Il patriarca Pizzaballa rientra per la prima volta a Gaza dall’inizio della guerra: “Un papà che torna in famiglia”
di Iacopo Scaramuzzi“Era un papà che rientrava in famiglia”. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, è tornato per la prima volta a Gaza dall’inizio della guerra tra Israele e Hamas. Ad attenderlo, emozionatissima, la piccola comunità cattolica della Striscia raccolta nella parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza City, in questi lunghi mesi un rifugio fisico, oltre che spirituale, per i 402 cattolici ma anche per cristiani di altre confessioni e musulmani. Il cardinale francescano “attendeva da tempo questo momento, aveva voglia di abbracciare la sua gente”, racconta a Repubblica fra’ Alessandro de Franciscis, grande ospedaliere dell’Ordine di Malta, che ha accompagnato Pizzaballa in questa delicata missione. “Quando, varcato la frontiera, abbiamo incontrato le persone che ci erano venute e prendere in macchina, è scoppiata un’emozione vivissima: io stesso, che un po’ di pelo sullo stomaco ce l’ho, sono rimasto molto commosso”. Pizzaballa, dice De Franciscis, “era un pa…
“Era un papà che rientrava in famiglia”. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, è tornato per la prima volta a Gaza dall’inizio della guerra tra Israele e Hamas. Ad attenderlo, emozionatissima, la piccola comunità cattolica della Striscia raccolta nella parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza City, in questi lunghi mesi un rifugio fisico, oltre che spirituale, per i 402 cattolici ma anche per cristiani di altre confessioni e musulmani. Il cardinale francescano “attendeva da tempo questo momento, aveva voglia di abbracciare la sua gente”, racconta a Repubblica fra’ Alessandro de Franciscis, grande ospedaliere dell’Ordine di Malta, che ha accompagnato Pizzaballa in questa delicata missione. “Quando, varcato la frontiera, abbiamo incontrato le persone che ci erano venute e prendere in macchina, è scoppiata un’emozione vivissima: io stesso, che un po’ di pelo sullo stomaco ce l’ho, sono rimasto molto commosso”. Pizzaballa, dice De Franciscis, “era un papà che rientrava in famiglia”.
“La capacità di sorridere”
“Sono molto felice di essere finalmente con la nostra comunità”, ha detto il Patriarca, “felice di vedere le famiglie e i bambini, e di vedere che nonostante la terribile situazione in cui vivono a causa della guerra, sono ancora capaci di sorridere e di gioire”.
Un ospedale da campo per i civili
Quella del cardinale a Gaza era “una visita pastorale”, ha riferito in una nota il Patriarcato di Gerusalemme che ha dato la notizia della visita. Ma obiettivo della visita è stato anche porre le basi per un ospedale da campo e un centro di primi servizi alla popolazione civile di Gaza City: “E’ un’esigenza fortissimamente richiesta”, spiega il “ministro della Sanità e degli Aiuti internazionali dell’Ordine di Malta, “anche perché le strutture sanitarie che esistevano a Gaza city, numerose, sia pubbliche che private, sono praticamente inservibili, ad eccezione di una, e non c’è medicina di primo livello”. L’antico ordine cavalleresco oggi è attivo nell’assistenza sanitaria e umanitaria nelle più disparate aree di crisi del globo e il gran maestro, fra' John Dunlap, ha sostenuto personalmente questa iniziativa. Un memorandum d’intesa che istituisce la missione congiunta è stato firmato tra le parti il 14 maggio e sarà implementato dal Patriarcato Latino di Gerusalemme, dal Sovrano Ordine di Malta, dalla sua agenzia di soccorso internazionale il Malteser International e da altri partner.
