L’ex legale Cohen va in aula e inchioda “il boss” Trump: “Mi disse di pagare Stormy”
di Massimo BasileNEW YORK — Nelle prime tre ore in cui Michael Cohen ha risposto alle oltre 400 domande dell’accusa, citando nomi, dati, frasi, Donald Trump è sprofondato sulla sua poltrona, come per ripararsi dalle parole, sovrastato per la prima volta dalla stazza del suo legale. Il principio di autosufficienza è la grande illusione americana e ciò che ha guidato negli anni Trump, circondato da fedelissimi, come le diciannove persone, tra cui il figlio Eric, che lo hanno seguito in fila indiana, quando il miliardario è entrato nell’aula del processo. L’ex presidente ha guardato torvo i giornalisti, poi si è sistemato sul banco degli imputati. All’inizio era apparso sicuro come sempre, ma nella stanza non c’era ancora Cohen, l’ex avvocato tuttofare diventato il grande nemico. In aula si parla di sesso e pagamenti in nero.
NEW YORK — Nelle prime tre ore in cui Michael Cohen ha risposto alle oltre 400 domande dell’accusa, citando nomi, dati, frasi, Donald Trump è sprofondato sulla sua poltrona, come per ripararsi dalle parole, sovrastato per la prima volta dalla stazza del suo legale. Il principio di autosufficienza è la grande illusione americana e ciò che ha guidato negli anni Trump, circondato da fedelissimi, come le diciannove persone, tra cui il figlio Eric, che lo hanno seguito in fila indiana, quando il miliardario è entrato nell’aula del processo. L’ex presidente ha guardato torvo i giornalisti, poi si è sistemato sul banco degli imputati. All’inizio era apparso sicuro come sempre, ma nella stanza non c’era ancora Cohen, l’ex avvocato tuttofare diventato il grande nemico. In aula si parla di sesso e pagamenti in nero.
Da avvocato ad accusatore, Cohen ha inchiodato il suo vecchio capo: «Agivo su indicazione e a beneficio di Donald Trump - ha dichiarato - fu lui a chiedermi di occuparmi anche della storia di Stormy Daniels. Era preoccupato per la campagna, non per Melania». È stata fatta sentire la registrazione, realizzata di nascosto da Cohen, della sua conversazione con il miliardario, quando gli aveva detto «paga cash» per mettere a tacere lo scandalo. Il primo processo penale nella storia americana a un ex presidente ha vissuto il suo momento più atteso.
È successo in un’aula vecchia, modesta, lontana dalle grandezze dell’evento, un posto in cui tutto è ravvicinato - scranno, testimoni, giurati, imputato, pubblico, giornalisti - e con solo una neutra luce artificiale a illuminare il tutto. Ci sarebbe stato spazio per la luce naturale ma i quattro finestroni laterali erano oscurati. Per tutta la mattina si sono sentite solo la voce della procuratrice Susan Hoffinger che sventagliava domande, e quella di Cohen, che rispondeva a tono, sovrapposte dal suono delle sirene della polizia che arrivavano dalla strada, quindici piani più giù, e il ticchettio dei computer su cui i giornalisti battevano le loro cronache live.
L’ambientazione modesta non ha indebolito la potenza della testimonianza: Cohen ha rivelato come Trump temesse il «catastrofico impatto» che avrebbe potuto avere sulla campagna presidenziale del 2016 la storia del sesso con Stormy, e quella con l’ex modella di Playboy Karen McDougal, ma anche di come fosse deciso a silenziare tutto. «Occupatene tu», gli avrebbe ordinato il tycoon. Cohen ha descritto il pagamento di 130 mila dollari alla pornostar, e la clausola da un milione di dollari se l’attrice avesse violato l’accordo di riservatezza.
Quando era sembrato che la storia potesse uscire, a pochi giorni dal voto, ha ricordato Cohen, Trump gli aveva confessato: «Tanto non starò sul mercato a lungo». «Ma non si riferiva alla moglie Melania - ha aggiunto - si riferiva alla sua campagna presidenziale». Però alla parola Melania, Trump si è risollevato sulla poltrona. Al netto delle dichiarazioni - il processo è basato in gran parte su quello che Cohen ha raccontato ai procuratori in più di una dozzina di interrogatori - ciò che contava era capire come sarebbe apparso il testimone agli occhi dei giurati: credibile? Titubante? Ha risposto in modo sicuro, con prontezza, a parte un paio di «non ricordo» su dettagli, mostrando una lucidità e una memoria da principe del foro. Sia chiaro, era il minimo: stiamo parlando di un ex avvocato di New York che ha già passato più di un anno di carcere per aver mentito all’Fbi, e che ha già testimoniato davanti al Congresso. L’aula di questo tribunale non poteva intimorirlo più di tanto.
Trump, non a caso, lo chiamava il “pitbull”, perché non mollava l’osso. Cohen, in cambio, si rivolgeva a lui chiamandolo “The Boss” e “Mister Trump”. Adesso per il tycoon l’ex tuttofare è un “infame”, per l’ex avvocato il vecchio capo è un “boss mafioso”. I due non hanno mai incrociato lo sguardo. Alcuni giurati hanno preso nota sui loro quaderni quello che anche a loro deve essere sembrato un passaggio chiave: quando Cohen ha ricordato la paura di Trump per la «catastrofe» imminente degli scandali e di come fosse disposto a tutto.