Lo scrittore israeliano Etgar Keret: “Tutto procede a caso, dipendiamo dagli interessi di Netanyahu e Sinwar”
dalla nostra inviata Francesca CaferriTEL AVIV – Sulla copertina del nuovo libro di Etgar Keret, in uscita in Israele, c’è uno scoiattolo che divora un cellulare. Autocorrettore è il titolo, una raccolta di storie che gira intorno al rapporto fra l’uomo e la tecnologia che l’autore ha scritto per la maggior parte prima del 7 ottobre ma che, alla luce di quello che è accaduto dopo – i video di Hamas, il ruolo dei social nella diffusione delle immagini da Gaza e le reazioni che hanno suscitato – è quanto mai ficcante. Sin dal primo momento dopo il 7 ottobre, il rapporto fra la realtà e il racconto della realtà è stato il cuore della riflessione dello scrittore su ciò che accade nel suo Paese e attorno ad esso. Lo è ancora.
Keret, in Europa e Stati Uniti la protesta contro l’attacco israeliano su Gaza cresce a vista d’occhio. Che effetto fa osservarla dall’occhio del ciclone?
«È tutto molto strano. Siedo davanti alla tv e vedo questi ragazzi negli Stati Uniti portati via a forza dalla polizia mentre manifestano e – da p…
TEL AVIV – Sulla copertina del nuovo libro di Etgar Keret, in uscita in Israele, c’è uno scoiattolo che divora un cellulare. Autocorrettore è il titolo, una raccolta di storie che gira intorno al rapporto fra l’uomo e la tecnologia che l’autore ha scritto per la maggior parte prima del 7 ottobre ma che, alla luce di quello che è accaduto dopo – i video di Hamas, il ruolo dei social nella diffusione delle immagini da Gaza e le reazioni che hanno suscitato – è quanto mai ficcante. Sin dal primo momento dopo il 7 ottobre, il rapporto fra la realtà e il racconto della realtà è stato il cuore della riflessione dello scrittore su ciò che accade nel suo Paese e attorno ad esso. Lo è ancora.
Keret, in Europa e Stati Uniti la protesta contro l’attacco israeliano su Gaza cresce a vista d’occhio. Che effetto fa osservarla dall’occhio del ciclone?
«È tutto molto strano. Siedo davanti alla tv e vedo questi ragazzi negli Stati Uniti portati via a forza dalla polizia mentre manifestano e – da persona che per tutta la vita ha manifestato per il cambiamento rischiando di essere portato via dalla polizia – mi verrebbe da chiedere loro: per cosa vi battete? Per il diritto all’aborto? Perché il vostro Paese rischia di diventare una dittatura? No, si battono per qualcosa che succede dall’altra parte del mondo, di cui hanno letto su Internet e di cui sanno poco. Sanno che ci sono persone che stanno morendo in un luogo chiamato Gaza e che il loro Paese, gli Stati Uniti, fornisce armi al Paese che attacca Gaza, Israele. Apprezzo la loro purezza nel dire che questo non va bene. Ma del contesto non sanno nulla».
Non apprezza che si interessano di una realtà lontana dalla loro?
«Certo che lo apprezzo. Quello che sto dicendo è che viviamo nell’era della narrazione: un’era in cui i fatti non sono una cosa tanto importante, si possono usare se servono, o ignorare se non servono. Così accade in questa protesta. L’altro giorno la tv mostrava una ragazza a New York che diceva che all’università avevano bisogno di aiuti umanitari, perché la polizia li aveva bloccati dentro. Facendo questo, probabilmente, cercava di sentirsi come un palestinese a Gaza: voleva sentire che stava facendo una cosa buona, ma era davvero poco in contatto con la realtà. Aiuti umanitari nel cuore di New York? A pochi metri da Starbucks e tutto il resto? Questa non è realtà, è narrazione della realtà. Alla Columbia ci sono persone che chiedono pace, che è quello che ho fatto io per tutta la vita. Si figuri se non apprezzo questo. Ma sono accanto a persone che dicono “Uccidete tutti i sionisti” o “Uccidete tutti gli ebrei”: che non è proprio un’idea pacifista. E neanche se ne accorgono».
Le ripropongo la domanda che le ho fatto le altre volte che ci siamo visti in questi mesi: Israele come sta?
«Gli israeliani si sentono come se fossero stati rapiti: è una sensazione che trascende le differenze politiche. Tutti da queste parti pensano che le cose non stanno andando come dovrebbero: lo pensa la gente come me, che non ama questo governo, ma anche i sostenitori di Netanyahu. Per non parlare di quelli di Sinwar o di Abbas. Se fossimo in una corsa di cavalli, le direi che i fantini sono caduti e tutto va avanti a caso. Netanyahu e Sinwar sono in piedi fino a quando si combatte e dunque puntano a continuare a combattere: gli altri pagano il prezzo. È una sorta di Zeitgeist, di spirito dei tempi: l’idea diffusa che il sistema segue interessi che sono opposti ai tuoi».
In mezzo a tutto questo lei riesce a scrivere?
«A dire il vero ho la sensazione che a nessuno interessi quello che ho da scrivere. Siamo in un periodo in cui confrontarsi è difficile, ascoltare quello che ha da dire l’altro anche. Scrivo per egocentrismo, direi».
E il suo nuovo libro?
«Avrei dovuto consegnarlo l’8 di ottobre. Il 6, mentre lo rileggevo per l’ultima volta, ho detto a mia moglie che non mi convinceva, era troppo oscuro, duro. Lei mi ha convinto a lasciarlo stare, ad uscire a cena: se il giorno dopo avessi pensato lo stesso avrei potuto chiedere all’editore di non pubblicarlo più, metterlo da parte. Naturalmente, il giorno dopo non l’ho toccato…».
Almeno non lo ha cestinato.
«No. Quando l’ho ripreso, a gennaio, mi è sembrato giusto per i tempi che viviamo. Ho aggiunto un paio di racconti e l’ho consegnato. Parla della relazione fra noi e la tecnologia, che non è sempre positiva, come questi mesi dimostrano. Ho l’impressione però che il mondo non stia lì ad aspettarlo: c’è così poca attenzione ai libri, e alle idee, in questo periodo. E non è facile essere uno scrittore israeliano oggi, non sono tempi facili per il confronto».
È una dichiarazione di resa?
«No. Ma ho la sensazione che sarà il mio ultimo libro: non perché smetterò di scrivere, ma perché quando lavorerò sul prossimo, forse nessuno farà più libri. Leggeremo, in un altro modo: newsletter, social media. Le mie storie saranno comunque qui, se la gente vorrà ascoltarle».