“Una personalità rispettatissima da entrambi”
La delegazione cattolica è entrata da un valico a Sud della Striscia verso le sette della mattina ed è rimasta alcune ore. “Il patriarca di Gerusalemme, e il cardinale Pizzaballa in particolare, è una personalità non rispettata, rispettatissima, da entrambe le parti”, racconta De Franciscis, “e quindi abbiamo ricevuto, quando le autorità militari hanno consentito un corridoio di ingresso e di uscita, la massima e la più completa attenzione: sono stati gentilissimi”. Il cardinale ha celebrato messa nella parrocchia ed ha compiuto una visita di cortesia alla parrocchia ortodossa di San Porfirio. Pizzaballa, padre Romanelli, e i rappresentanti dell’Ordine di Malta – De Franciscis era accompagnato da Ivo Graziani – “hanno incontrato la popolazione sofferente”, ha riferito Farid Jubran, portavoce del patriarcato, “per incoraggiarla e per trasmettere un messaggio di speranza, solidarietà e sostegno”.
La devastazione
“Io avevo visto immagini sui tg o su twitter, ma non rendono”, racconta fra’ De Franciscis, “fa impressione camminare per chilometri e chilometri lungo quella che era una bellissima promenade sul lungomare del nord di Gaza. “Lo spettacolo della devastazione è abbastanza imponente, è tutto rasato al suolo. Ma la vita riprende”, prosegue. “E’ stata una mattinata per me indimenticabile e per l’ordine sovrano che ho avuto l’onore di rappresentare un’occasione straordinaria di essere in prima linea”, dice il Grande ospedaliere dell’Ordine di Malta: “Se il patriarca di Gerusalemme, dove peraltro nascemmo all’inizio del decimo secolo, ci chiede di dare una mano, questo, al di là di altri scenari dove siamo presenti, in Ucraina, in Asia, in Libano, in Africa, in America centrale e sud, ci ha profondamente onorati”. Si tratta ora di “montare, organizzare, strutturare” l’ospedale da campo: un impegno che si svilupperà nelle prossime settimane: “L’impegno è preso e saremo presenti”.
Il parroco è tornato
La Sacra Famiglia è la parrocchia che papa Francesco chiama tutti i giorni al telefono dall’inizio dell’offensiva militare israeliana. Insieme a Pizzaballa è rientrato, per rimanerci, il parroco: padre Gabriel Romanelli, religioso argentino, è rimasto fuori dalla Striscia fino ad ora perché nel giorno del massacro di Hamas, il 7 ottobre, si trovava a Gerusalemme, di ritorno da Roma, dove aveva preso parte al Concistoro con il quale il Papa ha elevato proprio Pizzaballa alla dignità cardinalizia. Adesso ha potuto finalmente riabbracciare i suoi parrocchiani. La parrocchia, in tutti questi mesi, è stata gestita dal viceparroco, padre Yusuf Asad, con il sostegno di alcune suore, che adesso escono dalla Striscia, sostituite da alcune consorelle, per un periodo di cura.
I lutti della comunità
La comunità della parrocchia, che fin dall’inizio della guerra ospita molti sfollati, ha subito nel corso del tempo diversi lutti. Una parrocchiana anziana che si era allontanata per tornare a casa sua per recuperare alcuni oggetti, Elham Farah, è morta dopo essere stata colpita da un cecchino israeliano; due donne, madre e figlia, Nahida Khalil Anton e Samar Kamal Anton, sono state uccise da cecchini israeliani che erano entrati nel compound della parrocchia.
462 cattolici e l’epidemia
Nella Striscia, ha riferito il cardinal Pizzaballa in una lectio che ha pronunciato a inizio maggio fa alla Pontificia università Laternanense, a Roma, ci sono attualmente 462 cattolici e 208 fedeli della Chiesa ortodossa. “Stanno abbastanza male”, ha detto il porporato bergamasco che era tornato a Roma per prendere possesso della sua chiesa titolare: “Rispetto ai primi mesi di guerra la situazione è più calma, le operazioni militari si sono spostate, ma c’è poca acqua, i viveri cominciano ad arrivare ma si comprano al mercato nero, gli airdrops sono presi da alcuni gruppi e poi rivenduti a prezzi loro, però almeno si trovano. Ma hanno perso tutti casa, si stanno diffondendo le malattie, alcune suore hanno preso l’epatite perché l’acqua è sporca e stiamo vedendo di farli uscire. Mancano medicinali e la situazione è molto difficile, ma si tengono vivi, sono bravi. E il Papa è molto presente sia con le telefonate che con l’invio di aiuti, una delle poche voci che i cristiani di Gaza sentono”.