Gaza, l’esercito incalza Netanyahu: “Serve un piano per il dopo Hamas”
dalla nostra inviata Francesca CaferriTel Aviv — In un clima di polemiche e tensione, Israele ha aperto ieri le celebrazioni del Giorno dei caduti. Alle 20 in punto in tutto il Paese hanno suonato le sirene: già dal pomeriggio si sono tenute cerimonie in memoria delle 1.594 persone vittime della guerra o di attacchi terroristici (quest’anno, naturalmente, la maggioranza). È l’inizio di una tre giorni che culminerà martedì nel ricordo dell’Indipendenza, ma che questa volta ha poco di festivo: da una parte, il dolore delle famiglie di chi, fra i morti del 7 ottobre, non ha ancora un corpo su cui piangere. Dall’altra la rabbia di coloro che attaccano il governo accusandolo di mancanza di strategia a Gaza.
Ieri mentre le bombe continuavano a cadere su Rafah, ultimo avamposto del Sud della Striscia, l’esercito è entrato per la seconda volta nel campo profughi di Jabalia, nel Nord, e per la terza a Zeitoun, periferia Sud di Gaza city, nel centro. In contemporanea, altre operazioni si svolgevano a Beit Lahiya e Beit Hanoun,…
Tel Aviv — In un clima di polemiche e tensione, Israele ha aperto ieri le celebrazioni del Giorno dei caduti. Alle 20 in punto in tutto il Paese hanno suonato le sirene: già dal pomeriggio si sono tenute cerimonie in memoria delle 1.594 persone vittime della guerra o di attacchi terroristici (quest’anno, naturalmente, la maggioranza). È l’inizio di una tre giorni che culminerà martedì nel ricordo dell’Indipendenza, ma che questa volta ha poco di festivo: da una parte, il dolore delle famiglie di chi, fra i morti del 7 ottobre, non ha ancora un corpo su cui piangere. Dall’altra la rabbia di coloro che attaccano il governo accusandolo di mancanza di strategia a Gaza.
Ieri mentre le bombe continuavano a cadere su Rafah, ultimo avamposto del Sud della Striscia, l’esercito è entrato per la seconda volta nel campo profughi di Jabalia, nel Nord, e per la terza a Zeitoun, periferia Sud di Gaza city, nel centro. In contemporanea, altre operazioni si svolgevano a Beit Lahiya e Beit Hanoun, anche queste zone dove nei mesi passati si è già combattuto: è la dimostrazione che la strategia che l’Idf ha seguito fino ad adesso – la conquista di determinate aree, la bonifica di uomini e armi di Hamas e poi il ritiro – porta risultati nel breve periodo, ma non funziona nel lungo: nel vuoto i militanti tornano a guadagnare terreno.
«Abbiamo individuato tentativi di Hamas di tornare ad organizzarsi», è stata la spiegazione del portavoce militare Daniel Hagari. Ma le sue parole, così come le dichiarazioni del premier Netanyahu, non bastano a placare la frustrazione di un Paese esasperato dall’assenza di un piano per il giorno dopo. «Il regime di Hamas non può essere eliminato senza preparare un’alternativa», scrive Ben Caspit su Maariv. Su Yedioth Ahronoth l’esperto militare Yossi Yehoshua spiega che i vertici dell’esercito hanno chiesto a Netanyahu una decisione: «Se nessuno vuole Hamas, non resta che l’Autorità nazionale palestinese o l’individuazione di forze moderate a Gaza che possano godere del supporto dei Paesi arabi. Non ci sono soluzioni magiche. Ma bisogna decidere perché la mancanza di decisioni è ciò che ha portato alla situazione attuale».
A Rafah intanto la situazione umanitaria è sempre difficilissima: l’apertura del valico per il passaggio degli aiuti al Nord, annunciata dall’Idf, non aiuta, perché non è possibile attraversare la Striscia. L’Onu ha messo in guardia dalla catastrofe umanitaria, e di nuovo il segretario di Stato Blinken ha dato voce alla frustrazione degli Usa: l’offensiva su Rafah «rischia di causare danni enormi alla popolazione civile senza risolvere il problema». Il ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, ha annunciato che il numero delle vittime ha superato le 35 mila. L’operazione israeliana nel Sud mette ulteriormente a rischio anche i rapporti con l’Egitto, già tesi: il Cairo – che teme un flusso di profughi – ha detto che si unirà al Sudafrica nel processo contro Israele per genocidio alla Corte di Giustizia internazionale.