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“Lasciate le vostre case in 30 minuti o morirete”: così a Gaza ho salvato la mia gente dopo la telefonata dell’Idf

La chiamata dell’esercito israeliano, il panico poi l’allarme. Rita Baroud, 21enne della Striscia, racconta la fuga da Rafah
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DEIR-AL-BALAH (Gaza) — Mi chiamo Rita Baroud, ho 21 anni, e prima della guerra ero una normale studentessa universitaria, al terzo anno di lingue, studiavo francese. Fotografia e arte sono la mia passione. Mio padre è un professore universitario. Mia madre un’avvocatessa. Ho due fratelli, un maschio e una femmina. Dall’inizio del conflitto abbiamo perso tutto: la casa dove vivevamo, l’ufficio dei miei genitori dove un giorno sarei andata a lavorare anche io. Sono morti carissimi amici e amiche: e pure il mio gatto.

Volevo andare via da Gaza già prima della guerra, ho sempre considerato la Striscia troppo piccola per i miei grandi sogni. E ci sono andata vicina: aspettavo che il mio nome apparisse sulla lista di chi può passare in Egitto dopo aver raccolto 5mila dollari per uscire. Dopo esserci spostati ben 11 volte da ottobre, avevamo trovato un buon rifugio a Rafah. Poi è arrivata la telefonata che ha spezzato per l’ennesima volta le mie prospettive di futuro. Nessuno sa perché vien…

DEIR-AL-BALAH (Gaza) — Mi chiamo Rita Baroud, ho 21 anni, e prima della guerra ero una normale studentessa universitaria, al terzo anno di lingue, studiavo francese. Fotografia e arte sono la mia passione. Mio padre è un professore universitario. Mia madre un’avvocatessa. Ho due fratelli, un maschio e una femmina. Dall’inizio del conflitto abbiamo perso tutto: la casa dove vivevamo, l’ufficio dei miei genitori dove un giorno sarei andata a lavorare anche io. Sono morti carissimi amici e amiche: e pure il mio gatto.

Volevo andare via da Gaza già prima della guerra, ho sempre considerato la Striscia troppo piccola per i miei grandi sogni. E ci sono andata vicina: aspettavo che il mio nome apparisse sulla lista di chi può passare in Egitto dopo aver raccolto 5mila dollari per uscire. Dopo esserci spostati ben 11 volte da ottobre, avevamo trovato un buon rifugio a Rafah. Poi è arrivata la telefonata che ha spezzato per l’ennesima volta le mie prospettive di futuro. Nessuno sa perché viene prescelto ma questa volta è arrivata sul mio cellulare la chiamata d’avviso dell’esercito israeliano.

(agf)

«Avete mezz’ora per sfuggire a morte certa», dice la voce mettendo a dura prova la mia volontà di vivere. Nei giorni precedenti, non ci eravamo mossi perché non sapevamo dove andare. Così l’idea di avere solo mezz’ora mi ha mandato nel panico. Così scioccata che mi sono dovuta sedere in un angolo chiedendomi come dirlo agli altri. Dovevo svegliare mia madre, che al tramonto è già a letto nella speranza di svegliarsi con la notizia della fine delle stragi? Dovevo chiamare mio padre, partito al mattino alla ricerca di un posto dove potevamo evacuare? Chiedere aiuto al mio fratellino che di recente ha lasciato Gaza con la nonna ed è in salvo? Come avrei spiegato a mia sorella di 13 anni, che non c’era più tempo?

Avere la responsabilità di quell’informazione è stato un incubo. Il primo istinto è stato chiudermi in bagno, unico posto dove piangere, visto che abbiamo perso da tempo il lusso della privacy. Ma avevo solo 30 minuti: 30 minuti per sopravvivere, 30 minuti da gestire, 30 minuti per impacchettare i nostri averi e lasciare la casa. Non la nostra, l’ennesima che abbiamo affittato. Mi sono decisa: dovevo informare tutti e subito. L’ho fatto ed è esploso il caos.

(agf)

Uomini donne e bambini hanno iniziato a piangere, chiedendosi che fare. Dove andremo? Dobbiamo prendere tutto il cibo che abbiamo o possiamo lasciarcene un po’ indietro? Dobbiamo ridurre la quantità del nostro bagaglio già all’osso? Che poi consiste in soli due pantaloni e tre maglie, consumati e incollati ai nostri corpi. Trovare un posto – casa o tenda che sia – non è facile. È tutto sovraffollato. E bisognava trovare subito anche un mezzo per trasportare i nostri averi, borse, cibo, e i più deboli di noi. Ben sapendo che durante il viaggio ci sono altre difficoltà pratiche: trovare un gabinetto su tutte. Ma anche un posto per caricare i nostri telefoni fondamentali per sapere cosa sta succedendo. Ancora una volta siamo stati costretti ad agire come investigatori perché bisogna assicurarsi che i vicini siano civili (anche se le bombe cadono anche su di loro). Sopravvivere è una missione.

Abbiamo impacchetto discutendo di cosa fare: la tenda non va bene per mia madre, che soffre d’insufficienza respiratoria. Né per mia sorella che ha il terrore delle formiche. Così siamo tornati a Deir al-Balah, nella casa dove nei primi giorni di guerra siamo rimasti due mesi, fino all’arrivo dei carri armati. Anche quella volta siamo dovuti partire in fretta: lasciandoci tutto dietro. La chiamo casa ma in realtà è piena di macerie e solo in qualche stanza c’è ancora il tetto. Mentre lasciavamo Rafah, ho visto un anziano piangere accanto alla tenda perché il figlio era ferito e non poteva partire. Ho sentito tanti dire: «E ora dove andiamo?»

Siamo passati attraverso Khan Yunis, ormai città fantasma. Arrivati a Deir al-Balah ho cercato da lontano la cupola della Moschea Blu, riferimento per dire «sono a casa». Ho trovato solo frammenti di piastrelle blu per strada. Ho pianto e sono rimasta a lungo seduta su un gradino a guardare la distruzione piombata su un’area che un tempo amavo.

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