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Il premio Pulitzer Thrall: “Su Israele è cambiata l’opinione pubblica, non la politica”

Nathan Thrall 
Intervista allo scrittore, da poco vincitore del prestigioso premio letterario per il libro “Un giorno nella vita di Abed Salama”. “La strada che porterà a rispondere delle politiche che Israele ha portato avanti non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania, è ancora lunga”
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Dietro la pressione che c’è in Europa per il riconoscimento dello Stato palestinese ci sono opinioni pubbliche indignate per il modo in cui Israele sta gestendo la crisi a Gaza: ma questo non cambierà le politiche di Israele, nella Striscia come in Cisgiordania. Solo una fortissima pressione da parte degli Stati Uniti, molto più forte di quella che è già in campo, potrebbe modificare il quadro: ma questo difficilmente succederà, soprattutto in un anno elettorale.

È pessimista Nathan Thrall, e questo dovrebbe preoccupare tutti quelli che seguono questa crisi: vincitore il mese scorso del premio Pulitzer per il suo libro “Un giorno nella vita di Abed Salama”, appena uscito in Italia per Neri Pozza, a lungo responsabile dell’International Crisis Group per Israele e i Territori palestinesi, è uno dei più stimati analisti internazionali su questo tema. Il suo libro, già prima di vincere il Pulitzer, era considerato uno dei volumi dell’anno da Economist, Financial Times, New York Times e Ti…

Dietro la pressione che c’è in Europa per il riconoscimento dello Stato palestinese ci sono opinioni pubbliche indignate per il modo in cui Israele sta gestendo la crisi a Gaza: ma questo non cambierà le politiche di Israele, nella Striscia come in Cisgiordania. Solo una fortissima pressione da parte degli Stati Uniti, molto più forte di quella che è già in campo, potrebbe modificare il quadro: ma questo difficilmente succederà, soprattutto in un anno elettorale.

È pessimista Nathan Thrall, e questo dovrebbe preoccupare tutti quelli che seguono questa crisi: vincitore il mese scorso del premio Pulitzer per il suo libro “Un giorno nella vita di Abed Salama”, appena uscito in Italia per Neri Pozza, a lungo responsabile dell’International Crisis Group per Israele e i Territori palestinesi, è uno dei più stimati analisti internazionali su questo tema. Il suo libro, già prima di vincere il Pulitzer, era considerato uno dei volumi dell’anno da Economist, Financial Times, New York Times e Time magazine. Né questo, né il fatto di venire da una famiglia ebrea, lo ha risparmiato dagli attacchi di chi non ha gradito le sue critiche alle politiche israeliane.

Molte persone, anche in quello che frettolosamente definiamo “il campo della pace” nel lungo periodo vedono in questa crisi un’opportunità di far ripartire la discussione politica, fuori e dentro Israele e i Territori palestinesi. Lei cosa ne pensa?

“Le potenzialità per modificare lo status quo ci sono: ma dubito che verranno colte. Sono cambiate le opinioni pubbliche, non la politica: la strada che porterà Israele a rispondere delle politiche che ha portato avanti in questi anni, non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania, è ancora lunga. E, come sa bene anche Israele, nel momento in cui ci sarà il cessate il fuoco la questione palestinese cesserà di ricevere tanta attenzione”.

Però l’America si è mossa: la scelta di Biden sulle armi è la più presa di posizione più forte da anni…

“Ha ragione dal punto di vista simbolico. Ma se guardiamo la questione da un punto di vista pratico, capiamo che la quantità di armi bloccate è minima. E si tratta solo di un certo tipo di armi, non tutte. Per questo parlo di impatto più simbolico che reale”.

Il suo libro parla della grande assente della crisi odierna, la Cisgiordania. E della sua gente: delle difficoltà di movimento, della rabbia, di come anche le scelte di vita quotidiana (la scuola, il lavoro, ma perfino la donna da sposare) finiscano per essere condizionate dalla politica: come è cambiata la vita dei protagonisti dal 7 ottobre?

“La gente di cui racconto nel libro, come quella di Gaza, vive in un’enclave chiusa da un muro, con tutte le difficoltà economiche e sociali che ne conseguono. Dall’altra parte del muro, ci sono gli israeliani e la loro vita prospera. Anata, il villaggio alle porte di Gerusalemme dove risiede il protagonista Abed e le famiglie coinvolte nell’incidente di bus che è al centro della narrazione, è stato chiuso dopo il 7 ottobre: quattro soldati e due check point hanno bloccato la vita di 130mila persone che non possono più muoversi verso Israele ma si spostano con difficoltà anche verso la Cisgiordania amministrata dai palestinesi, a causa dei blocchi stradali. Oggi impiegano due ore e mezza per un percorso che il 6 ottobre si faceva in 20 minuti. Poi c’è la violenza dei coloni, anche quella aumentata, la paura di viaggiare in strada controllate da soldati israeliani, la crisi economica di chi lavorava dall’altra parte del muro e oggi è disoccupato: la loro situazione è decisamente peggiore di quando li incontravo per scrivere il libro, e di quando il libro è uscito, a inizio ottobre”.

Vista la sua lunga esperienza di analista le chiedo quali possono essere le conseguenze di lungo periodo della crisi che stiamo vivendo….

“Non buone. A Gaza dobbiamo capire come si evolverà la situazione e chi prenderà il controllo del territorio. Ma quello che succede in Cisgiordania non promette nulla di buono: con l’attenzione del mondo concentrata sulla Striscia è cresciuto il numero dei villaggi palestinesi che sono stati svuotati dei loro abitanti, fuggiti per paura dei coloni. Sono aumentati i raid dell’esercito e gli attacchi con i droni: la Cisgiordania è il punto dimenticato di questa crisi. E quello che ci dice di più della realtà che potrebbe arrivare”.

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