Studenti cinesi spiati anche all’estero. In un rapporto di Amnesty International le minacce di Pechino
dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - Il messaggio è chiaro: “Siete osservati e, anche se siamo dall'altra parte del pianeta, possiamo comunque raggiungervi”, racconta Rowan (nome di fantasia per proteggerne l’identità), studentessa che aveva partecipato ad una commemorazione per la strage di Piazza Tienanmen. Monitorati sui social, fotografati, pedinati, le loro famiglie in Cina minacciate. È quanto emerge dal rapporto di Amnesty International, dal titolo "Nel mio campus ho paura”, che descrive le pressioni nei confronti di Pechino degli studenti cinesi all’estero, in Europa e negli Stati Uniti, a causa del loro impegno in questioni "sensibili" o politiche. Una "repressione transnazionale”, denuncia l’Ong: azioni per mettere a tacere, controllare o scoraggiare il dissenso. E che solleva seri interrogativi per i vertici delle università e per i governi su come proteggere gli studenti cinesi.
“Vivono nella paura”, dice Sarah Brooks, direttrice di Amnesty International per la Cina. Poche ore dopo quella manifestaz…
PECHINO - Il messaggio è chiaro: “Siete osservati e, anche se siamo dall'altra parte del pianeta, possiamo comunque raggiungervi”, racconta Rowan (nome di fantasia per proteggerne l’identità), studentessa che aveva partecipato ad una commemorazione per la strage di Piazza Tienanmen. Monitorati sui social, fotografati, pedinati, le loro famiglie in Cina minacciate. È quanto emerge dal rapporto di Amnesty International, dal titolo "Nel mio campus ho paura”, che descrive le pressioni nei confronti di Pechino degli studenti cinesi all’estero, in Europa e negli Stati Uniti, a causa del loro impegno in questioni "sensibili" o politiche. Una "repressione transnazionale”, denuncia l’Ong: azioni per mettere a tacere, controllare o scoraggiare il dissenso. E che solleva seri interrogativi per i vertici delle università e per i governi su come proteggere gli studenti cinesi.
“Vivono nella paura”, dice Sarah Brooks, direttrice di Amnesty International per la Cina. Poche ore dopo quella manifestazione per Tienanmen, “ho ricevuto una telefonata da mio padre dalla Cina: alcuni funzionari della sicurezza gli avevano intimato di non ‘far partecipare la figlia a eventi che avrebbero potuto danneggiare la reputazione della Cina nel mondo’”, racconta Rowan. La ragazza non aveva usato il suo vero nome né aveva pubblicato online la sua adesione alla protesta, quindi è rimasta “scioccata” dalla rapidità con cui i funzionari cinesi l'hanno identificata e rintracciato suo padre. “Il messaggio è chiaro: siete osservati”.
Sono circa 900mila gli studenti cinesi all’estero. Amnesty ne ha intervistati 32 (dalla Cina continentale, da Hong Kong e da Macao) in Belgio, Francia, Germania, Paesi Bassi, Svizzera, Regno Unito, Canada e Stati Uniti, dal giugno 2023 all’aprile di quest’anno. I nomi veri sono stati omessi. Che si tratti di ricordare Tienanmen, di protestare contro la stretta a Hong Kong o dei strettissimi controlli per il Covid che la Cina ha portato avanti fino alla fine del 2022, la partecipazione a eventi dove si parla di politica o diritti umani, la situazione non cambia.
“Non possono controllare tutto e tutti, quindi mirano a creare questo ambiente stressante per impedire alle persone di unirsi ai movimenti, di partecipare agli eventi”, afferma Oliver che studia in Nord America. "Mi preoccupo costantemente che i miei genitori vengano molestati dalla polizia”, dice Ethan. William, che studia in Europa, racconta che sua madre è stata convocata in questura: "Non lasci che suo figlio venga usato da forze straniere ostili alla Cina”, le è stato detto. "Le minacce ai familiari includevano la revoca del passaporto, il licenziamento o persino la limitazione della loro libertà fisica”, scrive Amnesty. "La polizia chiama spesso i miei per molestarli e non permette loro di viaggiare facilmente all’estero”, spiega Luna. “I funzionari fanno indirettamente pressione sulla mia famiglia per incoraggiarmi a tacere e a interrompere il mio coinvolgimento nelle attività politiche”.
I ragazzi “esitano a esprimere opinioni politiche a causa delle possibili ripercussioni in Cina”, si legge nelle 63 pagine del report. E “questo timore ha un profondo 'effetto paralizzante' sulla loro partecipazione alla vita accademica e al lavoro, costringendoli a censurarsi, a evitare argomenti percepiti come 'sensibili'. Il timore di essere denunciati frena pure la loro volontà di discutere di certi argomenti anche in contesti sociali o online, di partecipare ad alcuni eventi pubblici o di iscriversi ad alcuni club del campus”. "Porterebbe molte difficoltà alla mia vita quotidiana”, spiega William.
La sorveglianza online svolge un ruolo importante. Ma pure quella fisica. "Ogni volta c'è qualcuno che non conosciamo che filma. In piedi di lato, usano i loro telefoni e registrano. Non dicono nulla, ma stanno lì con il telefono in mano”, afferma una studentessa. “Sebbene sia stato spesso difficile per gli studenti identificare queste persone, alcuni indizi hanno fatto sorgere in loro il sospetto che si tratti di agenti statali”, si legge nel report. Più della metà degli intervistati ha dichiarato di avere problemi di salute mentale legati alle loro paure. Quasi la metà ha dichiarato di avere paura di tornare a casa. "Non so cosa succederà”, spiega Hannah di Hong Kong.