Usa-Israele, amici inseparabili che hanno vissuto molte crisi. Ecco quando
di Enrico FranceschiniLONDRA – L’avvertimento di Joe Biden a Benjamin Netanyahu che gli Stati Uniti sospenderanno la fornitura di armi a Israele se l’esercito dello Stato ebraico attaccherà Rafah, rischiando un altro disastro umanitario tra i palestinesi nella striscia di Gaza, apre una potenziale frattura fra il governo israeliano e il suo storico alleato americano. Washington fornisce miliardi di dollari di aiuti militari a Israele, mette il veto alle risoluzioni che condannano Israele al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ha una cruciale cooperazione fra i suoi servizi segreti e quelli israeliani nella lotta al terrorismo. E Netanyahu è davanti al dilemma. Deve scegliere: o Rafah o l’America. Ma non è la prima volta che i rapporti fra Washington e Gerusalemme attraversano momenti di freddezza o arrivano a una fase di crisi anche acuta.
Gli aiuti e i veti
Gli Stati Uniti forniscono a Israele circa 3 miliardi di dollari di aiuti militari all’anno. Dagli anni Sessanta, quando è cominciata l’assis…
LONDRA – L’avvertimento di Joe Biden a Benjamin Netanyahu che gli Stati Uniti sospenderanno la fornitura di armi a Israele se l’esercito dello Stato ebraico attaccherà Rafah, rischiando un altro disastro umanitario tra i palestinesi nella striscia di Gaza, apre una potenziale frattura fra il governo israeliano e il suo storico alleato americano. Washington fornisce miliardi di dollari di aiuti militari a Israele, mette il veto alle risoluzioni che condannano Israele al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ha una cruciale cooperazione fra i suoi servizi segreti e quelli israeliani nella lotta al terrorismo. E Netanyahu è davanti al dilemma. Deve scegliere: o Rafah o l’America. Ma non è la prima volta che i rapporti fra Washington e Gerusalemme attraversano momenti di freddezza o arrivano a una fase di crisi anche acuta.
Gli aiuti e i veti
Gli Stati Uniti forniscono a Israele circa 3 miliardi di dollari di aiuti militari all’anno. Dagli anni Sessanta, quando è cominciata l’assistenza militare americana, si calcola che lo Stato ebraico abbia ricevuto 150 miliardi di dollari di aiuti militari dagli Usa. L’America è anche il maggiore partner commerciale di Israele, con un interscambio commerciale di 50 miliardi di dollari l’anno. Washington ha inoltre esercitato il proprio potere di veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu ben 42 volte in difesa di Israele, su un totale di 83 volte in cui ne ha fatto uso.
La crisi di Suez del ‘56
Pur avendo espresso sostegno alla creazione di uno Stato ebraico e fornito un moderato ammontare di aiuti a Israele dal momento della sua fondazione nel 1948, per i primi vent’anni di esistenza dello Stato ebraico l’alleanza fra Washington e Gerusalemme non è particolarmente stretta. Nel 1956, quando Israele attacca l’Egitto, insieme a Gran Bretagna e Francia, per permettere a Londra di riprendere possesso del canale di Suez, nazionalizzato dall’egiziano Nasser, sono gli Stati Uniti e fermare la guerra, segnalando che il mondo è uscito dal secondo conflitto mondiale con una nuova superpotenza, perché temono che porti a uno scontro diretto con l’Unione Sovietica, protettrice del Cairo. E gli israeliani, già arrivati al canale, tornano indietro.
L’atomica israeliana
Nei primi anni Sessanta c’è un’altra crisi, ma rimane per lo più segreta: l’amministrazione di John Kennedy è preoccupata dal programma nucleare israeliano e si muove nell’ombra per ostacolarlo. Le pressioni Usa dietro le quinte non impediscono a Israele di sviluppare le sue prime armi atomiche, come forma di deterrenza contro qualunque nemico provi a distruggere lo Stato ebraico. Ma poi nel 1967 scoppia la guerra dei Sei Giorni, Israele sbaraglia Egitto e Siria, il mondo arabo si allea sempre di più con l’Urss e con la presidenza di Lyndon Johnson l’America punta sempre di più su Israele come proprio alleato cruciale in Medio Oriente.
