✕

Pressing Usa su Israele: congelato l’invio di una fornitura di bombe

(reuters)
Le famiglie degli ostaggi minacciano una rivolta se non ci sarà un accordo. A Rafah valichi bloccati. L’Oms: “Carburante per due giorni”
2 minuti di lettura

TEL AVIV — Fuoco e fiamme se non ci sarà un accordo. Lo promettono e lo fanno le famiglie degli ostaggi (132, di cui 38 sicuramente morti) israeliani ancora a Gaza, in questa ennesima giornata di attesa: sono in strada dalla mattina, qui a Tel Aviv, ed è buio quando accendono roghi sulle strade intorno alla Kirya, il ministero della Difesa. La gente passa, rassegnata: sono più di 200 giorni che scene simili si ripetono nel cuore finanziario di Israele. Ma negli ultimi giorni la tensione in vista di un possibile accordo è alle stelle: ieri a fianco di chi chiede un accordo e le dimissioni del governo è scesa l’Histadrut, la potente federazione dei sindacati israeliani, che già un anno fa aveva minacciato la paralisi del Paese durante le proteste contro la riforma giudiziaria.

In attesa di novità dal Cairo, ieri il fronte più acceso è stato quello del complesso rapporto fra gli Stati Uniti e il governo di Benjamin Netanyahu. Nella notte, dall’America, trapela la notizia della “pausa” a…

TEL AVIV — Fuoco e fiamme se non ci sarà un accordo. Lo promettono e lo fanno le famiglie degli ostaggi (132, di cui 38 sicuramente morti) israeliani ancora a Gaza, in questa ennesima giornata di attesa: sono in strada dalla mattina, qui a Tel Aviv, ed è buio quando accendono roghi sulle strade intorno alla Kirya, il ministero della Difesa. La gente passa, rassegnata: sono più di 200 giorni che scene simili si ripetono nel cuore finanziario di Israele. Ma negli ultimi giorni la tensione in vista di un possibile accordo è alle stelle: ieri a fianco di chi chiede un accordo e le dimissioni del governo è scesa l’Histadrut, la potente federazione dei sindacati israeliani, che già un anno fa aveva minacciato la paralisi del Paese durante le proteste contro la riforma giudiziaria.

In attesa di novità dal Cairo, ieri il fronte più acceso è stato quello del complesso rapporto fra gli Stati Uniti e il governo di Benjamin Netanyahu. Nella notte, dall’America, trapela la notizia della “pausa” all’invio di 3.500 bombe di precisione decisa dall’Amministrazione Biden qualche giorno fa per paura di una massiccia offensiva su Rafah. Poi arriva la notizia del rinvio dell’attesissimo rapporto con cui il segretario di Stato Antony Blinken avrebbe dovuto riferire al Congresso sul rispetto o meno da parte di Israele delle leggi americane e internazionali nell’uso delle armi fornite dagli Usa. Infine, il colloquio fra il capo della Cia William Burns e Netanyahu: tutti tasselli di un puzzle che con difficoltà si sta componendo e che vorrebbe arrivare, da parte americana, a un cessate il fuoco e alla liberazione di parte degli ostaggi. Ma che da parte israeliana è ostacolato dalla volontà del premier di non cedere alle richieste di Hamas: e alle pressioni dell’ultradestra che sostiene il suo governo.

In mezzo, un milione di palestinesi che si sono rifugiati a Gaza per fuggire ai bombardamenti israeliani negli ultimi mesi: per loro e per il resto della Striscia la situazione umanitaria è al limite. Il valico di Rafah – a lungo principale punto di ingresso degli aiuti – è chiuso dopo l’avanzata israeliana. Quello attiguo di Kerem Shalom è stato riaperto ieri ma di fatto non ha funzionato, visto che a causa dell’avanzata israeliana non c’era nessuno ad accogliere le merci dal lato palestinese. L’Organizzazione mondiale per la Sanità mette in guardia: a Gaza resta carburante solo per due giorni mentre le principali organizzazioni non governative mondiali – da Medici senza Frontiere a Action Aid – chiedono la riapertura immediata dei valichi.

Si complica intanto la situazione anche al Nord di Israele, dove ieri gli scambi di artiglieria fra l’Idf e i militanti libanesi Hezbollah sono stati particolarmente violenti. Il ministro della Difesa Yoav Gallant ha messo in guardia da una “estate calda” lungo il confine: 60 mila sono le persone sfollate la lato israeliano, 90 mila quelle dal lato libanese. Una crisi nella crisi

Leggi i commenti