Elezioni in Catalogna, Sánchez si gioca tutto e si appella ai cittadini: “Voltiamo pagina”
dal nostro inviato Alessandro OppesBARCELLONA — «Voglio anch’io questa maglietta», scherza Pedro Sánchez volgendo lo sguardo verso un gruppo di giovani attivisti del socialismo catalano che si accalcano sul palco del padiglione di Vall d’Hebron, l’impianto olimpico di Barcellona ’92 scelto per la chiusura della campagna elettorale. Gliene passano una e la indossa subito. La t-shirt è bianca con il disegno di una capigliatura rossa e occhiali dello stesso colore. In basso, la scritta «Salvador». Che è un nome e una speranza per il premier, apparso rilassato e più che mai sicuro di sé, dopo il tormento interiore dei cinque giorni di riflessione sull’opportunità di restare alla guida del governo. Salvador è Salvador Illa: apprezzato dagli spagnoli durante la pandemia per la sua gestione seria e pacata della crisi come ministro della Sanità, è il candidato alla presidenza regionale che potrebbe riportare i socialisti alla guida della Generalitat per la prima volta dopo 14 anni.
BARCELLONA — «Voglio anch’io questa maglietta», scherza Pedro Sánchez volgendo lo sguardo verso un gruppo di giovani attivisti del socialismo catalano che si accalcano sul palco del padiglione di Vall d’Hebron, l’impianto olimpico di Barcellona ’92 scelto per la chiusura della campagna elettorale. Gliene passano una e la indossa subito. La t-shirt è bianca con il disegno di una capigliatura rossa e occhiali dello stesso colore. In basso, la scritta «Salvador». Che è un nome e una speranza per il premier, apparso rilassato e più che mai sicuro di sé, dopo il tormento interiore dei cinque giorni di riflessione sull’opportunità di restare alla guida del governo. Salvador è Salvador Illa: apprezzato dagli spagnoli durante la pandemia per la sua gestione seria e pacata della crisi come ministro della Sanità, è il candidato alla presidenza regionale che potrebbe riportare i socialisti alla guida della Generalitat per la prima volta dopo 14 anni.
I sondaggi e le possibili alleanze
Così almeno pronosticano tutti i sondaggi, che premiano il suo discorso rassicurante sulla necessità di «voltare pagina», di lasciarsi alle spalle il «decennio perduto», quello della sfida indipendentista culminata con il referendum illegale del 7 ottobre 2017, e poi i processi e le condanne, la fuga in Belgio del presidente dell’epoca, Carles Puigdemont, oggi principale avversario di Illa. Ma, in caso di vittoria, i problemi cominceranno dal giorno successivo e sulla capacità di risolverli si giocheranno tanto i destini della Catalogna quanto la stabilità del governo Sánchez. I socialisti sono accreditati di circa 40 seggi, quindi lontani dalla maggioranza assoluta, che è 68. Avranno perciò bisogno di tessere alleanze.
La più plausibile è un tripartito di sinistra, con i partner di governo di Sumar (che qui ha come nucleo centrale i Comuns, la formazione fondata da Ada Colau) e con gli indipendentisti di sinistra di Esquerra Republicana (Erc) dell’attuale presidente regionale Pere Aragonès. Erc è da cinque anni interlocutore privilegiato del Psoe alle Cortes di Madrid. Ma un eventuale tonfo elettorale (ampiamente previsto dai sondaggi) potrebbe far riflettere i dirigenti del partito sull’opportunità di un patto con i socialisti. I quali, a Madrid, dipendono comunque in Parlamento dal sostegno dei 14 deputati indipendentisti, 7 a testa per Esquerra e Junts, il partito di Puigdemont. L’alleanza con gli uni irriterebbe gli altri, che potrebbero alzare il prezzo dell’appoggio a Sánchez.
Un rebus non da poco per il premier, che però confida nel fatto che il voto di oggi possa segnare una grande svolta. E non solo per incanalare nel migliore dei modi una legislatura nata tra mille difficoltà. Il leader socialista chiede che le urne sanciscano la conferma che la sua strategia è stata quella vincente: dialogo e riconciliazione per allontanare lo spettro dell’indipendenza catalana, dopo gli anni dello scontro frontale voluto dal suo predecessore, il leader dei Popolari Mariano Rajoy, che non fece altro che inasprire le tensioni e gonfiare a dismisura la platea dei secessionisti.
Per raggiungere l’obiettivo occorrono due condizioni: una è ovviamente che Illa vinca, l’altra è che le forze indipendentiste, per la prima volta dopo molti anni, non ottengano la maggioranza assoluta dei seggi. Solo in un caso questo risultato non avrebbe conseguenze. Perché ora tra le forze che si proclamano separatiste c’è anche un gruppo dell’estrema destra xenofoba, Aliança Catalana, contro il quale quasi tutti i partiti – destre escluse – hanno innalzato un muro di isolamento.
Puigdemont sui Pirenei
Ma c’è un serio ostacolo che si frappone alle speranze di svolta di Illa e Sánchez. «Signori di Madrid, preparatevi, stiamo tornando», ha proclamato in tono combattivo Carles Puigdemont chiudendo venerdì sera la campagna elettorale dalla sua nuova regione di residenza, i Pirenei Orientali francesi (chiamati anche Catalogna del Nord), dove si è trasferito un mese fa dopo i sette anni di autoesilio in Belgio. A pochi chilometri dalla Catalogna, dove promette di tornare molto presto (la legge di amnistia sarà approvata in via definitiva nelle prossime settimane).
Puigdemont punta a mantenere viva la fiamma del secessionismo, ma ha abbandonato per il momento la via unilaterale. Meno riferimenti all’epica dell’indipendentismo, più attenzione ai problemi della Catalogna, assenti per anni dal dibattito politico: il lavoro, la sanità, le infrastrutture, il tema del finanziamento regionale. Con una rivalutazione dell’ex presidente nazionalista Jordi Pujol, che guidò la regione per 23 anni. Temi sui quali Illa vuole costruire la vittoria socialista e Puigdemont, dato in forte ascesa nei sondaggi, cerca di alimentare la speranza di un rientro a Barcellona da presidente.