Biden: “Niente bombe dagli Usa per Rafah”. Ma Netanyahu insiste: “Agiremo da soli”
dalla nostra inviata Francesca CaferriTEL AVIV — «Nella Guerra di Indipendenza, 76 anni fa, eravamo pochi contro molti. Non avevamo armi. C’era un embargo contro di noi: ma abbiamo vinto. Se dobbiamo combattere da soli, combatteremo da soli: e vinceremo», così dice Benjamin Netanyahu al termine di una delle giornate più difficili degli ultimi mesi qui in Israele.
Al giorno 216 della guerra a Gaza, la tensione fra gli Stati Uniti e Israele esplode in pubblico come mai era accaduto dall’inizio della crisi. A dare fuoco alle polveri — in movimento da settimane, ardenti da lunedì, quando il governo israeliano ha lanciato l’offensiva su Rafah — sono le parole del presidente Usa Joe Biden, che nella notte in un’intervista alla Cnn ha annunciato che gli Stati Uniti non avrebbero consegnato armi, in particolare bombe pesanti, a Israele se avesse proseguito l’offensiva su Rafah. «Sono stati uccisi dei civili con l’uso di quelle bombe e a causa delle altre modalità con cui (gli israeliani) attaccano le zone popolate. Ho detto …
TEL AVIV — «Nella Guerra di Indipendenza, 76 anni fa, eravamo pochi contro molti. Non avevamo armi. C’era un embargo contro di noi: ma abbiamo vinto. Se dobbiamo combattere da soli, combatteremo da soli: e vinceremo», così dice Benjamin Netanyahu al termine di una delle giornate più difficili degli ultimi mesi qui in Israele.
Al giorno 216 della guerra a Gaza, la tensione fra gli Stati Uniti e Israele esplode in pubblico come mai era accaduto dall’inizio della crisi. A dare fuoco alle polveri — in movimento da settimane, ardenti da lunedì, quando il governo israeliano ha lanciato l’offensiva su Rafah — sono le parole del presidente Usa Joe Biden, che nella notte in un’intervista alla Cnn ha annunciato che gli Stati Uniti non avrebbero consegnato armi, in particolare bombe pesanti, a Israele se avesse proseguito l’offensiva su Rafah. «Sono stati uccisi dei civili con l’uso di quelle bombe e a causa delle altre modalità con cui (gli israeliani) attaccano le zone popolate. Ho detto chiaramente che se attaccano Rafah, non fornirò le armi che storicamente sono state usate per Rafah, per le altre città, per questa questione», è la frase del presidente.
Con questo messaggio si è svegliato Israele ieri mattina: e le reazioni sono andate dagli editoriali indignati dei giornali, al tweet del ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir: Hamas loves Biden, con tanto di cuoricino. Una frase che ha scatenato un terremoto politico qui: ma che non ha smosso l’inossidabile rappresentante dell’ultradestra al governo.
La Casa Bianca ha risposto alle critiche per via indiretta per bocca del portavoce del Consiglio nazionale di Sicurezza John Kirby, che ha sottolineato come Washington resti al fianco di Israele ma creda anche che «distruggere Rafah non aiuterà a sconfiggere Hamas». Ma il senso di isolamento che si respira in Israele, la sensazione di assedio, di mancata comprensione da parte del resto del mondo che hanno la maggior parte delle persone con cui abbiamo parlato in questi giorni, ieri non ha fatto che aumentare.
A farne le spese, ancora una volta, i civili di Gaza: ieri le operazioni militari israeliane intorno al valico che segna il confine con l’Egitto si sono estese. «Bombardamenti senza tregua, attacchi ovunque», racconta chi ha potuto parlare con Rafah. Da Cipro è salpata una nave di aiuti, la prima diretta al nuovo molo costruito dagli americani: ma non è chiaro quando arriverà e quanto sarà di aiuto.
Con il valico di Rafah chiuso e quello di Kerem Shalom, che è poco lontano, inutilizzabile perché dal lato palestinese non c’è nessuno a ricevere i camion da lunedì, la situazione nel Sud della Striscia è disastrosa» per usare le parole di un comunicato diffuso ieri dall’agenzia Onu per l’Infanzia Unicef. Agli sgoccioli è in particolare il carburante, che serve per i generatori che tengono attive le incubatrici così come per i macchinari di rianimazione: e le pompe per depurare l’acqua. La riapertura qualche giorno fa da parte di Israele di Erez, il valico del Nord che era stato chiuso il 7 ottobre, non aiuta: impossibile attraversare una Striscia nella cui parte centrale ancora ieri si è combattuto.
Per dire “no” a tutto questo ancora una volta in Europa hanno manifestato migliaia di studenti: da Spagna, Irlanda e Regno Unito, raccontano i resoconti delle agenzie di stampa. E naturalmente Stati Uniti, dove la tensione nei campus resta altissima e domina le prime pagine dei giornali. La più rumorosa delle marce, quella che ha catturato maggiormente l’attenzione, a Malmo, in Svezia, dove fra le 10 e le 12 mila persone hanno contestato la partecipazione di Israele al concorso sonoro Eurovision con la cantante Eden Golan e il suo testo che tanto da vicino richiama gli eventi di ottobre.
Ma la protesta è andata in scena ancora una volta anche qui, nel cuore di Tel Aviv, dove le famiglie degli ostaggi hanno reagito con rabbia e disperazione alla notizia della chiusura senza progressi dell’ennesimo round di negoziati al Cairo, con la partenza di tutte le delegazioni dalla capitale egiziana. Le distanze fra le posizioni restano le stesse dei giorni scorsi: in particolare si concentrano sulla fine o meno dell’offensiva militare e sul numero e lo stato (vivi o morti) degli ostaggi che Hamas rilascerebbe in caso di accordo. «Non c’è più tempo» è l’urlo che ieri sera, ancora una volta, si è alzato sotto le finestre del ministero della Difesa mentre era riunito il gabinetto di guerra. Nessun segno al momento che sia stato raccolto.