Israele tra festa e proteste: sit-in per gli ostaggi e marce per tornare a Gaza
dalla nostra inviata Francesca CaferriSDEROT — La musica parte non appena la sicurezza conferma che l’allarme è rientrato. Le scie dei tre missili lanciati da Gaza verso Sderot si vedono ancora nel cielo quando gli altoparlanti sparano a tutto volume: «La nazione di Israele non si arrende, la nazione di Israele non si piega» e centinaia di persone cominciano a ballare tenendosi per mano. Tsipora, 46 anni, da Yachimi, uno dei villaggi vicini al confine con Gaza attaccati il 7 ottobre, dice indicando l’orizzonte alle spalle del palco: «Tutto questo finirà quando torneremo lì. Solo così potremo essere sicuri». «Lì», è Gaza, Beit Hanoun per essere precisi: cinque km in linea d’aria da Sderot, dove si trovano Tsipora e le migliaia di persone che insieme a lei – 50mila per gli organizzatori, 10mila più realisticamente – hanno scelto di passare qui, alle porte della Striscia, il giorno dell’indipendenza di Israele.
Servisse una rappresentazione visuale delle spaccature nella società, gli ultimi due giorni ne sarebbero l’esem…
SDEROT — La musica parte non appena la sicurezza conferma che l’allarme è rientrato. Le scie dei tre missili lanciati da Gaza verso Sderot si vedono ancora nel cielo quando gli altoparlanti sparano a tutto volume: «La nazione di Israele non si arrende, la nazione di Israele non si piega» e centinaia di persone cominciano a ballare tenendosi per mano. Tsipora, 46 anni, da Yachimi, uno dei villaggi vicini al confine con Gaza attaccati il 7 ottobre, dice indicando l’orizzonte alle spalle del palco: «Tutto questo finirà quando torneremo lì. Solo così potremo essere sicuri». «Lì», è Gaza, Beit Hanoun per essere precisi: cinque km in linea d’aria da Sderot, dove si trovano Tsipora e le migliaia di persone che insieme a lei – 50mila per gli organizzatori, 10mila più realisticamente – hanno scelto di passare qui, alle porte della Striscia, il giorno dell’indipendenza di Israele.
Servisse una rappresentazione visuale delle spaccature nella società, gli ultimi due giorni ne sarebbero l’esempio perfetto. Salutata solitamente da celebrazioni in tutto il Paese, ieri la festa nazionale è stata sottotono: nessun jet nei cieli, contestazioni alle cerimonie ufficiali a Gerusalemme, appuntamenti alternativi organizzati dalle famiglie degli ostaggi nei kibbutz, l’ennesimo blocco dell’autostrada a Tel Aviv da parte di altre famiglie di ostaggi e, al Nord, una “marcia di indipendenza” degli abitanti dei villaggi e della città al confine con il Libano, evacuati da sette mesi e senza soluzioni in vista. Intorno a Haifa, tremila persone, per la maggior parte arabi-israeliani (il 20% della popolazione), hanno sfilato per ricordare la Nakba, l’allontanamento dalle loro case di 700mila palestinesi in coincidenza con la nascita dello Stato ebraico.
Neanche Tsipora dimentica: nel 2005 era una ragazzina quando con la sua famiglia fu costretta ad evacuare uno dei villaggi di Gush Katif, il gruppo di insediamenti ebraici nella Striscia. Da allora non ha mai smesso di dire che la scommessa dell’allora premier Ariel Sharon era sbagliata: il 7 ottobre, chiusa nella stanza protetta della sua casa, ha pensato che una volta uscita avrebbe lavorato ancora di più all’obiettivo. «Non sarebbe accaduto se fossimo stati ancora lì – dice – per questo dobbiamo tornare». E i palestinesi di Gaza? «Hanno dozzine di Paesi arabi dove andare, non mi interessa quale scelgono. Ma devono andare via».
Un pensiero condiviso dalle migliaia di persone che ieri insieme a lei hanno sfilato sotto il sole su invito del Nachala settlement movement di Daniela Weiss, la stella del movimento del ritorno. Famiglie, tanti giovani, moltissimi bambini, a bordo di pullman e di auto privati sono arrivati da tutto il Paese: dagli insediamenti della Cisgiordania, principalmente, ma anche da Natanya e Gerusalemme, a testimonianza di un pensiero trasversale. A gennaio, secondo il Peace Index che monitora le idee della società israeliana sulle relazioni con i palestinesi, il 53% degli intervistati appoggiava l’idea del ritorno degli insediamenti a Gaza: oggi la percentuale è del 45. Sono le stesse persone che in questi giorni la comunità internazionale, Usa in testa, critica per gli attacchi ai camion di aiuti diretti a Gaza: due quelli intercettati e bruciati nella notte di lunedì in Cisgiordania.
Ma nessuno qui se ne cura: il rafforzamento dell’offensiva militare da queste parti ha il suono di bombardamenti in sottofondo e la forma delle colonne di fumo all’orizzonte. A ogni bum segue un applauso, a ogni colonna di fumo grida di approvazione. È il popolo di Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, i due ministri di estrema destra sui cui voti si basa il governo Netanyahu. Ed è proprio Ben Gvir a chiudere la giornata a Sderot: «Primo, dobbiamo tornare a Gaza adesso. E secondo, dobbiamo incoraggiare l’emigrazione volontaria dei residenti. È morale, razionale, giusto! E sì, è anche umanitario», grida fra gli applausi.
Sicuramente, di umanitario c’è l’ennesimo allarme lanciato dall’Onu: a Gaza mezzo milione di persone si sono spostate in una settimana per fuggire ai combattimenti, in condizioni estreme. A sera il portavoce dell’Idf, Hagari, dichiara di aver incontrato i comandi a Rafah e che nell’area ci sarebbero degli ostaggi. «Faremo di tutto per garantire il loro rilascio», promette.