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Processo a Trump, Cohen entra nei dettagli. E spunta lo Speaker della Camera: “Una farsa”

(reuters)
L’ex avvocato racconta ai giudici come l’allora presidente gli disse di pagare la pornostar Stormy Daniels perché non parlasse della loro relazione. Nei corridoi compare Mike Johnson a difesa del tycoon
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NEW YORK - I bei tempi della coppia Donald Trump-Michael Cohen si esauriscono in apertura di udienza, quando viene proiettata sui quattro schermi in aula la foto che ritrae l’ex avvocato tuttofare, in posa, dietro il podio nella sala conferenze della Casa Bianca. “A quale anno si riferisce questa immagine?”, chiede la procuratrice, Susan Hoffinger. “Al 2018”, risponde Cohen. “Perché era lì?”. “Per celebrare il presidente degli Stati Uniti”, risponde lui. Da quel momento in poi calerà il sipario sul rapporto idilliaco tra i due, per far spazio al declino, agli accordi sottobanco, fino alla rottura conclusiva.

(reuters)

Il caso Stormy Daniels

Uno, Trump, 77 anni, siede sul banco degli imputati. L’altro, Cohen, 57, su quello dei testimoni, come teste chiave. In un’altra tesa giornata processuale, l’ex avvocato del miliardario ha descritto in maniera dettagliata gli accordi per pagare in nero e ridurre al …

NEW YORK - I bei tempi della coppia Donald Trump-Michael Cohen si esauriscono in apertura di udienza, quando viene proiettata sui quattro schermi in aula la foto che ritrae l’ex avvocato tuttofare, in posa, dietro il podio nella sala conferenze della Casa Bianca. “A quale anno si riferisce questa immagine?”, chiede la procuratrice, Susan Hoffinger. “Al 2018”, risponde Cohen. “Perché era lì?”. “Per celebrare il presidente degli Stati Uniti”, risponde lui. Da quel momento in poi calerà il sipario sul rapporto idilliaco tra i due, per far spazio al declino, agli accordi sottobanco, fino alla rottura conclusiva.

(reuters)

Il caso Stormy Daniels

Uno, Trump, 77 anni, siede sul banco degli imputati. L’altro, Cohen, 57, su quello dei testimoni, come teste chiave. In un’altra tesa giornata processuale, l’ex avvocato del miliardario ha descritto in maniera dettagliata gli accordi per pagare in nero e ridurre al silenzio la pornostar, Stormy Daniels, che voleva raccontare in piena campagna presidenziale del 2016 di aver fatto sesso con Trump dieci anni prima. Poi il piano di rimborso dei 130mila dollari anticipati da Cohen, promesso dal tycoon e messo a punto non in qualche ufficio di New York, ma nello Studio Ovale, alla Casa Bianca. E poi la frase che lega i due ex amici per sempre: quando il fixer finisce nell’inchiesta dell’Fbi, i federali perquisiscono la sua camera d’hotel a Park Avenue, l’avvocato ammette di “essere spaventato”, chiama “The Boss" per avere rassicurazioni e lui gli dice: “Non preoccuparti. Io sono il presidente degli Stati Uniti. Non c’è niente qui, tutto andrà bene. Tieni duro, andrà tutto bene”.

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Le accuse a Trump

Lunedì, nel primo dei due giorni di testimonianza, Cohen aveva descritto il panico di Trump davanti alla possibilità che la storia con Stormy potesse uscire a pochi giorni dal voto del 2016. Stavolta è entrato nei dettagli dell’accordo per il pagamento dell’attrice, spiegando come l’allora presidente fosse consapevole di aggirare la legge, quando aveva deciso di rimborsare il suo ex avvocato stornando soldi destinati alla campagna elettorale.

Al fianco di Trump

È questo il cuore del processo in cui Trump è accusato di 34 capi d’imputazione: non gli viene contestato tecnicamente l’aver pagato due donne, oltre a Stormy c’è l’ex modella di Playboy Karen McDougal, ma di averlo fatto falsificando i documenti finanziari. Quanto il processo fosse arrivato a un punto cruciale si è visto ancora prima che si aprisse l’udienza. Quando Trump si è presentato alle 9,40 di mattina, tra i diciotto che lo hanno accompagnato in aula c’erano esponenti di primo piano del Partito repubblicano: oltre al figlio Eric, arrivato con la moglie Lara, sono apparsi a sorpresa l’ex candidato presidenziale Vivek Ramaswamy, il rappresentante dell’ultradestra alla Camera Byron Donalds e il governatore del North Dakota Doug Burgum.

C’era anche lo Speaker della Camera, Mike Johnson, ma è rimasto nel corridoio, dichiarando ai giornalisti che il “processo è una farsa”. Ma ha evitato di legare il suo volto a un’aula di tribunale. Cohen ha raccontato alla corte l’incontro nello Studio Ovale, nel febbraio 2017, quando Trump gli disse che Cohen avrebbe riavuto indietro i soldi con il pagamento di una serie di bonus.


La procuratrice Hoffinger ha mostrato in video una serie di assegni e bonifici, chiedendo conferma della firma. “È Donald J Trump”, ha ripetuto in una decina di occasioni Cohen. Questa parte non ha conquistato tutta l’attenzione dei giurati, apparsi un po’ stanchi. Un sussulto nella platea si è avuto quando è apparso sugli schermi l’articolo del Wall Street Journal con lo scoop della tresca tra Trump e Stormy. Il figlio Eric non ha voluto guardare, restando per molti secondi con il capo rivolto verso il basso. Poi, una volta passata l’immagine, ha cercato lo sguardo della moglie Lara, che invece è rimasta impassibile a fissare il testimone.

La parola alla difesa

Adesso toccherà alla difesa. L’obiettivo sarà smontare la ricostruzione dell’ex fixer e dimostrare alla corte la mancanza di credibilità. Lo stesso avvocato, nel corso dell’udienza, ha ammesso di aver fatto una serie di dichiarazioni per smentire pubblicamente la storia di Stormy, dopo l’uscita dell’articolo, e nonostante avesse lavorato da settimane per mettere tutto a tacere. Cohen ha già mentito in passato e ne ha pagato le conseguenze: è stato in carcere più di un anno per aver dichiarato il falso all’Fbi. I legali di Trump cercheranno di convincere i giurati che chi mente in questo modo, potrà farlo sempre. Tutto il processo si basa sulle dichiarazioni, e le prove, fornite dall’ex fixer. La strategia è delineata, anche se non tutti sono certi che possa funzionare: lo stesso Trump, nel processo civile per i presunti abusi sulla scrittrice Jean Carroll, è stato ritenuto capace di mentire.

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