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Wael Zaqqout (Anp): “Noi palestinesi siamo per la soluzione a due Stati, ma spetta a Israele decidere. Se non lo farà, resterà isolato”

(afp)

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L’intervista al ministro della Cooperazione Internazionale dell’Autorità: “La guerra non porta da nessuna parte, sediamoci e parliamo. Non chiediamo il mondo. Pace, dignità, diritti umani, sicurezza: come tutti”
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RAMALLAH — «Siamo i capitani di una nave che sta affondando e dobbiamo salvarla a ogni costo: non solo per i nostri figli, ma per tutta la regione». Dal suo ufficio di Ramallah Wael Zaqqout guarda con distacco di un esterno il vascello in cui si è da poco imbarcato: ingegnere, ex alto funzionario della Banca Mondiale dove ha lavorato per trenta anni, a fine marzo ha accettato la chiamata del premier Mohammed Mustafa ed è entrato nel nuovo governo palestinese, con l’incarico di ministro per la Cooperazione internazionale e la Pianificazione. Avendo il primo ministro tenuto per sé la delega degli Esteri, Zaqqout è dopo di lui il più alto in grado per discutere gli affari internazionali. Non solo. Nativo di Gaza, è uno dei quattro membri dell’esecutivo a venire dalla Striscia: e a conoscerne meglio degli altri gli equilibri interni.

Wael Zaqqout 

Signor ministro, il governo di cui fa parte è en…

RAMALLAH — «Siamo i capitani di una nave che sta affondando e dobbiamo salvarla a ogni costo: non solo per i nostri figli, ma per tutta la regione». Dal suo ufficio di Ramallah Wael Zaqqout guarda con distacco di un esterno il vascello in cui si è da poco imbarcato: ingegnere, ex alto funzionario della Banca Mondiale dove ha lavorato per trenta anni, a fine marzo ha accettato la chiamata del premier Mohammed Mustafa ed è entrato nel nuovo governo palestinese, con l’incarico di ministro per la Cooperazione internazionale e la Pianificazione. Avendo il primo ministro tenuto per sé la delega degli Esteri, Zaqqout è dopo di lui il più alto in grado per discutere gli affari internazionali. Non solo. Nativo di Gaza, è uno dei quattro membri dell’esecutivo a venire dalla Striscia: e a conoscerne meglio degli altri gli equilibri interni.

Wael Zaqqout 

Signor ministro, il governo di cui fa parte è entrato in carica in uno dei momenti più difficili per la Storia palestinese: la guerra a Gaza, ma anche la crisi nella società. I sondaggi segnalano una profondissima sfiducia nella politica: come pensate di affrontarla?

«È un momento molto difficile per l’umanità intera. Da mesi assistiamo a distruzioni, enormi perdite di vite, fame: personalmente piango per ogni vita persa a causa della violenza, da entrambi i lati. Da 75 anni in questa regione non vediamo pace: né noi, né gli israeliani. Dobbiamo trovare un percorso condiviso, fare in modo che questa sia l’ultima guerra».

Qual è il piano del governo per arrivarci?

«Abbiamo quattro priorità. La prima è aiutare la nostra gente a Gaza, che vive una devastazione che forse nell’era moderna non si è mai vista. La seconda è la ricostruzione: siamo determinati a ricostruire una Striscia più bella, più moderna, più verde, stiamo già lavorando con i nostri partner regionali. La terza è gettare fondamenta solide per lo Stato palestinese: dunque riforme e rispondere alla questione della corruzione. La quarta è la trasformazione economica della Cisgiordania e di Gaza, con un ruolo importante per il settore privato. Ma perché questo accada serve la pace».

Per fare la pace serve un partner: il governo di Israele è stato chiaro sul non voler riconoscere nessun ruolo all’Anp nel futuro di Gaza. E il dialogo sul resto è fermo da anni…

«Siamo un governo tecnico, non spetta a noi dare le direzioni di politica. Ma posso dirle che da quello che mi dicono i nostri partner, la speranza che si muova qualcosa per quanto riguarda Gaza è assai concreta. Sulla Cisgiordania la sfida è doppia: gli attacchi dei coloni sui nostri villaggi, che creano un diffuso senso di insicurezza. E la crisi provocata dal fatto che dal 7 ottobre Israele ha bloccato il trasferimento dei soldi delle tasse al governo palestinese: non siamo in grado di pagare funzionari, medici e insegnanti. Aggiunga a questo il blocco ai lavoratori palestinesi che prima andavano in Israele: la Cisgiordania è una pentola pronta a esplodere. Ma se esploderà tutti ne pagheranno le conseguenze».

Lei è nato a Gaza: parte della sua famiglia è ancora lì e ne conosce bene gli equilibri. Crede ci siano alternative al potere di Hamas?

«Io non credo che nessuna delle soluzioni di cui abbiamo letto in questi mesi funzionerà. Sono sette mesi che gli israeliani cercano un’alternativa e non l’hanno trovata. Non sono un politico, ma so che le guerre non portano alla soluzione. Sediamoci e parliamo: noi palestinesi non chiediamo il mondo. Pace, dignità, diritti umani, sicurezza: come tutti. A lei sembra troppo? Spero che il mondo ci ascolti».

A giudicare dalle proteste in corso nelle università vi sta ascoltando…

«Questi ragazzi hanno studiato la Storia. E seguono l’attualità. Le loro proteste ci ispirano a costruire una società dove anche i nostri figli siano liberi di esprimersi: come loro».

Parliamo dei Due Stati: una soluzione che sembra diventata una chimera, invocata ma sempre più lontana. La posizione del governo qual è?

«Crediamo nei Due Stati per due popoli. Noi e gli israeliani rivendichiamo diritti sulla stessa terra, dividerla è ai nostri occhi l’unica soluzione. Per quanto riguarda gli israeliani, credo che abbiano tre strade davanti: i Due Stati, lo Stato unico con uguali diritti per tutti o la terza, il sistema in tre classi che ha descritto lo storico Yuval Harari. Con una classe che ha tutti i diritti, gli ebrei israeliani. Una che ha qualche diritto, gli arabi israeliani, e una che non ne ha nessuno: i palestinesi. Io credo che nessun Paese possa essere accettato nella comunità internazionale con un sistema così. Ma la scelta non è nostra».

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