, in quello stesso punto dove un anno fa decine di migliaia di persone manifestavano contro la riforma giudiziaria voluta dal governo, ieri sera erano poco meno di duecento quelli che chiedevano di fermare l’offensiva di terra lanciata lunedì sera dall’esercito israeliano contro la città più meridionale della Striscia, rifugio di un milione di persone scappate dalle zone precedentemente bombardate.
Ieri mattina i tank hanno preso il controllo del valico che segna il confine fra Gaza e l’Egitto, issando le bandiere israeliane al posto di quelle palestinesi. Un’operazione “limitata” continuano a dire i componenti del governo, che mira a fare pressione su Hamas in coincidenza con la ripresa dei negoziati, ieri al Cairo. Ma se la massiccia azione delle forze di terra non c’è stata, il valico è stato comunque chiuso, tagliando la principale via di ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia: domani dovrebbe riaprire il vicino passaggio di Kerem Shalom, ma non è chiaro quanti camion riusciranno a passare. L’emergenza principale è quella del carburante, necessario anche per i generatori negli ospedali: le scorte secondo il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, sono destinate a esaurirsi nel giro di poche ore.
Se è possibile che Israele accetti a breve di far passare gli aiuti, anche per non irritare ulteriormente le cancellerie di mezzo mondo che ieri hanno condannato l’offensiva, un ritiro dei mezzi da Rafah non pare imminente. «Ci sarà solo dopo che il primo ostaggio tornerà libero», ha detto il ministro della Difesa Yoav Gallant. «Questa manovra mette a rischio il cessate il fuoco», è stata la risposta del portavoce di Hamas Osama Hamdan da Beirut.
Far incontrare le posizioni è il compito dei negoziatori egiziani, americani e qatarini da ieri sera al lavoro al Cairo. Per il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale statunitense John Kirby «è possibile colmare le differenze», ma il punto di partenza non è semplice. Hamas vuole rilasciare 33 israeliani in sei settimane: vivi o morti. Israele pretende che tornino a casa persone in vita, non cadaveri. Hamas chiede un impegno a chiudere definitivamente i combattimenti dopo una prima fase di pausa. Israele non intende garantire nulla.
In mezzo, un milione di palestinesi alla fame bloccati a Rafah e 132 ostaggi israeliani, di cui almeno una trentina morti. «Ma ci sono anche i vivi. E dobbiamo riportarli a casa: adesso, tutti. La priorità del governo deve essere questa. Non ci fermeremo fino a quando non lo sarà», ci dice davanti al ministero della Difesa di Tel Aviv, Yehuda Cohen, padre di Nimrod, soldato di 19 anni preso a Nahal Oz. Insieme ad altre famiglie e a qualche centinaio di supporter ieri sera il signor Cohen ha bloccato la strada principale di Tel Aviv nell’ennesima, disperata, richiesta di ascolto al governo e al Paese. Oggi i suoi occhi, come quelli di tutto Israele, saranno fissi sul Cairo: in attesa di una svolta.