La guerra dello Yom Kippur
Nel ’73 non mancano i segnali che i Paesi arabi si preparano ad attaccare di nuovo Israele. Non è del tutto vero che Gerusalemme viene presa di sorpresa dalla guerra dello Yom Kippur. Alla tardiva reazione israeliana contribuisce la ferma opposizione di Washington a un attacco preventivo contro l’Egitto, come nella guerra del ’67, sempre per il timore che crei un conflitto fra Usa e Urss. Quando il presidente repubblicano Richard Nixon autorizza gli aiuti a Israele, le forze israeliane hanno già ribaltato la situazione sul campo e stanno vincendo anche questo conflitto, in cui, nell’ora più drammatica, Gerusalemme si è sentita sola, abbandonata anche dal suo alleato numero uno.
Il reattore iracheno
Dopo che nel 1979 l’America media la pace fra Israele ed Egitto sotto la presidenza del democratico Jimmy Carter, con l’arrivo alla Casa Bianca del repubblicano Ronald Reagan scoppia un’altra crisi nel 1981, provocata dall’attacco israeliano al reattore nucleare iracheno di Osirak, distrutto da un raid aereo per impedire a Bagdad di procurarsi armi atomiche. La Casa Bianca sospende una fornitura di armi a Israele. La presenza nell’amministrazione Reagan di due ministri che in precedenza avevano lavorato per una corporation con forti legami con il mondo arabo, il segretario di Stato Shultz e il segretario alla Difesa Weinberger, viene vista con sospetto da Israele.
L’invasione del Libano
Nel 1982, nuova crisi quando Israele invade il Libano per colpire le basi da cui i palestinesi di Yasser Arafat lanciano attacchi contro lo Stato ebraico. Gli Usa avvertono Israele che può usare le armi americane soltanto per “scopi difensivi”. Per fermare l’assedio di Beirut, Reagan minaccia addirittura sanzioni economiche contro Israele.
Lo scontro sugli insediamenti
Nel 1991 un altro presidente repubblicano, George Bush senior, congela 10 miliardi di dollari di aiuti militari e civili a Israele per reazione alla politica espansionistica degli insediamenti ebraici nei Territori Occupati in Cisgiordania avvallata dal premier israeliano Yitzhak Shamir. Lo stesso anno sempre Bush, con la conferenza di pace di Madrid, mette in moto il dialogo fra Washington e i palestinesi che, sotto la presidenza del suo successore democratico Bill Clinton, porterà al processo di pace fra palestinesi e Israele, con la storica stretta di mano fra Arafat e Rabin alla Casa Bianca.
La crisi di Gaza
Bush figlio, Barack Obama e Donald Trump stringono ulteriormente i rapporti con Israele, pur proseguendo gli sforzi diplomatici per la pace con i palestinesi e con tutto il mondo arabo, che porterà agli accordi di Abramo con Emirati Arabi Uniti, Marocco, Bahrein e Sudan. Joe Biden prova a completare tali accordi con l’obiettivo più importante, la pace fra Israele e Arabia Saudita, che dovrebbe contenere anche l’impegno di Gerusalemme alla riapertura del negoziato con i palestinesi per arrivare alla sospirata “soluzione dei due Stati”. Ma proprio per impedire questo accordo, il 7 ottobre scorso Hamas attacca Israele, Israele risponde invadendo Gaza e in sei mesi di guerra le relazioni fra Washington e Gerusalemme peggiorano. L’opposizione alla guerra nei campus americani rischia di fare perdere a Biden le elezioni presidenziali del novembre prossimo contro Trump. La Casa Bianca si dichiara contraria a un’operazione militare israeliana a Rafah, dove sono ammassati più di un milione di profughi palestinesi e dove si nascondono i capi di Hamas, presumibilmente con 130 ostaggi israeliani. Contemporaneamente, i mediatori americani rilanciano il piano di pace con i sauditi a partire da un cessate il fuoco e dal rilascio degli ostaggi a Gaza. Infine arriva il monito di Washington: se Israele attacca Rafah, l’America sospenderà gli aiuti militari a Israele. Netanyahu deve scegliere: o Rafah o Riad, come scrive il columnist Thomas Friedman sul New York Times, ossia: o la guerra contro l’ultimo rifugio di Hamas rischiando un disastro umanitario o la pace con l’Arabia Saudita e potenzialmente con i palestinesi. Nel primo caso, perderebbe il sostegno dell’America. Nel secondo, perderebbe il sostegno dei partiti di estrema destra della sua coalizione e presumibilmente perderebbe anche il potere.